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Oxford e i Festival di Agosto

Durante il mio mese a Oxford, ho dedicato le mie mattinate al lavoro e al perfezionamento della lingua inglese, ma ho avuto modo di riempire i miei pomeriggi e i miei week end con una serie praticamente infinita di attività tra le più variegate. Tra le cose da fare in Agosto, per esempio, tre iniziative molto interessanti: “The Oxford Wine Festival”, “The Thai Food and Culture Festival” e “The Foodies Festival”.

Si tratta di tre occasioni volte sia a intrattenere e divertire che ad avvicinare turisti e residenti a specifiche sfere di conoscenza, rispettivamente: i vini, la cultura e il cibo Thai, il cibo e la cucina in genere. Tutte e tre le iniziative sono riuscite a coniugare perfettamente questi due obiettivi, associando l’attività fieristica prevalentemente commerciale e formativa, a una serie di attività ludiche tra cui – immancabile – la musica.

Per darvi qualche dettaglio, al “The Oxford Wine Festival” l’atmosfera era molto jazz, con un trio di musicisti un po’ attempati, ma dalla grandiosa energia che si esibiva nello piccolo splendido atrio-giardino della Oxford Union, proprio di fronte ai tavoli su cui ci si poteva accomodare tra un bicchiere e l’altro, consumando un hamburger o un’insalata. All’interno, oltre ad ammirare stand e location, sono rimasta colpita dal fantastico storytelling con cui ogni espositore intratteneva, coinvolgeva e in molti casi convinceva alla degustazione il suo interessatissimo pubblico.

Molto, molto, differente, l’atmosfera che aleggiava durante “The Thai Food and Culture Festival”: allegramente chiassosa e sicuramente curiosa, rinvigorita dalla bella giornata regalata a tutti i partecipanti accorsi al Botley Park. Nonostante la musica Thai e le esibizioni di arti marziali non siano proprio il mio genere, trascorrere qualche ora seduta sul prato assaggiando diversi dei piatti tradizionali proposti dagli espositori, ha trasformato una semplice domenica in un’esperienza di gusto assolutamente godibile.

Infine “The Foodies Festival”, la fiera su cui personalmente avevo riposto maggiori aspettative e che – forse anche per questo – non è stata completamente appagante. A parte qualche stand strabiliante per allestimento e tipologia di cucina, gli alti costi, la non sempre altrettanto elevata qualità delle pietanze e la poco coinvolgente atmosfera hanno portato un’ombra di disappunto sulla giornata. Poco interessanti anche gli speech e i workshop organizzati durante l’evento, soprattutto per la mancanza di interazione di qualche tipo con il pubblico.

Altro su Oxford e gli UK

Atro sui viaggi

 

 

LaundroMat e le macchie serigrafate [direct marketing]

LaudroMat, catena di lavanderie self service, per dare visibilità ai propri servizi in Brasile – ove questo tipo di attività non è molto popolare – e convincere i potenziali clienti a provare i propri punti vendita, ha organizzato una campagna di direct marketing veramente molto creativa, ai limiti del surreale.

LaundroMat ha puntato la propria campagna di direct marketing su un capo di abbigliamento che difficilmente non è presente negli armadi: la T-shirt serigrafata. Il brand ha dunque creato delle magliette dalle bellissime stampe da inviare ai propri clienti-obiettivo insieme all’invito a un “lavaggio gratuito” presso uno dei propri punti vendita.

Sin qui non ci sarebbe nulla di originale, se non fosse che la serigrafia delle T-shirt, anziché essere stampata usando i classici colori per tessuto, è stata creata usando alcuni dei cibi che – oltre a poter vantare un diffusissimo consumo – hanno acquisito nel tempo una certa fama negativa dovuta alla difficoltà di eliminarne le macchie dai vestiti qualora capiti di versarseli addosso: senape, ketchup, salsa di soia e latte al cioccolato.

Le bellissime quanto “sporche” magliette, dunque, sono state da molti portate in un negozio LaundroMat al fine di testare, lavando via le stampe, l’efficienza del servizio proposto.
LaundroMat, che nel suo pay-off afferma “Dirt. Easy come, easy go.” [trad. ita. “Sporco. Facilmente arriva, facilmente se ne va.”], mantiene la sua promessa di brand e in un mese riesce ad aumentare la propria clientela del 38%.


[via]

Creativo e strategicamente ben congegnato, non trovate?

