Storia di un corpo di Daniel Pennac [libro]

Storia di un Corpo di Daniel Pennac [libro]

Ho da pochi giorni finito di leggere “Storia di un corpo”, l’ultimo libro di Daniel Pennac, un libro che pare scritto a dimostrazione che i diari personali non sono tutti uguali, e che ho percepito – complici le mie “deformazioni professionali” – come una geniale opera di pensiero laterale applicata all’osservazione della propria intimità quotidiana.

Storia di un corpo di Daniel Pennac [libro]Ho iniziato a leggere Pennac quando ero adolescente. Erano libri che divoravo tutti d’un fiato in notti estive rese insonni dalla curiosità di arrivare alla fine, di scoprire cosa sarebbe successo “dopo” alla vita del Signor Malaussène. Avrei voluto leggere così anche quest’ultima opera dello scrittore francese che mi regala sempre grandi emozioni, ma non ho saputo aspettare l’estate affinché fosse possibile.

“Storia di un corpo” è dunque stato il libro che ha “vinto” lo spazio in valigia dedicato alla lettura durante il mio viaggio a Nizza, ma in realtà a Nizza ho letto ben poco, presa com’ero dal visitare musei, ed è così diventata la mia lettura del “tempo libero” subendo l’inevitabile rallentamento dovuto al fatto di non aver trovato ancora un modo per moltiplicare la durata delle mie giornate.

“Storia di un corpo” è scritto in forma di diario, ma  – come tiene a precisare in più punti la voce narrante, ovvero il mai nominato papà di Lison, l’autore del diario stesso – non è un diario intimo, bensì un diario del corpo, della fisicità, dell’esistenza materica di un uomo e delle relazioni che questa crea con la percezione del contesto in cui si trova in ogni fase della sua vita, delle sfide che il corpo propone alla mente e degli scherzi che le gioca.

“Storia di un corpo” è un libro che Pennac scrive, o meglio – secondo l’espediente narrativo che crea – semplicemente pubblica, in un momento storico in cui gli individui sono portati a dimenticare di avere un corpo, lo ascoltano poco o nulla, ci convivono spesso vedendolo come fonte di limitazioni alle proprie azioni poiché le proprie volontà richiederebbero fisicità da super-eroi con super-poteri: la voce narrante del libro fa assolutamente parte di tale contesto, e per vedere e percepire il proprio corpo deve spesso sforzarsi, deve imporsi di mantenerne la consapevolezza. Avere un diario in cui appuntare quel che scopre [o semplicemente ciò che lo stupisce] è un modo per rimanere focalizzato sul proprio corpo.

L’ultima opera di Pennac offre al lettore un punto di vista inconsueto rispetto al vivere quotidiano di un uomo, un’esercizio di pensiero laterale – come ho premesso – legato a una vita intera, portato avanti quasi quotidianamente. Lo stile aggraziato, il tono stupito quanto riflessivo, il ritmo della narrazione mai costante, rendono impossibile al lettore definirlo un libro morboso o volgare: la morbosità è solo quella relativa alla costanza del punto di vista; la volgarità assolutamente annientata dalla scelta dei termini, dal trapelare dello stato emotivo del protagonista senza nome [è solo il papà di Lison, l’immutabile soggettiva impedisce di scoprirne l’identità], dalla scientificità o dalla profonda umanità delle riflessioni.

Un libro da leggere, un diario che si vorrebbe aver tenuto!

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5 commenti
  1. Claudio Biondi
    Claudio Biondi dice:

    Enter your comment here secondo me è un libro per giovani… pur amando Pennac, non sono riuscito ad apprezzare questo suo ultimo… probabilmente perchè troppo “vicino” al protagonista-naacosto.

  2. ale
    ale dice:

    Ciao Claudio,
    innanzitutto grazie per il tuo commento. Sicuramente ogni lettura per essere da noi completamente apprezzata ci deve trovare in uno stato d’animo compatibile con il suo contenuto e deve saperci in un certo modo sorprendere, o perché comprende riflessioni a cui non siamo ancora riusciti a dar voce, o perché ci fa vivere indirettamente esperienze a cui non abbiamo accesso. In “Storia di un corpo” quel che ha indotto il mio “stupore” è soprattutto il punto di vista, la tipologia – per me inconsueta – di autoreferenzialità innanzitutto fisica e solo dopo emotiva, elemento per me indipendente dall’età della voce narrante e che mi fa rimanere scettica rispetto al fatto che debba essere considerato necessariamente un “libro per giovani”, piuttosto forse è da ritenersi una lettura meno appassionate per chi è del tutto consapevole di sé, e dal punto di vista “materico” che da quello emotivo. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi 🙂

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