Nella cultura occidentale la nozione di “miglioramento” è stata sempre riferita all’eliminazione dei difetti, alla soluzione dei problemi, alla correzione degli errori. Questo è strettamente connaturato con l’orientamento generalmente negativo del pensiero occidentale. Anche i giapponesi si preoccupano di eliminare gli errori, ma questa è solo la fase iniziale del miglioramento. A differenza degli Occidentali, i giapponesi sono capaci di prendere in esame qualcosa apparentemente perfetto e mettersi in testa di migliorarlo. Il concetto giapponese di miglioramento non si limita a raddrizzare le cose. [Edward De Bono - Essere Creativi]
È necessario avere una chiara idea di di ciò che si intende con l’aggettivo migliore. [...] In futuro, “meglio” significherà sempre “più semplice”. La semplicità ha un altissimo valore per gli utilizzatori e i consumatori. La semplicità ha un altissimo valore per i produttori [...].” [Edward De Bono - Essere Creativi]
Semplificare è un lavoro difficile ed esige molta creatività. Complicare è molto più facile, basta aggiungere tutto quello che ci viene in mente [...]. [Bruno Munari - Da Cosa Nasce Cosa]
Il Kaizen pare assomigliare di più a una filosofia, uno stile di vita, piuttosto che ad una strategia, poiché si basa sul fatto che ogni cosa fa parte di un processo e qualunque processo può essere migliorato costantemente, anche quando non presenta errori. Il miglioramento dovrebbe dunque essere continuo e inesorabile, non in completa rottura con il passato, ma una sua “evoluzione creativa”.
In base a quanto sinora scritto, per quanto riguarda soprattutto le aziende, il miglioramento necessita il convolgimento di tutti gli stakeholder (cliente incluso, ovviamente). In sintesi si dovrebbe incoraggiare ogni soggetto coinvolto a proporre ed apportare ogni giorno dei piccoli cambiamenti nel proprio contesto di dialogo con la marca (es. per i dipendenti ciò equivale alla propria area di lavoro), impegnandosi in prima persona a perseguire il miglioramento continuo.
Il Kaizen e l’atmosfera di miglioramento continuo che ne consegue, non derivando dalla ricerca di suluzioni a problemi o errori, non può non presupporre la pratica del lateral thinking, del pensiero laterale. Il pensiero laterale è infatti “una forma strutturata di creatività che può essere usata in modo sistematico e deliberato“, che punta a utilizzare elementi esperienziali noti, le informazioni in proprio possesso, interpretendoli in maniera originale, esplorando “approcci diversi” per non rischiare di confondere “il pensare con l’essere logici” [Theodore Lewitt].
Per mantenere alta la spinta al miglioramento, per creare i piccoli cambiamenti che lo rendono possibile, occorre ovviamente cambiare continuamente il proprio punto di vista, il proprio modo di pensare e di guardare al processo da perfezionare. In sintesi occorre abbandonare la logica ed utilizzare la creatività.
Il Kaizen, visto come processo, può essere assimilato al ciclo di Deming (o ciclo PDCA):
In una politica di continuo brainstorming guidato dalle tecniche del pensiero laterale, ogni soggetto deve essere e sentirsi coinvolto. Complesso quanto fondamentale soprattutto il compito dei responsabili di area e di progetto, dei manager ai vertici della gerarchia aziendale, fattori chiave per la creazione di un’atmosfera aperta a ogni analisi, alle critiche e ai suggerimenti, anche quando risultassero non del tutto in linea con gli obiettivi.
Appare evidente quanto, sposando la filosofia del Kaizen, strumenti come i social media possano risultare importantissimi per ogni azienda, se adeguatamente utilizzati. Aprire finestre di dialogo con il consumatore, rendendolo prosumer a tutti gli effetti, per comunicare il proprio brand e ascoltare quel che effettivamente risulta essere percepito, per capire quale sia realmente la propria immagine e la propria reputazione, per arrivare a individuare fonti di miglioramento, sono alcune delle attività rese tecnicamente semplici da tali mezzi.
La parte complessa relativa alla definizione di strategie di social networking aziendale riguarda, non l’impostazione tecnica degli account (in realtà alquanto intuitiva), ma la composizione di un quadro strategico che permetta, agevoli e definisca le dinamiche di ascolto, la creazione di interazione e dialogo, l’empatia.