Altro sul direct marketing

Land Rover: mangia come guidi

Land Rover è l’auto pensata per “tipi tosti” che amano l’avventura, e l’avventura non è solo fatta di terreni impervi, ma anche di curiosità, capacità d’adattamento, luoghi inesplorati e culture differenti dalla propria. Land Rover lo ricorda nella sua campagna pubblicitaria, scegliendo di sostituire l’immagine dei suoi inarrestabili fuoristrada con quella di pietanze dall’aspetto quantomeno “inconsueto”.

Land Rover - campagna pubblicitaria

Land Rover - campagna pubblicitaria
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Non si può dire che la campagna pubblicitaria Land Rover non sia creativa. Il concept si basa sull’analogia tra due differenti tipi di spirito avventuroso: quello di chi ama esplorare percorsi mai tracciati alla guida di un’auto che non teme le avversità e quella di chi ha il coraggio di assaggiare piatti “tipici” di popoli lontani, sia in termini geografici che dal punto di vista culturale [rispetto, ovviamente, alla provenienza dei potenziali clienti Land Rover].

Ognuno dei quattro visual si compone di una fotografia degna di una rivista patinata di gastronomia raffigurante una pietanza che, complice l’impossibilità di degustarla in un ristorante per quanto “etnico” possa essere, scatena la percezione del “sublime”, un mix tra meraviglia, attrazione, terrore e raccapriccio.
Il testo di ogni soggetto descrive il piatto riprendendo lo stile dei libri di ricette, facendo seguire al nome della portata il suo contesto di consumo principale e sostituendo la consueta indicazione del “grado di difficoltà” a cui ci si sottopone preparandola con l’“adventure rating”, ovvero il “grado di avventura” a cui si sottostà assaggiandola.

Toasted Goliath Tarantula
Tarantole Giganti tostate
A favourite snack for children in the Orinoco River Basin.
Uno degli spuntini preferiti dai bambini nel bacino dell’Orinoco.
Adventure rating: 8/10

Fruit Bat soup
Zuppa di Pipistrello della Frutta
A gourmet treat on the Island of Palau.
Un piatto da buongustai dell’Isola di Palau
Adventure rating: 10/10

Stewed Wildebeest Eyeballs
Occhi di Gnu stufati
A tribal delicacy served at weddings in the Namibian Bush.
Una prelibatezza tribale servita ai matrimoni nella regione selvaggia della Namibia.
Adventure rating: 9/10

Stir Fried Sago Worms
Vermi Sago saltati in padella
A popular breakfast dish in the Jungles of Borneo.
Un piatto popolare per la prima colazione nelle giungle del Borneo.
Adventure rating: 7/10

Per quanto mi riguarda i Vermi Sago dovrebbero avere un punteggio molto più alto, per il resto, forse, riuscirei ad assaggiare le Tarantole Giganti, ma credo che davanti alle altre “prelibatezze” mi lascerei morire di fame con serenità. Land Rover, non credo di essere parte del tuo target… comunque complimenti per l’avvincente campagna! 🙂

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Lo chef più “social”? Carlo Cracco

Lo studio realizzato da Mimesi e Reed Gourmet incorona Carlo Cracco “chef più amato dai social”: curiosa connessione tra il settore Food, le sue indiscusse star – gli chef stellati – e il monitoring delle conversazioni generate dal social networking.

Dal comunicato stampa:

Parlare di cibo, cucina e chef è oggi di gran moda. Gli esperti in materia aumentano, grazie anche alle trasmissioni tv, ormai presenti su ogni canale. Ma come si comporta il mondo dei social nei confronti delle star della cucina?

Lo analizza un Osservatorio realizzato da Mimesi e Reed Gourmet – entrambe società del gruppo Reed Business Information-, in occasione del Digital Festival in programma a Torino dal 3 al 20 maggio. Realizzato nel mese di aprile, l’osservatorio ha rilevato e analizzato tutte le conversazioni sui social media (Blog, Forum, Facebook, Twitter, ecc.) che avevano come protagonisti gli chef stellati, celebrati dalle guide e resi famosi dai programmi televisivi.

