Nuovi mestieri - cartoon

Lavoro: in Italia si parla spesso di età, ma non possiamo concentrarci sulle competenze?

Perché quando si parla di lavoro nel nostro Paese è così importante parlare di età? Perché si tende a pensare che l’aspetto anagrafico coincida con l’esperienza e la professionalità? Perché non è sufficiente parlare di competenze?
Sforziamoci di essere una civiltà del “fare” e diamo meno importanza all'”apparire” perchè è sulle apparenze che si fondano preconcetti e discriminazioni!

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PREMESSA 1

Questo post è frutto della seguente conversazione avvenuta su Twitter:

Experteer ItaliaExperteerItalia Experteer Italia
Nuovo post su http://t.co/7BR6xjG! I manager e dirigenti over 40 sono ancora candidati interessanti?@alebrandcare@maurolupi@DaniloRocca

Alessandra Coluccialebrandcare Alessandra Colucci
@ExperteerItalia non trovo corretto fare questioni di età, si rischia il preconcetto, parliamo di competenze! 🙂 @maurolupi@DaniloRocca

Roberto Parentiroparen Roberto Parenti
@ExperteerItalia@alebrandcare@maurolupi@DaniloRocca Buttereste via l’esperienza degli over 40/50 in crisi di questa portata?

Alessandra Coluccialebrandcare Alessandra Colucci
@roparen credo che in questa situazione ci voglia cooperazione tra esperienza e freschezza di idee @ExperteerItalia@maurolupi@DaniloRocca

Roberto Parentiroparen Roberto Parenti
@alebrandcare@ExperteerItalia@maurolupi@DaniloRocca In molti associano l’eta con fossilità di idee. Non credo proprio che sia cosi.

Alessandra Coluccialebrandcare Alessandra Colucci
@roparen intendevo che guardare un problema per la 1° volta può evidenziare nuovi punti di vista @ExperteerItalia@maurolupi@DaniloRocca

Mauro Lupimaurolupi Mauro Lupi
@roparen@alebrandcare@ExperteerItalia@DaniloRocca L’età professionale aiuta ad accumulare buon senso; dote preziosa di questi tempi

Alessandra Coluccialebrandcare Alessandra Colucci
@maurolupi l’età professionale non coincide necessariamente con quella anagrafica @roparen@ExperteerItalia@DaniloRocca

PREMESSA 2

Ho 32 anni e – oltretutto – sono donna, inizio a “sentire il peso dell’età”, ma in Italia sono spesso considerata “una ragazzina”, sia anagraficamente che professionalmente.
Eppure mi sono laureata 8 anni fa, da 8 anni sono parte attiva del “mondo del lavoro”, insegno da 7 anni in master post laurea [Università Tor Vergata, Università La Sapienza, IED – Istituto Europeo di Design] e da 2 al triennio post-diploma [IED – Istituto Europeo di Design], ho una mia sociètà da 6 anni e mezzo [Queimada] che guido e nella quale lavoro sin dall’inizio supportata dal mio socio – Vincenzo Bernabei, che ha la mia stessa età e un percorso simile al mio – e da oltre 2 anni sono editrice di una rivista [Brand Care magazine], nonché una blogger con il suo discreto seguito.

STUFA DI PRECONCETTI E DISCRIMINAZIONI

Ebbene sì, sono stufa!
Stufa di avere brillanti conversazioni telefoniche e di leggere stupore sul viso dei miei clienti all’inizio del primo incontro, quando si rendono conto di aver riposto la loro fiducia in una “pischella”.
Stufa di dover sprecare quasi sempre i primi 15-20 minuti del nostro incontro a riguadagnare una fiducia che al telefono o via e-mail era già mia.
Stufa di dover dimostrare di essere in grado, di avere l’esperienza e le competenze, spesso oltre quel che sarebbe buon senso richiedere.
Sono stufa delle battute del tipo “quando lei era alle elementari, io ero già dirigente” [citazione di un caso vero, mai perdonato!] e di vedere messi in discussione i budget che richiedo solo perché “sono giovane”.

L’ETÀ NON È UN MERITO NÉ UNA COLPA

Non aver superato i 40 anni non dovrebbe essere percepito né come un merito né come una colpa: quel che fa la differenza tra un bravo professionista e un cattivo professionista ritengo sia ben altro!

Credo fermamente nell’individualità: ognuno ha le proprie attitudini e reagisce a proprio modo rispetto alle esperienze, ogni storia – come ogni persona – è differente e la diversità può essere dovuta all’età solo in piccolissima parte, a mio avviso.
Conosco persone over 50 che non sanno neppure accendere il computer e altre che hanno una collezione di account social network invidiabile e attivissima; conosco persone di 20 anni che non sanno accendere un computer e altre che hanno una collezione di account social network invidiabile e attivissima: non direi che la propensione all’utilizzo della Rete (tanto per fare un esempio) dipenda dall’età, direi che – come ogni cosa – è questione di mentalità, di voglia di comprenderne le dinamiche, di imparare.

Il pregio di avere qualche anno “in più” risiede nell’aver avuto più tempo per imparare più cose (se lo si è ben sfruttato), il pregio di avere qualche anno “in meno” risiede invece nell’aver avuto meno tempo per annoiarsi (se si è creativi).
I due punti di vista non sono solo entrambi utili – più l’uno o l’altro a senconda del contesto – ma spesso sono anche complementari.

QUEL CHE CONTA È “SAPER FARE” O “SAPER IMPARARE A FARE”

Guardiamo alle competenze, alle abilità di problem solving, all’apertura e flessibilità mentale, alla creatività, alla capacità di calarsi nelle situazioni, di farsi carico delle responsabilità, di gestire un team e un progetto, di relazionarsi, di utilizzare gli strumenti necessari al proprio lavoro
Consideriamo il “fare” o il “saper imparare a fare” e non l'”apparire”, la sostanza e non la data sulla carta d’identità.

