Elinor Carucci - Israel Now_2

Roma e l’arte contemporanea: il Macro Future e la Pelanda

Roma è piena di musei, mostre ed esposizioni di qualsiasi tipo, come avrete ormai capito le mie preferite sono quelle che riguardano le espressioni contemporanee dell’arte, anche perché mi offrono notevoli spunti di riflessione che mi tornano utilissimi quando poi si tratta di mettere a punto strategie creative per i brand dei miei clienti.

Al fine di condividere tale visione delle espressioni artistiche con i miei studenti del terzo anno di IED Management Lab, ho pensato di sfruttare un paio d’ore di lezione per visitare il Macro Future, la sede del Macro che si trova a Testaccio, proprio a due passi dallo IED di via Branca. In corso in quel momento: Israel Now – Reinventing the Future, “C’era una volta…” Gioco e Giocattolo, Big Bamboo.

MACRO FUTURE E LA PELANDA: LA STRUTTURA

Credo si possa affermare che il Macro Future è esso stesso un’opera di “archeologia industriale”, gli spazi espositivi sono infatti interamente ricavati da quello che un tempo era un mattatoio. Ganci, abbeveratoi, magazzini e stalle sono ancora perfettamente riconoscibili all’interno della struttura e non nascondo che – a mio avviso – le conferiscono ancora aggi un’aria greve e un po’ macabra nonostante le opere di ristrutturazione abbiano in tutti i modi cercato di alleggerire l’atmosfera, ad esempio utilizzando una gran quantità di bianco.

Nel momento in cui, però, gli spazi sono allestiti per mostre ed esposizioni, grazie alla sapiente organizzazione degli spazi, l’utente riesce sicuramente a dimenticare i trascorsi e la storia del luogo e a focalizzarsi sul suo attuale obiettivo: dar rilievo alle opere d’arte e mettere in risalto l’espressività contemporanea.

MOSTRA: “Israel Now – Reinventing the Future”

Israel Now – Reinventing the Future [fino al 17 Marzo 2013] si presenta come una mostra collettiva multidisciplinare che mette insieme ben 24 artisti israeliani provenienti da esperienze e generazioni differenti, alcuni di loro hanno attratto particolarmente la mia attenzione sia creativamente che emotivamente.

Shai Kremer, in due delle sue fotografie in particolare, ha saputo comunicarmi la molteplicità sempre attiva in ogni punto di vista: pieni, vuoti, prospettive inconsuete e riflessi sembrano voler ricordare che lo sguardo può ingannarci, mentire o condurci oltre i limiti di quel che chiamiamo reale. Un varco in un muro dissestato diviene la cornice di un panorama di terra brulla che ispira tanto a guardare oltre, quanto a disperarsi per la desolazione. Il riflesso della natura sul pavimento allagato di un edificio abbandonato può ricordarci tanto la forza temibile degli elementi, quanto che dalla distruzione si possono ricavare nuovi impeti per il cambiamento, anche radicale.

Le fotografie di Elinor Carucci propongono una inusuale rappresentazione del quotidiano, di istanti consueti ma mai banali, situazioni rubate all’intimità che – indipendentemente dalla propria provenienza geografica o del proprio pensiero ideologico – potremmo aver vissuto o lo abbiamo effettivamente fatto: un abbraccio per aggiudicarsi il telecomando, un gioco tenero e scherzoso tra madre e figlia, un momento di solitudine nuda di fronte allo specchio, il fastidio dei “pelucchi” sulla fronte quando ci si fa tagliare la frangia… Una riflessione sulla vita, sui dettagli irrinunciabili, sulle prospettive interiori.

“Island” di Nahum Tevet e “Following the white rabbit” di Guy Zagursky offrono due versioni in parte simili, in parte molto distanti dello skyline metropolitano.
Il primo lo ricostruisce in legno e vernice industriale, utilizza forme geometriche che comunque offrono abbastanza dettagli allo sguardo affinché possa ricostruire creativamente gli oggetti stilizzati: barche, palazzi e macchinari agricoli sembra quasi di vederli prender vita se si lascia agli occhi il tempo di “completarne” le forme complesse.
Il secondo utilizza materiali elettrici e parti di moderni apparati tecnologici per mettere nel suo “acquario” il plastico della città del futuro, illuminata ovviamente da una luce blu: seguendo il Bianconiglio, pare che l’artista si sia ritrovato in un contesto asettico e pulsante di attività nonostante sia apparentemente privo di qualsiasi forma di vita.
Entrambi hanno riportato alla mia memoria la metropoli di casse e imballaggi di Quarto Potere: le metropoli per i due artisti non son più collezioni di oggetti accumulati nel tempo da Mr. Kane, ma visioni stilizzate, depurate da ingombranti contenuti e dettagli, pure forme allegoriche e metaforiche.

Gal Weinstein mi ha portato su Marte, con le sue due opere dal titolo “Rusted Planet” di cui mi ha particolarmente attratto la ricerca materica. Le opere sono infatti realizzate in lana di acciaio e colla, il ché rende ancor più percepibile l’asperità del territorio rappresentato, lo rende “visibilmente” ruvido, tagliente, assolutamente inospitale. E la mia riflessione si è soffermata su quanto la scelta della materia in questo caso abbia connesso vista e tatto nonostante non si avesse la possibilità di toccare le opere.

Infine, “Culture Plate #7” racconta in video come l’artista Michal Rovner vede l’umanità. Pare che Michal abbia messo l’essenza da egli percepita rispetto agli esseri umani in una provetta, l’abbia agitata generando panico e ne abbia osservato una goccia al microscopio: uno sciame di omini rosso sangue si rincorrono sotto la lente generando ansia in chi osserva quello che altrimenti sarebbe percepita come una grande Luna immobile proiettata su una parete. Tantissime le associazioni che scaturiscono dalla visione del video: la vita e il suo concepimento, la vita quotidiana e la sua frenesia, la morte come abbandono violento della vita, la necessità di fermarsi per individuare i propri obiettivi e la follia che scaturisce dal non farlo, le masse e i loro movimenti scomposti… e molto altro.

MOSTRA: “C’era una volta…” Gioco e Giocattolo

Degna di nota anche “C’era una volta…” Gioco e Giocattolo, l’esposizione presso la Pelanda [fino al 24 Marzo 2013 – ingresso libero], collettiva che si ispira all’universo ludico infantile e ne mostra le connessioni possibili con l’immaginario collettivo proprio di quello adulto: la Barbie diventa protagonista di superbe opere come “La gioconda” di Leonardo Da Vinci nelle opere di Jocelyne Grivaud, i social network più in voga ispirano le proprie icone al mondo del cinema o della propaganda nelle rappresentazioni di Francesco Visalli, una casa di bambole viene arredata con e come importanti quadri di arte contemporanea… Un percorso che si lascia apprezzare molto, soprattutto perché racchiude spazi che i visitatori più piccoli possono utilizzare per giocare in una pausa o alla fine della visita.

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