020_James Lee Byars_Byars is Elephant © Alessandra Colucci

Venezia vol. 5/5 [Peggy Guggenheim e l’arte contemporanea]

Ed eccoci arrivati all’episodio conclusivo [non ce la facevate più, eh?] delle mie finte-ferie agostane 2013 in cui ho fatto il pieno di arte contemporanea. Vi ho raccontato della 55° Biennale di Venezia in tutte le salse, ora è il turno delle location che con tale evento non hanno collegamenti espliciti: Peggy Guggenheim Collection, Fondazione Punta della Dogana e Palazzo Grassi, la galleria d’arte Contini.

In realtà, soprattutto per quanto riguarda la Peggy Guggenheim Collection, ogni immagine – seppur amatoriale – varrà veramente più di mille parole, considerando anche che tale collezione – come se non bastasse – è a sua volta arricchita dall’esposizione della Collezione Gianni Mattioli e da quella di Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof, oltre che dalla mostra dedicata a Robert Motherwell.
All’ingresso, ancor prima di fare il biglietto, si è accolti da un paio di sculture, tra cui Sentinell V di David Smith; nei giardini si può già perdere il senno contemplando innumerevoli opere, l’una più affascinante dell’altra; poi si accede alla “casa” e si rischiano letteralmente le vertigini girovagando tra un numero imprecisato di Picasso, Warhol, Fontana, Giacometti, Kandinsky, Malevich, Pollock… per citarne solo alcuni. Credo di dovermi ancora completamente riprendere da questa esperienza, dato che sono ancora senza parole!

Ho apprezzato moltissimo anche la visita alla Fondazione Punta della Dogana in cui persino gli spazi espositivi mi hanno piacevolmente colpito. In questo caso, durante il percorso, mi sono soffermata ad ammirare:

  • Relatum di Lee Ufan, un’istallazione che lasciava trapelare una quasi insostenibile forza, rabbia anche
  • Il neon di Mario Merz con la frase Se le forma scompare la sua radice è eterna presente in altra “cornice” nei giardini della Peggy Guggenheim Collection
  • Phase of Nothingness di Nobuo Sekine, quadro [?] un po’ inquietante – per la verità – ma molto affascinante
  • Catasta di Alighiero Boetti che, con i suoi moduli regolari, l’alternarsi di pieni e di vuoti, la leggera rividezza del metallo che si poteva “sentire con gli occhi” mi ha molto colpito
  • Byars is Elephant di James Lee Byars che ho trovato – ma non chiedetemi perché – molto ironico, assurdamente eccessivo

La stessa sensazione di piacevole appagamento non mi ha seguito, purtroppo, a Palazzo Grassi in cui si teneva la personale di Rudolf Stingel. Ora, io non sono mai stata prima in tale palazzo e non so come sia allestito d’abitudine, ma impacchettarlo completamente [pavimenti, pareti, soffitti, tutto!] in una sorta di moquette che ripropone gli arabeschi di un tappeto persiano e poi sistemarci le opere di Stingel una per stanzone non mi ha trasmesso sensazioni molto positive. Essendo Agosto l’atmosfera era quasi opprimente, la grafica della moquette – a mio parere – non permetteva alle tele di risaltare il giusto, e dedicare uno spazio di decine di metriquadri a opere che in alcuni casi erano più piccole di un A4 mi è sembrato eccessivo, quasi scortese nei confronti del visitatore. In sintesi, se dovessi tornare indietro mi risparmierei i soldi del biglietto [che fortunatamente ho comprato “a pacchetto” con Punta della Dogana].

Consiglio invece caldamente di entrare almeno in una delle sedi della galleria d’arte Contini: non ho potuto fare foto all’interno, ma c’erano opere di Ferdinando Botero  e Robert Indiana che non si riusciva a contarle e molte, molte altre cose interessanti: praticamente un museo!

Il mio reportage in 5 puntate su Venezia e la Biennale si conclude qui: a me fa da archivio di input creativi, ma spero che a qualcuno di voi possa essere utile per prender spunto durante il proprio viaggio… e poi magari fatemi avere il vostro punto di vista.

E ora, rifatevi gli occhi con le foto di questa puntata! 😉

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  2. Pa ha detto:

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