"Questa è l'acqua" David Foster Wallace

Questa è l’acqua – ovvero – il mio settimo libro di David Foster Wallace

David Foster Wallace, il mio autore preferito tra quelli che preferisco, mi ha stupito ancora con Questa è l’acqua, così recita il titolo della mia settima lettura firmata DFW: è una raccolta di sei dei suoi racconti rimasti inediti in Italia pubblicata da Einaudi dopo la morte dell’autore.

"Questa è l'acqua" David Foster WallaceQuello che mi stupisce di David Foster Wallace e delle sue opere è che ancora mi stupiscono: ho sempre letto molto e mi è capitato spesso di appassionarmi a un autore, ma difficilmente sono riuscita a leggerne diverse opere mantenendo inalterata la curiosità e l’entusiasmo. Dopo un po’, i libri pubblicati da uno stesso scrittore sembrano sovrapporsi l’un l’altro, vi si trovano sempre più elementi conosciuti, lo stile diviene familiare, tanto da apparire a volte prevedibile: con DFW questo non mi è successo.

Le opere di Wallace sono multiformi, e i temi, i personaggi, le ambientazioni, fino agli stili di scrittura così diversi gli uni dagli altri – nonostante non smettano mai di essere e apparire coerenti in un qualche modo sottile – da farmi rimanere affamata di righe e pagine da leggere. Evidente è che dietro ci sia la stessa mente creativa, la medesima sensibilità e pratica d’osservazione del reale, ma nient’altro.
Niente ripetizioni di stilemi all’infinito. Solo stupore, novità, idee.

SOLOMON SILVERFISH

Il primo racconto, o meglio forse sarebbe chiamarlo romanzo breve, Solomon Silverfish, occupa un terzo della pubblicazione e narra dell’amore assoluto tra Solomon e Sofie, un amore osteggiato dalla malattia e dai parenti, un amore che vive e non indietreggia davanti a nulla coprendo diversi piani di realtà, un amore compreso in pieno forse solo dal personaggio da cui meno ce lo si aspetta. Un amore capace di sfidare le leggi del reale. Chiunque vorrebbe un amore così.

ALTRA MATEMATICA

Altra Matematica è un breve racconto in tre atti, di nuovo il tema è quello dell’amore. L’opera, nei tre atti, riporta tre differenti scambi di battute in una maniera che pare oggettiva, degna della trascrizione, della sbobinatura di conversazioni registrate. Tre atti, tre dialoghi tra tre personaggi, tre modi di interrogarsi sull’amore, ricercando senza troppa convinzione in cosa esso consista. Nessun amore assoluto è presente, neppure tra le righe, e gli interrogativi rimangono aperti, senza risposta, imbarazzati e imbarazzanti. L’amore è imbarazzo?

IL PIANETA TRILLAFON IN RELAZIONE ALLA COSA BRUTTA

Il pianeta Trillafon in relazione alla cosa brutta è uno dei racconti che ho amato di più. Parla di depressione, dunque in un certo senso si parla ancora d’amore, amore per sé stessi, stavolta. Il pianeta Trillafon ha la forma di un monologo interiore, di un flusso di pensieri concatenati l’un con l’altro che si succedono, premettono, premettono per poi contraddirsi, ma soprattutto ci permettono di sbirciare nella mente di un depresso, un giovane maschio soggetto a un esaurimento nervoso così forte da fargli avere delle allucinazioni percettive brutali, laceranti concettualmente e letteralmente.

La “persona depressa”, che nella raccolta Brevi interviste con uomini schifosi vedeva riportate in forma indiretta le proprie conversazioni telefoniche innocentemente meschine ed egocentriche, qui racconta la propria esperienza in maniera diversa, lo fa mentre vive sul pianeta Trillafon, appunto, apparentemente lontano dalla “cosa brutta”. La descrizione della sua vita “sulla Terra” è straziante, le immagini che nescono dalla narrazione nella mente del lettore e la pacatezza dei toni con i quali sono descritte non danno pace e creano un’ovattata tensione dovuta al percepire la “cosa brutta”, lì, in agguato, tranquillamente in agguato, sul pianeta Terra, in attesa che il protagonosta ritorni dal suo viaggio su Trillafon.

CROLLO DEL ’69

Un meraviglioso racconto, Crollo del ’69, su come i punti di vista posti agli estremi di qualsiasi scala, siano – praticamente sempre – assolutamente coincidenti. L’apoteosi della fallibilità dell’infallibilità e dell’infallibilità della fallibilità.

Leggere Crollo del ’69 è come trovarsi su una delle scale dipinte da Escher in cui salire equivale a scendere e viceversa. Il pathos che si crea nel procedere riga dopo riga verso la fine delle 16 pagine in cui si evolve lo scritto è molto particolare, nasce dal sovrapporsi caotico dei punti di vista, dalle biografie che si intrecciano distrattamente quanto inesorabilmente per esplodere nell’errore che rende fallibile l’infallibilità della fallibilità infallibile. E, alla fine, mi è tornata in mente l’immagine di mia nonna pronunciare il detto “Tutto a niente gli è parente”.

ORDINE DI FLUTTUAZIONE A NORTHAMPTON

Un altro dei racconti che hanno come tematica fondamentale l'”amore” è Ordine di fluttuazione a Northampton. In questo brano la particolarità sta nella “dimensione strabica” attraverso la quale al lettore è permesso di osservare l’evolversi delle scene. Indimenticabili le descrizioni “a perdifiato” dei profili dei personaggi della storia d’amore, tutte un concatenarsi di riflessioni descrittive dalla mirabile vena creativa. Divertenti allitterazioni e assonanze pervadono il testo rincorrendosi e donando al racconto un ritmo accelerato o rallentato, ma mai “reale”: tutte le scene sembrano precipitare da grandi altezze o volteggiare lente, quasi immobili. L’ironia, quella dello scrittore come quella della sorte, pervade ogni atmosfera esasperata nei toni e satura nei colori. Sicuramente un divertente quanto cinico racconto “visivo” di un triangolo amoroso.

QUESTA È L’ACQUA

Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua?

Sarà che quest’anno per la prima volta nella mia carriera di docente vedo concludersi un percorso triennale di studi, ma Questa è l’acqua, il discorso tenuto da David Foster Wallace ai laureandi del 2005 del Kenyon College, mi ha commosso. È semplicemente splendido. Dovete leggerlo, non aggiungo altro se non un altro stralcio:

«Imparare a pensare» di fatto significa imparare a esercitare un certo controllo su come e cosa pensare. Significa avere quel minimo di consapevolezza che permette di scegliere a cosa prestare attenzione e di scegliere come attribuire un significato all’esperienza. Perché se non sapete o non volete esercitare questo tipo di scelta nella vita da adulti, siete fregati.

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