Ne è emerso un quadro di grande interesse. Altissimo il numero di post, oltre 4.000, dedicati ai vari protagonisti del settore, da cui emerge una Top Five che vede al primo posto Carlo Cracco che, con il 44,1% delle conversazioni (quasi 2.000 post) stacca tutti gli altri colleghi. Da questo risultato appare chiaramente come la forte esposizione mediatica (in questo caso il programma Masterchef) sia il driver più rilevante nella diffusione del suo nome. Questa tesi è supportata anche dal fatto che Bruno Barbieri, chef dalle indiscusse qualità e vincitore di numerosi premi internazionali, è il secondo personaggio più discusso (15,9%) anche grazie alla sessione di domande e risposte all’interno della pagina Facebook di Cielo TV nella quale interagisce direttamente con gli utenti. Seguono Davide Scabin con il 12, 2%, Massimo Bottura con il 9,3% e Antonino Cannavacciuolo con il 6,3%. (vedi Grafico 1)

Grafico 1_Top Five_Chef sui Social Media

Se le conversazioni che riguardano Carlo Cracco appaiono elevate lungo tutto il mese di monitoraggio, quelle relative agli altri chef mostrano alti e bassi in base alle notizie e ai comunicati stampa che li riguardano. Le citazioni di Massimo Bottura hanno un picco in seguito alla pubblicazione dei risultati della World’s 50 Best Restaurants, classifica in base alla quale il suo ristorante, Osteria Francescana, conquista il terzo posto tra i migliori ristoranti del mondo (Grafico 2_C).

Le conversazioni su Davide Scabin registrano il loro picco il 26 aprile, quando partecipa al programma la Terra dei Cuochi su Rai Uno. E’ interessante notare che gli utenti danno pareri positivi sullo chef, pur all’interno di post negativi per il programma (Grafico 2_B). Le discussioni su Cannavacciuolo mostrano un picco il 16 aprile a fronte dell’annuncio della sua partecipazione alla trasmissione “Cucine da Incubo” in partenza l’8 maggio su Fox (Grafico 2_A).

Grafico 2_Trend conversazioni

Proprio per la grande correlazioni tra chef e trasmissioni televisive, la fonte predominante di conversazione è Twitter, strumento che gli utenti utilizzano per commentare in tempo reale ciò che stanno osservando in tv.
E per la commistione fra le tematiche Food e il digitale durante il Digital Festival, realizzato anche grazie al contributo di Mimesi e di Reed Gourmet, ci saranno una serie di iniziative che dall’11 al 20 Maggio coinvolgeranno il grande pubblico con attività di Social Eating, Food Contest, convegni e attività esperienziali. Per maggiori informazioni: segui il link.

Altro sui social network

Scegli la birra giusta per ogni occasione con una Facebook app

Ti piace la birra, la adori, ma sei sicuro di sapere come scegliere quella giusta da abbinare a ogni situazione di consumo e a ogni tipologia di cibo? Ora The Beer Recommender viene in tuo aiuto.

Se non sei propriamente un esperto, ma la birra è qualcosa che bevi più che volentieri e vuoi vantarti di saper distinguere i diversi brand in commercio per struttura, varietà e corpo al fine di selezionare la birra più adatta a ogni momento specifico, ora puoi utilizzare la Facebook app di Cervezas del Mundo, The Beer Reccommender.

L’app è stata ideata per poter riconoscere ed utilizzare la tua posizione geografica, definire la data e l’ora in cui vuoi consumare birra, capire se dove ti trovi è primavera piuttosto che estate, autunno o inverno, calcolare la temperatura, incrociare questi dati con le raccomandazione di sommelier specializzati nella degustazione di birra, analizzare il tutto e consigliarti la migliore birra premium in accoppiata a un piatto gourmet.


[via]

Per fare in modo che le persone smettano di pensare che la birra possa essere bevuta solamente con la pizza o accompagnata da miseri stuzzichini, Cervezas del Mundo ha creato questa Facebook app per educare i consumatori al consumo e aiutarli nella scelta della birra ideale per ogni occasione. Un’idea molto smart, che utilizzando il social network più diffuso al mondo, riesce ad attrarre e dialogare con un pubblico fortemente variegato, comprendendo i più grandi consumatori di birra nel panorama socio-demografico, i giovani.

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Pupille & Papille – A pranzo a “La Locanda di Bacco” [Monterotondo]

In vista delle feste, in maniera direttamente proporzionale alla voglia di rivedere parenti e amici e trascorrere finalmente con loro un po’ di tempo, si moltiplicano come funghi le occasioni “mangerecce”. Qualora fosse “sazi” dei panorami romani, ma non del buon cibo e buon vino, senza farvi percorrere distanze siderali vi consiglio di organizzare una gita fuori porta a Monterotondo e prenotare un tavolo a “La Locanda di Bacco”.