Vorrei vivere in un Paese in cui contino le idee e non gli anni (né il sesso… già che ci siamo)… e vorrei che questo Paese fosse l’Italia.

14 commenti
  1. Chiara
    Chiara dice:

    Ciao Ale, bel post! Sono ovviamente d’accordo con te. Purtroppo in questo paese ci sono ancora troppi pregiudizi/preconcetti/credenze fuori logica. L’età è sicuramente uno degli appigli più utilizzati per smontare la tua professionalità come, de resto, le esperienze accumulate. Mi spiego: come giustamente sottolinei tu, avere 32 anni non significa non avere un buon bagaglio di attività alle spalle. Specifiche o diversificate, secondo me, poco importa attualmente. Eppure, leggo ancora troppo spesso annunci di lavoro che richiedono 5/6 anni di esperienza “nel ruolo” e miliardi di competenze a giovani stagisti. Troppe contraddizioni e ipocrisie. Da un lato ti dicono che c’è la crisi e ti devi adattare a qualsiasi lavoro. Dall’altro poi affermano che 2 anni da commessa e 3 da segretaria (nonostante la laurea e il Master in ambito comunicazione, per dire) non rappresentano esperienza sufficiente e coerente. Grazie, lo sappiamo. Ma se non siamo diventati subito”Managers nel ruolo X” perchè nessuno ci ha dato l’occasione, abbiamo ripiegato sulle uniche mansioni concesse per non rimanere fermi e squattrinati. Ma studiamo da anni. E’ come dire ad un avvocato che non è riuscito ad esercitare.. che non sa fare l’avvocato. Non so se mi spiego. E se pensate che i giovani non siano capaci …come mai negli annunci per stagisti cercate competenze tipiche di professionisti decennali?? Uno stage dovrebbe servire ad acquisire per la prima volta queste competenze, non richiederle a prescindere… E’ chiaro quale sia il motivo (e ricordo anche una brutta esperienza al riguardo) ma… tengo per me altre riflessioni amare… A presto! 🙂 p.s. bravabravabrava

  2. ale
    ale dice:

    Grazie Chiara per il tuo commento che mette in luce ancora altre contraddizioni, purtroppo… speriamo in un futuro in cui si manifesti una maggiore coerenza! 🙂

  3. 0b1kenobi
    0b1kenobi dice:

    Ho 64 anni. Quando ne avevo 20 non mi ascoltavano perche non avevo un età sufficiente e già c’era in giro la bufala dell’eta un modo per non decidere,non capire, non giudicare e non prendere posizione perche basta guardare sull’etichetta: ci posso essere scritto gay, o negro, o meridionale, o insurgents o anche diciamolo “vecchio”. Ho fatto una gran fatica per arrivare all’età che ho e guardando indietro capisco che la fatica non è stata vana. Capisco che differenza c’è tra un genio senza esperienza e una persona di grande esperienza levigato dagli eventi e reso affilato come un rasoio.
    Molti avranno bisogno che venga l’autunno per capirlo.

  4. ale
    ale dice:

    Innanzitutto grazie per aver condiviso qui la tua riflessione. Per quanto mi riguarda vorrei solo che a venir giudicate fossero le competenze e le azioni e non semplicemente le etichette che, a seconda del contesto, possono più o meno sommariamente descrivere un individuo. Non dico che l’età non abbia un significato, ma per ognuno può avere un significato differente e non si dovrebbe generalizzare. 🙂

  5. Barbara Puccio
    Barbara Puccio dice:

    Alessandra, la penso esattamente come te. Aggiungo che l’età viene considerata un elemento di pregiudizio e non si tiene conto del percoso individuale di uan persona, della sua unicità, della sua esperienza. Andiamo avanti per preconcetti, si ergono muri che risulta difficile abbattere perchè manca la capacità d’ascolto e d’empatia con l’altro. La mia non è una generalizzazione, ma una semplice constatazione. A prescindere dall’età anagrafica, dovremmo essere in grado di relazionarci con gli altri per la loro autenticità di esseri umani. Insomma sono stanca delle ETICHETTE!

  6. ale
    ale dice:

    Barbara, ti ringrazio per aver aggiunto il tuo pensiero alle mie riflessioni e son contenta di non essere la sola a pensarla così! 🙂

  7. Fabrizio Faraco
    Fabrizio Faraco dice:

    Ale sono d’accordo con te. Personalmente sino stato troppo giovane in passato e oggi troppo vecchio. Purtroppo credo che chi decide non sappia valutare le competenze (oggi spesso mi viene detto che ho troppa esperienza e le mie competenze sono troppe per la posizione). Credo che spesso si voglia un aiutante nel senso generico perchè raramente si conoscono le competenze del proprio ruolo e si pratichi un ingegneria organizzativa avanzata. Decisori messi li perchè figli di o amici di che non sanno n’è hanno le competenze per fare sanno scegliere: troppo bravi o troppo diversi dal (poco) che si conosce. Alla fine ci si affida a chi cerca con l’unico principio di trovare un clone. La tristezza è che così le imprese fanno tutte la stessa cosa e quindi non riescono a competere. In una famosa azienda di cucine assunsero un direttore marketing, ma la proprietà non voleva delegare ad altri la comunicazione. Risultato soldi e competenze buttate.

  8. ale
    ale dice:

    Fabrizio, come non condividere le tue parole? La questione è che spesso per portare innovazioni e miglioramento nel nostro Paese sarebbe prima necessario riuscirne a modificare pratiche diffuse e mentalità.

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