San Francisco - Alcatraz © Alessandra Colucci

Alcatraz [San Francisco] – 3 di 6

Dopo aver condiviso con voi le mie riflessioni su San Fancisco e avervi presentato la città in generale, nonché dopo aver cercato di trasmettervi l’elettrizzante ebrezza del mio tour in cable car, direi che per il mio reportage a puntate è arrivato il momento di trattare di Alcatraz e del mio “viaggio nel viaggio” sull’isola dall’inquietante passato.

ALCATRAZ E L’IMMAGINARIO

Nell’immaginario collettivo, grazie soprattutto a film e serie TV che l’hanno vista protagonista, Alcatraz è un luogo sinistro e inquietante in cui venivano incarcerati e inumanamente trattati i più efferati serial-killer e farabutti, scartati dalla società e assicurati alla giustizia in modo che non potessero più rimetter piede in città, salvo evasioni. In realtà Alcatraz era una prigione federale, dunque raccoglieva per lo più prigionieri colpevoli di crimini quali furti a danno di banche e istituzioni, truffe, evasione fiscale e altre cose del genere, pare che solo uno o due in tutta la storia del carcere fossero assassini.

Alcatraz, dunque, non era una prigione di massima sicurezza, nonostante fosse un luogo da cui era terribilmente difficile evadere [anche se diversi ci hanno provato e forse almeno uno ci è riuscito] dato che è un’isola e che le acque che la circondano pare siano particolarmente fredde e rese turbolente dalle correnti che percorrono la baia di San Francisco. I detenuti qui avevano il “privilegio” di potersi tener occupati lavorando nelle grandi lavanderie a servizio delle basi militari dell’entroterra provvedendo al lavaggio delle uniformi, avevano a disposizione una mensa e un’infermeria tutta per loro, oltre al “famoso” cortile. In sintesi, pare che venissero trattati relativamente bene e che difficilmente finissero in isolamento o nel “buco”, come abbiamo visto accadere nei film.

Certo è che non so quanto riuscissero ad apprezzare il meraviglioso panorama di Alcatraz che ogni giorno mostrava loro lo skyline di San Francisco, il Golden Gate Bridge e le altre meraviglie che circondano la baia, e quanto invece ritenessero la “vista” un aggravante della loro pena, dato che deve aver loro ricordato ogni istante la libertà perduta.

Per me è stato interessante notare come, nonostante mi si raccontassero tutte queste cose, nonostante mi si descrivesse Alcatraz come un luogo in cui lo stile di vita del carcerato non era poi così male, la mia percezione dell’isola e delle strutture che stavo visitando rimanesse indissolubilmente legata alle sensazioni provate durante il mio consistente consumo di fiction. Mi è stato impossibile non rabbrividire camminando per i corridoi che separano le celle, non trasalire alla vista del “buco” e del cortile, non raggelare di fronte alla stanza dell’elettroshock o alla vista della torretta di guardia. D’altra parte era un po’ come essere su un set cinematografico molto, molto realistico!

ALCATRAZ E LE RISORSE DI AMPLIAMENTO

Dal punto di vista “business”, Alcatraz funziona fantasticamente. Essendo un’isola, la si può raggiungere esclusivamente prenotando – e con larghissimo anticipo, mi raccomando [in alcuni periodi dell’anno la visita richiede anche più di una settimana di preavviso] – il proprio posto su una delle navi assolutamente ecosostenibili [sfruttano l’energia del sole e del vento, che a San Francisco non mancano di sicuro] dell’Alcatraz Cruises, se si vuole si viene dotati – a pagamento – di audioguida e dall’edificio principale non si può uscire senza passare dall’enorme punto vendita dedicato al merchandising.
L’unica cosa che non mi spiego del tutto riguarda l’assenza di un ristorante o un punto ristoro sull’isola [è possibile acquistare solo acqua] che, a mio avviso, porterebbe ulteriori enormi guadagni.

In vendita nello shop, oltre ai consueti gadget “da turista”, una serie di idee meravigliosamente in linea con il brand della location: la tazza, il cucchiaio e il vassoio da detenuto, il fischietto da guardia carceraria, le ricette della cucina della prigione, i magneti o i poster con le regole che ogni prigioniero era tenuto a rispettare… e mille altri oggetti più o meno apparentemente inutili, ma impregnati dell’atmosfera del luogo. Io, solo lì avrei passato un mese.

Oltre alla gadgettistica, Alcatraz sfrutta i suoi spazi per organizzare mostre ed eventi. Durante il mio soggiorno era la volta dell’esposizione di AI WEIWEI denominata “@Large”.
La mostra si apriva con un fantastico drago di carta velina dai colori sgargianti e dall’espressione minacciosa il cui lunghissimo corpo si snodava attraverso l’immenso spazio di uno degli edifici della prigione, attorno alle colonne di cemento e lungo le pareti.
In un secondo stanzone l’artista ricorda i nomi e i volti di alcuni dei personaggi che – come lui – sono riusciti o stanno cercando di cambiare la storia contrastando apertamente le politiche in atto nei loro Paesi: la meraviglia del suo lavoro sta nel fatto che l’enorme opera è stata completamente realizzata utilizzando i mattoncini Lego, un’impresa sicuramente ardua il cui risultato è da togliere il fiato.

ALCATRAZ’S GALLERY

 

Per chi si sta appassionando al mio reportage, sappiate che venerdì sarà la volta della “puntata” sul Golden Gate Bridge, non perdetevela! 🙂

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