MONTEROTONDO

Ho vissuto parte della mia infanzia e tutta la mia adolescenza a Monterotondo. Seppur fosse discretamente diverso da come appare oggi, ho sempre pensato che sia una graziosa cittadina, molto vivibile soprattutto se si hanno dei figli e non si amano i ritmi frenetici della città, ideale nel caso in cui non si abbia neppure voglia di ritirarsi nella serenità – a volte eccessiva – della campagna.

Situato a circa 20 kilometri a nord di Roma [e a questa collegato anche dalla linea ferroviaria metropolitana FR1], Monterotondo è proprio all’incriocio tra la via Salaria e la via Nomentana e – a differenza di parecchi altri centri nelle immediate vicinanze della capitale – è un centro abitato abbastanza grande [conta oltre 40.000 abitanti], molto vivo [fortunatamente non è solo un paese-dormitorio], dotato di buone infrastrutture e servizi che lo rendono alquanto autonomo e autosufficiente sia in fatto di formazione che di divertimento.

Come tutti i centri di origini medioevali, Monterotondo sviluppa il suo centro storico e commerciale intorno al Duomo, alla sua piazza e al Castello [oggi sede degli uffici comunali, ma un tempo appartenente alla famiglia Orsini-Odescalchi] e si fa apprezzare anche grazie alle due aree pedonali che contribuiscono a rendere gradevole il passeggio, soprattutto quando – ogni seconda domenica del mese – tutto il centro diviene teatro della fiera dell’antiquariato.

IL RISTORANTE

“La Locanda di Bacco” si trova al margine estremo del centro storico della cittadina e dalla strada risulta un po’ nascosto a causa della poca evidenza dell’insegna. All’interno il locale non è non molto grande [saranno circa 30-40 coperti a occhio], ma l’atmosfera immediatamente si dimostra accogliente, intima e curata in ogni dettaglio: gli arredi in legno scuro dallo stile rustico ed elegante al tempo stesso; le sedute rivestite e il tovagliato in tinta perfettamente apparecchiato; le carni esposte, il fuoco acceso in attesa dei cibi da cuocere alla brace o alla griglia. Un po’ buio, forse, ma non tanto da non perdonarglielo.

Per quanto riguarda lo staff, dire che è cortese e preparato è sicuramente riduttivo. I modi della proprietaria nell’esporre il menu sono un incrocio tra la professionalità di un maître d’esperienza e l’abilità di narratore di un cantore di gesta eroiche. Ognuno è pronto all’ascolto, al sorriso, al gesto aggraziato e gentile. E poi, una volta ordinato, il cibo fa il suo ingresso trionfale.

Ogni piatto è un tripudio di forme, colori, aromi e gusti. Ogni specialità è tanto abilmente descritta e presentata quanto accuratamente cucinata e impiattata. Si comincia a mangiare con gli occhi, prima di assaporare le pietanze.
Purtroppo non ho una memoria abbastanza buona da ricordare il nome dei piatti, ma non importa perché sarete sicuramente ben consigliati: tutti ingredienti stagionali, carni italiane di qualità elevata, ricette della tradizione rivisitate abilmente dalla creatività dello chef.

 

Il resto lo scoprirete da voi… e poi ditemi se avevo ragione a consigliarlo! 😉

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Cook & Love con Polli

Polli, importante label del food italiana, crea il Polli Cooking Lab e indaga sul rapporto tra cibo ed eros ai fini dell’armonia di coppia intervistando oltre 90 esperti tra sessuologi, chef stellati e psicologi: ne riporto qualche risultato e qualche consiglio per mettere a punto una perfetta Cooking Therapy. 😉

Cook & Love via "the style help"Secondo lo studio messo a punto dal Polli Cooking Lab, infatti, pare sia la cucina il luogo più adatto a costruire e rafforzare il feeling di coppia puntando su creatività e complicità, soprattutto quando “lui” decide di mettersi ai fornelli per conquistare “lei” [almeno secondo quanto sostiene il 52% dei sessuologi, psicologi e chef stellati interpellati] poiché “attraverso la cucina e la preparazione di piatti semplici, genuini e gustosi, infatti, si riesce a stupirla (58%), a coinvolgerla in un gioco di seduzione (45%), si stimolano tutti i suoi sensi (37%)”.

