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Personal brand e personal blog: naming e contenuti [infografica]

C’è chi pensa che il blog sia uno strumento morto o moribondo e ad ucciderlo siano stati i social network, lo hanno detto anche per i libri rispetto agli ebook, per il cinema quando è nata la TV e praticamente per qualsiasi altro mezzo di comunicazione “più anziano” al momento dell’introduzione di un elemento nuovo nel panorama mediatico. A mio avviso ogni medium con l’aumentare della complessità delle scelte possibili attraverso le quali comunicare sicuramente cambia, ma è difficile che “muoia” del tutto, altrimenti avremmo smesso di scrivere con la penna da un pezzo e il fax non sarebe più su nessuna scrivania, non vi pare?

In una strategia di branding, sia essa corporate che personal, il blog – a mio modestissimo parere – è fondamentale: è uno spazio in cui aggregare contenuti propri, in cui analizzare e commentare contenuti altrui, in cui approfondire tematiche che si discutono sugli altri social media e social network che, chi più chi meno, richiedono sempre “il dono dell’estrema sintesi”, ma all’interno dei quali è praticamente sempre possibile condividere dei link con l’intento di spiegare meglio il proprio punto di vista. [non per nulla è da poco passato il mio secondo Blogcompleanno]

Nel momento in cui si crea un personal blog, come per qualsiasi blog, è innanzitutto necessario capire quali tematiche si andranno a trattare, quale punto di vista sarà veicolato, se sarà un diario delle proprie esperienze personali ovvero un block notes virtuale in cui appuntare riflessioni professionali, o ancora se è possibile applicare a tali testi un criterio secondo il quale sia possibile parlare di entrambe le cose. Il punto è che necessariamente dovrà esserci una coerenza di fondo, dovrà essere chiaro ai lettori di che tipo di blog si tratta, cosa è possibile trovarci, in modo che si possano fare un’idea sull’affidabilità e le competenze in materia dell’autore.

La definizione dei contenuti del blog è determinante che sia effettuata a priori [insieme alla struttura e alla frequenza di aggiornamento, come per il corporate blog], sia perché sia possibile definire una linea editoriale (che tono userò nello scrivere? quale linguaggio? quale stile? di quali argomenti potrò scrivere senza apparire incoerente?), sia per configurarne le categorie che serviranno ad archiviare i vari post in base alle tematiche, ma soprattutto per arrivare a determinarne il nome e il dominio (la url di riferimento).

Consiglio sempre due cose a chi apre un blog, soprattutto a chi inizia a scriverne uno per aumentare la propria visibilità e reputation come professionista: essere proprietario del proprio dominio e della propria hosting e prediligere la scelta del proprio nome e cognome  nella scelta del dominio.

Comprare url e hosting è più sicuro e permette la maggiore libertà possibile nel definire le caratteristiche del proprio spazio: certo ha un costo che ci si potrebbe risparmiare rivolgendosi a una delle numerose piattaforme di blog aggregator, ma il livello di personalizzazione è decisamente più alto e praticamente impossibile vedersi sottrarre i propri contenuti.

La scelta di un dominio del tipo nome+cognome.com è per me consigliabile per avere maggior flessibilità nel definire i contenuti da includere nel proprio spazio, nel cambiare idea dopo qualche anno senza necessariamente dover cambiare “location”, per aumentare la propria brand awareness, la propria riconoscibilità legata a quel particolare supporto. In questo modo è possibile creare maggior empatia con il lettore che vedrà l’autore come una persona piuttosto che come un business.

Se il vostro nome è troppo comune per essere ricordato, se il dominio in questione è già occupato, se non volete esporvi in quanto persona, o semplicemente se il vostro nome non vi piace granché, ovviamente potete decidere di aprire un blog scegliendo un nome diverso dal vostro. In questo caso il naming dovrà essere fatto tenendo conto dei seguenti fattori:

  • dovrà essere possibile trasformare il nome del blog nel suo dominio
  • dovrà essere facile da memorizzare
  • dovrà essere breve
  • dovrà essere facile da pronunciare e da scrivere

Scegliere un “nome di fantasia” per il proprio blog equivale a scegliere il nome per il proprio business, dunque potete prendere spunto da questa infografica per capire come ragionare e come arrivare alla scelta più appropriata. Buona lettura! 🙂

The Art of Naming a Business - infographic
[via]

Altro sul blog:
Domani è il mio Blogcompleanno – ovvero – Due anni di connessioni tra idee
Oggi è il mio Blogcompleanno – ovvero – Un anno di connessioni tra idee
Corporate blog e web writing
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Perché creare un “corporate blog”

