025_Who is Alice_Myoung-Ho Lee © Alessandra Colucci

Venezia vol. 4/5 [la Biennale in città]

Quarto episodio [il penultimo, dai!] delle mie finte-ferie agostane 2013 a base di arte contemporanea della 55° Biennale di Venezia [ma non solo]. Oggi vi racconto di padiglioni nazionali ed eventi collaterali alla Biennale sparsi per la città: quelli che ho visto e che non potete mancare, e quelli che ho visitato, ma per me potete evitare.

PADIGLIONI NAZIONALI

Portogallo > il padiglione portoghese è in realtà uno splendido barcone ormeggiato vicino ai Giardini della Biennale, tutto ricoperto di azulejos meravigliose e dagli interni completamente foderati in sughero. Più bello il contesto che l’esposizione, ma se riuscite a salirci in orario di “tour” mi farete invidia, visto che io non sono riuscita a esser presente quando ha levato gli ormeggi per un giro in laguna.

Estonia > un tuffo in una disarmante semplicità i scala di grigi. Grazie alle particolarissime “lampade” di Dénes Farkas – riproducenti ambienti bianchissimi e quasi labirintici – e a un paio di altri elementi, il padiglione estone è sicuramente tra i miei preferiti. Null’altro da aggiungere.

Bosnia Erzegovina > esposizione molto intrigante “The garden of delight”, una sorta di mappa mentale riportata sulle pareti con frecce in ferro e parole in decalcomania: né a parole né in foto rende abbastanza bene, dovreste andarci!

Montenegro > Ho adorato il padiglione allestito dal Montenegro: tre piccole stanze, ma ognuna nascondeva un’esperienza visiva. In “Further than Beyond” si era al buio, il cammino illuminato solo da un proiettore e dagli splendidi riflessi di fili sottili come capelli e color del rame che creavano eleganti giochi di luce; in “Image Think” si era sempre al buio e completamente avvolti [anche sotto i piedi, ai limiti delle vertigini] da giochi di luci, quasi come essere sospesi in un cielo stellato; infine in “Ecce Mundi” ci si trovava come d’improvviso al centro di una stanzetta le cui pareti erano completamente adornate da una textur in stile “foglio a quadretti” su cui, in ogni quadretto, di alternavano piccoli omisi neri e piccoli omini grigi apparentemente disegnati a penna: una splendida follia.

Ucraina > l’esposizione non mi ha entusiasmato, ma chi – come me – si fa incuriosire dalle opere composte dall’accostamento di una molteplicità di tele o illustrazioni differenti e stracolme di dettagli, troverà un paio di pareti su cui posare volentieri gli occhi.

Azerbaijan > in questo padiglione sono rimasta letteralmente affascinata dalle opere di Rashad Alakbarov capace di creare degli effetti meravigliosi utilizzando solo delle barre di metallo e la luce di un proiettore: una meraviglia inimmaginabile in cui le forme cambiano al mutare della direzione della luce o della prospettiva. Degne di nota anche le 18 fotografie stampate su plexiglass di Sanan Aleskerov che inneggiano alla trasparenza donandole un soave incanto. Da non perdere.

Nuova Zelanda > un’esposizione che ha come protagoniste le opere  molto suggestive di Bill Culbert: sedie, bottiglie di detersivi e stravaganti ampolle vengono reinterpretate completamente, cambiano destinazione d’uso, “illuminate” [anche letteralmente] dal senso artistico del loro ideatore. Consigliato.

Ho visitato anche il padiglione delle Maldive e quello dell’Asia Centrale, ma senza trarne alcuna ispirazione: peccato!

EVENTI COLLATERALI

The Museum of Everything > soprattutto una simpatica trovata: in un contesto iper-colorato, quasi in stile “giostra” o “circo” [d’altra parte pare sia un’istituzione anglosassone itinerante!], vengono presentati numerosi dipinti dell’artista autodidatta Carlo Zinelli. Diciamo che Zinelli non è riuscito, purtroppo, a coinvolgermi emotivamente quanto il merchandising del museo.

The intimate subversion > Ángel Marcos “riempie” la Scuola di San Pasquale: al piano terra istalla una gigantesca scritta “NON OLET”; al piano superiore è come se facesse un maxi “bucato” di ambienti densi di intimità che, se da un lato “accolgono” lo sguardo, dall’altro lo tengono a distanza come fosse quello di un voyeur. Un po’ fuori mano rispetto al resto, ma da vedere.

Ai Weiwei – Disposition > questo artista mi piace proprio! In maniera differente da come c’era riuscito con la sua istallazione nel padiglione tedesco, riesce nuovamente a stupirmi creando nella Chiesa di S. Antonin dei grandi parallelepipedi in cui guardar dentro e, passo dopo passo, leggere una storia di carcere e violenza: la sua. Molto toccante.

Future Generation Prize > una mostra che definirei “spocchiosa”: c’erano più cartelli con su scritto “no photo”, “no entry”, “no smoking” che opere. È l’unica esposizione della Biennale di cui non ho immagini e in cui non mi sono sentita a mio agio, oppressa dagli eccessivamente ripetuti divieti che guastavano la fruizione delle istallazioni. Spiacevole!

“Ghosts” di Patrick Mimran [Palazzo Malipiero, ma sulla mappa della Biennale non la trovo] > i suoi dipinti mi hanno appassionata meno delle sue postcard, derivanti da una campagna di sensibilizzazione nei confronti dell’arte organizzata da Mimran [negli USA, credo]: le ho comprate tutte e 25, con somma gioia dell’addetta alle vendite che non aveva pronti i “pacchetti all inclusive” e ha dovuto tirarne fuori una da ognuna delle 25 bustine che aveva a disposizione.

A remote wishper > Pedro Cabrita Reis personalizza completamente gli spazi di Palazzo Falier utilizzando luci al neon, barre di alluminio e pochi altri oggetti per poi meta-esporre gli ambienti all’interno della stessa mostra fotografandoli: un’interessante percezione dello spazio di cui rimane impresso lo “stridìo” stilistico prodotto da ambienti antichi ed eleganti al contatto con materiali industriali dal gusto “lavori in corso”.

Who is Alice? > una mostra molto creativa che, ovviamente, a me ha fatto pensare ad Alice nel Paese delle Meraviglie. Non so quanto il riferimento letterario volesse essere esplicito, ma io ho ritrovato varie tematiche del romanzo tra i dettagli delle opere: il tempo tanto caro al Bianconiglio messo a fuoco da Young-Geun Park nelle sue due tele posti ai lati dell’ingresso [una in bianco – nella foto – e una in nero],  la foresta incantata ricreata da Haegue Yang e l’albero che nasconde il passaggio segreto fantasiosamente fotografato da Myoung-Ho Lee in molteplici varianti.

Di tutto quel che ho visto, ecco le prove fotografiche:

 

Il mio reportage di viaggio su Venezia e la Biennale sta per concludersi, mi manca solo di raccontarvi delle esposizioni d’arte contemporanea che ho visitato e che non hanno a che fare con  la Biennale: a mercoledì per l’ultima puntata! 🙂

Leggi anche:
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