In base ai dati dell’indagine si evince che la casa, come luogo di conquista, batte quindi discoteche (37%) e località turistiche (34%), in quanto offre più intimità (65%), più tranquillità e dà più spazio al gioco (58%)”: dati confermati anche da recenti rilevazioni del Censis che sottolineano come, “complice la crisi, gli italiani riscoprono il piacere di restare in casa e di preparare gustosi menù per parenti e amici soprattutto nei giorni festivi, durante i quali si raggiunge il record di oltre un’ora davanti ai fornelli (69 minuti)”.

E pare che, di tutta la casa, “per il 73% degli esperti è la cucina il luogo più seduttivo”, ma solo se è “lui” a “spadellare” per mettere in tavola ricette semplici (68%), ma gustose (63%) e leggere (74%), in modo da non appesantire e rendere piacevole anche il post cena”, puntando su tutto ciò che può affascinare i sensi “dai sapori dei cibi (78%), ai colori delle pietanze (65%) passando per i loro profumi (55%), tutte cose che contribuiscono a creare un’esperienza multisensoriale che coinvolge i due partner e fa scoppiare la scintilla della passione”.

Da qui le 5 regole d’oro della Cooking Therapy estrapolate da Polli a seguito della sua indagine:

1. Acquistare insieme aiuta: la scelta del menù passa attraverso la spesa; se condivisa, crea affiatamento nella coppia. Basta scegliere prodotti genuini e leggeri che aiutano il metabolismo, facili sia da preparare che da consumare.

2. Cucinare con semplicità è un esperienza multisensoriale: la preparazione delle pietanze è una fase importante; toccando e manipolando gli alimenti, si stimolano i sensi e si accende la passione. Gli esperti consigliano di scegliere cibi freschi, colorati, prediligendo frutta e verdura.

3. Allestire la cucina e la tavola con gusto: occorrono pochi e semplici accorgimenti per rendere l’ambiente romantico e gradevole, attraverso tonalità calde sia nei colori sia nelle luci, e impreziosendo la tavola con piante e fiori aromatici, così da soddisfare vista e olfatto, due sensi fondamentali per trasmettere un senso di rilassatezza.

4. Scegliere la giusta colonna sonora: occorre scegliere un sottofondo musicale apprezzato da entrambi, o che richiami magari un episodio particolare della propria vita di coppia, capace di ricaricare l’energia e di creare la giusta atmosfera. Anche l’udito contribuisce a trasformare positivamente ogni esperienza.

5. Conquistarla, infine, a tavola: movenze e gestualità nella degustazione dei cibi, con semplicità e armonia, possono far scattare la scintilla tra i due partner, allo scopo di ritrovare il feeling e riaccendere la passione.

Sicuramente non un’idea originalissima, quella di Polli, dato che segue varie altre iniziative che avevano simili presupposti [es. lo Show Cucching, il corso di seduzione ai fornelli], ma ottima per ricordare una volta in più che l’intimità e la complicità si costruisce nella quotidianità, nel condividere attività semplici, e che il cucinare è sempre un atto d’amore verso sé e verso i nostri commensali. 🙂

Altro sulla cucina

KFC e l’evoluzione del consumo di cibo

KFC, brand icona del pollo fritto, ha creato una divertente campagna dal claim “Life gets easier” [trad. ita. “La vita diventa più semplice”] che sottolinea quanto più facile e conveniente sia procurarsi il cibo ordinando la consegna a domicilio dei propri prodotti.

KFC, nella sua campagna pubblicitaria a Singapore volta alla promozione del servizio di “delivery”, fa uso di una buona dose di ironia e della figura retorica dell’iperbole nel descrivere sui suoi manifesti l’evoluzione compiuta dall’uomo per riuscire a nutrirsi.

Il brand fonda la creatività della propria azione promozionale nella ricostruzione, che fa da complesso visual a ogni soggetto pubblicitario, di quattro fasi del processo evolutivo in relazione alle modalità di procacciarsi e consumare cibo. Tali ricostruzioni vengono proposte quasi fossero parte di un’esposizione museale, delle teche in 3D molto simili ai plastici che si trovano nei musei delle scienze, delle arti e delle tecniche o antropologici: in questo modo l’operazione acquisisce un’aria istituzionale, sembra frutto di numerosi e approfonditi studi basati su serissimi documenti storici… e per le prime tre immagini di ogni serie potrebbe anche essere così, ma è con la quarta rappresentazione che si interrompe improvvisamente la percezione di verosimiglianza della composizione, è la quarta rappresentazione – l’omino al telefono, quello accovacciato sul divano o il ragazzo delle consegne a domicilio – ad apparire straniante e in contrasto con il resto.