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Personal brand: e-mail etiquette [infografica]
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Personal brand: come riuscire a NON farsi assumere e come invece condurre un colloquio [infografica]
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Follow Friday – Il #FF di @alebrandcare con motivazioni e brevi commenti
Il marketing personale e… la mia intervista
Whohub: fare business networking utilizzando un’intervista
Personal Branding: The Brand called You
Condivisione e Iuoghi di lavoro: il Coworking
Le mie strategie di Social Networking – Facebook e FriendFeed
Le mie strategie di Social Networking – Follow me on Twitter
Le mie strategie di Social Networking – Profilo LinkedIn: aggiornato
Sono laureata in Scienze della Comunicazione
Essere creativi
Feng Shui in ufficio per aumentare benessere e produttività
Comunicare il brand: l’ufficio e il suo arredo
Perché questo blog

10 commenti
  1. Marco Tosti
    Marco Tosti dice:

    Effettivamente se c’è una cosa che i media amano fare, è dichiarare la morte di qualcuno dei loro simili, o comunque di un qualcosa di cui appare l’evoluzione.

    Per quanto riguarda i media, hanno attitudine adattiva incredibile. Ne sono emersi molti, con nuove grammatiche, nuove etichette comportamentali. Ma la cosa incredibile è come ogni si siano liquidamente adattati al nuovo venuto. Ogni medium preesistente ha saputo rafforzare la propria natura, diventando un oggetto specializzato in determinati tipi di contenuti. Ecco quindi che il blog diviene il luogo preferito per l’approfondimento, della completezza. Mentre Facebook e Twitter, oltre ad offrire la possibilità di esprimere pensieri estemporanei, aiutano a comporre una sorta di indicizzazione dei contenuti che vogliamo condividere e linkare. Come se fossero i segnalibri di un ipertesto che componiamo attraverso tutto il contenuto che riteniamo rilevante in rete.
    In questo post (http://www.evermind.it/2011/09/13/perche-twitter-va-su-facebook-ma-forse-non-viceversa/) ho provato a fare un’analisi del diverso comportamento di Twitter e Facebook in relazione anche ai blog.
    Mi piacerebbe conoscere la tua opinione.

  2. ale
    ale dice:

    Ciao Marco,
    Innanzitutto grazie per aver voluto condividere qui le tue riflessioni. Ho trovato il tuo post molto interessante anche se probabilmente scritto prima che Twitter si evolvesse rendendo possibile la condivisione di immagini oltre che link e testo. A mio parere la differenza tra tale strumento e Facebook rimane comunque notevole (almeno fino alle prossime evoluzioni della creatura di Zuckerberg) soprattutto per le dinamiche di consumo differenti che stimolano i due social: Twitter flusso continuo di micro-condivisioni da parte di un gruppo selezionato di contatti con cui creare una relazione non per forza biunivoca; Facebook sorta di archivio dei propri contenuti pubblicati con la possibilità di sbirciare tra, e interagire con, quelli di “biunivocamente amici”. A questo si aggiunge la sintesi richiesta da Twitter che porta alla creazione di quegli strani oggetti (per gli amanti di FB che non frequentano TW) detti hashtag, ché quando i contenuti cinguettati vengono condivisi sull’altra piattaforma risultano – almeno rispetto a una mia piccola e sicuramente non esaustiva indagine – un po’ indigesti e fuori contesto. D’altra parte, com’è vero che i media si evolvono ed hanno sempre la capacità di adattarsi alle novità rinascendo a nuovo o rivisitato utilizzo, così è vero che chi ne fruisce i contenuti si adatta a sua volta, registrando e digerendo anche gli usi che per i puristi apparirebbero “impropri”: ogni media ha un suo linguaggio specifico, ma rimaniamo sempre nell’epoca delle commistioni, no?
    A presto, ale

  3. Marco Tosti
    Marco Tosti dice:

    Sapevo della funzione di condivisione immagini tramite Twitpic, in ogni caso, sempre per il discorso degli stili comunicativi diversi a seconda del medium., mi è sempre apparso più diffuso il condividere immagini tramite facebook e condividere rimandi tramite twitter. Non intendo dire che sia l’unica via, ma nel post prendevo in considerazione questi due fenomeni come “tendenze”. Da qui quindi nasce la commistione, che è totale. Quando si pubblica un post lo si twitta e poi lo si condivide sul Facebook… in questo modo più che produrre più contenuto lo si amplifica grazie a queste interazioni complementari. Per rimanere in tema con il tuo post infine. Insieme questi tre media possono cementare il personal brand scelto. Se su twitter, su Faccialibro e sul blog si usa lo stesso pseudonimo o nome, ecco che l’utenza percepisce una presenza tridimensionale, riconoscendo l’esistenza del nostro “brand”.

  4. Elena
    Elena dice:

    Interessante questo articolo, cara Ale!

    pensando ad un dominio.. chissà se il mio nome – blog è così facile da ricordare!?! 🙂

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