Per queste cose non bastano slogan, payoff, claim e promozioni, occorre sensibilità, motivazione e vero interesse verso l’interlocutore.
Quanti di voi hanno un approccio Kaizen al propio corporate o personal brand?
Un grazie particolare ad @alexias74, @Jovanz74, @braccinocorto, @la__splendida e @the_n0ise che hanno dato il via a questa mia riflessione su Twitter.
Definizione del Kaizen – fonti:
Wikipedia.org
Qualitiamo.com
12manage.com
Posted on: lunedì, agosto 30th, 2010 by ale
Categorie: brand | creatività | lavoro | strategie | web 2.0.
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Se il Kaizen è ben utilizzato non è sovrapponibile ad un maggiore quantitativo di lavoro, ma a modalità lavorative migliori per tutti. In teoria com’è vero che si riducono i tempi morti, è vero anche che si riduce lo stress che le attività svolte in urgenza comportano. In ogni caso in bocca al lupo e spero che tu vorrai informarmi su come procederanno le cose da te in azienda. A presto
Ciao purtroppo nella azienda dove lavoro stanno iniziando ad applicare il Kaizen….Credo proprio mi aspettino tempi duri…Perchè migliorare in quel campo e sicuramente sfruttare al massimo i tempi morti di lavoro…
questo è il mio stile di vita … solo che non ne sapevo ancora il nome !
Grazie a te per lo spunto e per il commento che mi trova completamente d’accordo.
A nuove stimolanti riflessioni su Twitter!
complimenti per il post e per aver raccolto lo stimolo ( non e’ cosa da tutti saper cogliere le opportunita’. L’intima convinzione di Deming che applico’ alla Toyota era molto semplice: un continuo, eterno impegno ad aumentare constantemente , ogni singolo giorno, la qualita’ dei prodotti in ogni aspetto dell’azienda. Miglioramento continuo vuol dire costante aumento di livello nella qualita’ della vita dei loro clienti. Kaizen vuol dire sapersi guardare con occhi critici e ammettere di aver sbagliato e quindi prenderne consapevolezza.Kaizen e’ anche miglioramento graduale, fatto di piccoli e semplici miglioramenti.Quante aziende conoscete che lo fanno una volta toccato il successo?
A mio avviso se davvero vogliamo essere felici ed avere successo dobbiamo applicare questa filosofia alla nostra vita,crescendo ed espandendoci, cimentandoci in cose nuove sempre, senza mai perdere interesse.
In merito al pensiero “laterale”, qui citato , e’ chiamato anche “pensiero abduttivo” ed e’ quello piu’ creativo poiche’ si usano analogie e metafore , entra direttamente nell’inconscio ( pensate alle fiabe per bambini ad esempio). Grazie ancora per la citazione.
Ciao Alexgi, grazie per il tuo commento!
La questione legata al coinvolgimento degli erly adopter è maggiormente connessa ad una visione del cambiamento come “innovazione”, basata cioè sulla trasformazione radicale, piuttosto che sul “miglioramento continuo”.
A mio avviso la filosofia Kaizen è tutt’altro che una limitazione per l’espansione di un brand. Questo proprio perché un “cambiamento continuo” non deve necessariamente sfociare in una trasformazione del prodotto/servizio offerto all’utente finale, ma deve riguardare soprattutto mutamenti interni ai processi – mirati, ad esempio alla riduzione degli sprechi di risorse produttive e comunicative.
Naturalmento la resistenza al cambiamento può comunque entrare in gioco, per questo occorre saper trasmettere la giusta atmosfera creativa, la giusta empatia, che riesca a rassicurare in merito al fatto che ogni piccola trasformazione apportata è volta esclusivamente a perfezionarsi.
Complimenti, veramente interessante. Mi rivedo molto in questa strategia. Esiste però quella “resistenza al cambiamento” che entra in gioco come forza opposta. Alcuni ritengono importante rimanere nella propria sfera di sicurezza e sono meno propensi al cambiamento e quindi lo ostacolano.
Ecco quindi che il Kaizen deve essere vissuto proprio come una filosofia di brand rivolgendosi al target di coloro che il cambiamento lo cercano, ad esempio gli early adopter. Ma potrebbe diventare una limitazione nell’espansione di un brand?
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