KFC food delivery evolution - campagna pubblicitaria
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L’idea, ovviamente, è quella di porre in evidenza il “grande ruolo” giocato da KFC nella semplificazione di tali dinamiche, il risultato è surreale quanto comico.

… ma forse, a ben pensare, nei musei antropologici del futuro, siam sicuri che faremo una fine tanto diversa? Riflettiamoci. 😀

Altro sulla cucina

I segreti del photoshooting del panino più conosciuto al mondo [McDonald’s]

McDonald’s torna a far di tutto per mettere in evidenza la qualità dei propri prodotti arrivando a mostrare il dietro le quinte degli scatti fotografici ai propri panini immortalati per le campagne pubblicitarie, ma è veramente una strategia che può convincere? Non sarebbe meglio accontentarsi di essere il panino più conosciuto al mondo?

Che McDonald’s sia tra brand più famosi, che probabilmente sia la marca di fast food in assoluto più rinomata, che i suoi panini siano tra i più celebri e consumati sono tre affermazioni inappuntabili tanto da farne un video per esplicitarlo nonostante la ridondanza. Incensarsi un po’, ci può anche stare, soprattutto se si “condisce” il tutto con i valori dell’amicizia, della condivisione e si va un bel po’ in giro per il mondo a garanzia della veridicità delle proprie affermazioni, oltre che per rendere il messaggio più mirabolante.


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Quel che non capisco è perché incaponirsi nel veicolare il proprio prodotto come di prima qualità quando si agisce nel mercato dello “junk food”: è come voler dire che le patatine fritte sono dietetiche. Se McDonald’s accettasse la propia identità di fast food delle “gustose schifezze” potrebbe essere forse anche maggiormente apprezzato, o no?

Che un brand come questo dica “Faccio schifezze, ma le faccio buone e non vi propino ingredienti di scarto” se ben motivato mi pare ottimo, che cerchi di contrastare le “dicerie” su lombrichi, rifiuti e altro che qualcuno presume siano contenuti nei suoi panini, ci mancherebbe! Ma sono ormai un paio d’anni che il brand McDonald’s cerca di comunicare come se fosse una marca di cibo di altissima qualità, manco fosse una catena di locali bio a kilometri zero, e questo inizia a sembrarmi quasi una barzelletta.

Una delle ultime trovate della famosa marca è stata quella di inviare il suo direttore marketing del Canada a monitorare il backstage di un fotoshooting per mostrare che in realtà non c’è nessuna differenza tra il panino fotografato e il panino comprato… peccato che nel primo caso – per esempio – il ketchup venga messo con una siringa, l’hamburger venga cotto anche sui lati con amorevole cura e che il formaggio venga squagliato con la fiamma ossidrica…


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Non credo, poi, che basti dire che gli ingredienti sono esattamente gli stessi, almeno avrebbero dovuto cercare di renderlo più esplicito, di farlo esperire al proprio pubblico seguendo anche la preparazione del panino comprato, mostrando magari le confezioni degli ingredienti e non solamente l'”onion selection” durante lo scatto fotografico e il fotoritocco.

Non so, mi spiazza il fatto che, nonostante questo approccio abbia portato più noie che successi [avete sentito parlare delle #McDStories?], pur apprezzando la volontà del brand di voler rispondere alle domande dei propri clienti o potenziali tali, mi chiedo perché cercare a tutti i costi di inneggiare alla qualità assoluta: chi va da McDonald’s non credo proprio che lo faccia in alternativa al ristorante chic di cucina creativa alla ricerca di un “viaggio nel gusto”, ma perché è un posto easy ed economico, perfetto per stare in compagnia senza farsi problemi, senza pensare alle calorie.

In questo caso specifico, oltretutto, forse la risposta alla curiosità del cliente poteva essere data in maniera meno “marketing” e più “customer oriented”, mostrando l’intero processo e non solo il “trucco e parrucco” del panino testimonial pubblicitario. Mi sbaglio?

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