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Cosa manca al 99,5 % dei business online? [guest post by Alessio Giampieri]

Più visite, più conversioni, più clienti, più fatturato, qualunque sia il vostro obiettivo dovreste tenere a mente che esiste un elemento, ignorato dal 99,5 % dei business online, che può aiutarvi enormemente a raggiungerlo, a prescindere da quale KPI state monitorando: coltivare una community, un gruppo di fan che considerano il vostro brand come punto di riferimento nel vostro settore.

Perché una community è cosi utile per i business online?
Vi è mai capitato di leggere di aziende che hanno realizzato milioni di euro con il lancio di un prodotto? Bene, quel risultato è possibile solo grazie alla loro community, proprio come succede alla Apple quando lancia il nuovo iPhone.
D’altra parte non è assolutamente facile creare una community, anzi, per avere un gruppo reale di fan serve impegno e tempo, oltre che budget da investire. Ci sono aziende che tentano di creare una loro community per poi abbandonare l’iniziativa per il semplice fatto che inizialmente una community non genera fatturato né conversioni, quindi, seguendo il tradizionale modo di ragionare delle PMI è solo un’inutile perdita di tempo.

Come si crea una community?

Voglio condividere con voi la strategia che ho elaborato negli ultimi 5 anni dedicati a studiare e applicare il web marketing.
1. Individuare i canali migliori
I vostri clienti discutono dei loro problemi sui social network? Cercano la soluzione sui motori di ricerca? Condividono molte immagini?
Ogni nicchia di mercato ha le caratteristiche che dovreste tenere a mente e sfruttare a vostro vantaggio.
Per esempio un’agenzia specializzata in viaggi tropicali potrebbe usare canali come Facebook, Instagram o Pinterest per condividere immagini di alcuni paradisi tropicali; al contrario un consulente per gli investimenti potrebbe trovare più utile Linkedin per lavorare sul proprio personal brand.
In ogni caso dovreste preoccuparvi innanzitutto di trovare i canali che i vostri potenziali clienti stanno già usando per discutere dei loro problemi (o desideri). A quel punto dovrete semplicemente interagire e aggiungere valore a quelle discussioni.

2. Fare Content creation e Content Curation
Gli utenti, indipendentemente dai canali utilizzati, sono affamati di contenuti. Che siano immagini, pdf, post, video o qualsiasi altro genere di contenuto il vostro obiettivo è aiutare gli utenti usando questi contenuti.
Il vostro primo compito, per conquistare la fiducia della tua community, è di raccogliere i contenuti più utili in giro per il web e condividerli con i vostri fan, ma selezionando solo i migliori.
A questo punto per fare un ulteriore salto di qualità dovreste creare contenuti che possono far crescere il vostro brand, per esempio aggiungendo valore a quelli già presenti sul web, rendendoli più semplici, più professionali, più veloci, ecc. o contestualizzandoli.
Facciamo un esempio su questo articolo che parla di come creare una community:

  • Come creare una community
  • Come creare una community in 15 giorni
  • Come creare una community attorno alla tua squadra di basket

Tutti e 3 dicono la stessa cosa ma lo dicono in maniera diversa a target diversi.

3. Interagire con i propri fan
L’obiettivo di questi contenuti è di creare interazione, quindi commenti, condivisioni, like, ecc.
Il vostro compito a quel punto è interagire con queste persone, quindi, rispondere ai commenti e creare contenuti su misura per chi è aperto al dialogo. In questo modo creerete una relazione con questi utenti.

Avere una community porterebbe al vostro business tantissimi vantaggi ma, prima di ottenerli dovrete lavorare e investire nel creare con loro una relazione e per questo servirà tempo, oltre che una strategia di content marketing in grado di aumentare sempre più l’engagement: per coltivare una community di successo dovrete dimenticare, almeno inizialmente, le classiche metriche di business. Il tempo saprà ricompensarvi.

Autore: Alessio Giampieri – consulente di web marketing

A Oxford con Airbnb

Per il mio ultimo soggiorno in UK – in particolare nei 20 giorni che ho trascorso a Oxford per lavoro – ho scelto di utilizzare Airbnb, il portale che mette in contatto domanda e offerta di alloggi di qualsiasi tipo creando una community di utenti basata sulla condivisione di esperienze di viaggio.
Una scelta che rifarei e rifarò, anche per merito di Anna, la mia “host”.

Airbnb marchio
[via]

Devo ammettere che arrivare a considerare la possibilità di usare Aibnb per selezionare il posto in cui soggiornare durante il periodo che avrei trascorso a Oxford è stata alquanto casuale. Dato che il mio viaggio ha avuto prevalentemente fini professionali [anche se ho avuto modo comunque di “fare la turista”, soprattutto nei primi giorni a Londra 😉 ], ha comportato la necessità di rimandarne l’organizzazione sino a pochi giorni prima della partenza e dunque il rischio di non trovare un’offerta di alloggio in linea con le mie esigenze, sia in termini di posizione geografica,  sia dal punto di vista del comfort [es. livello di pulizia, bagno in camera e uso della cucina, per intenderci] e del rapporto qualità/prezzo.

Dopo molto peregrinare tra un sito e l’altro mettendo a confronto varie ipotesi di accomodation, mai del tutto contenta delle condizioni che mi si proponevano per un motivo o per un altro, sono finalmente approdata su Airbnb trovando interessante una delle due camere che Anna ha inserito sul portale. Grazie alle immagini e alla descrizione utilizzata per presentare la stanza e i servizi aggiuntivi, ho potuto immediatamente capire che faceva proprio al caso mio, potendo anche comprendere sin da subito quali sarebbero state le “regole della casa” e il budget del soggiorno.

L’iter di prenotazione è stato alquanto semplice, chiaro nelle garanzie e nei termini di eventuale disdetta, nonché trasparente nella definizione della “fee” che sarebbe spettata ad Airbnb per l’intermediazione. Interessante anche il fatto che tale iter prevedesse un messaggio di richiesta e “autopromozione” da parte del guest all’host, in modo che questo possa decidere se accoglierla o meno, non solo in base al fatto che la stanza sia disponibile, ma anche in relazione alla tipologia di persona che ne fa richiesta.

Ho incontrato Anna per la prima volta la sera del 30 Marzo, dopo uno scambio di email e messaggi tramite la piattaforma che ci ha aiutato a organizzare il momento del check-in. Anna sin da subito si è mostrata straordinariamente disponibile e abbiamo iniziato a conoscerci di fronte a un bicchiere di vino e qualche stuzzichino. Nei giorni seguenti ho potuto apprezzare appieno le meravigliose conseguenze che mi ha portato la non premeditata scelta di Airbnb.

Da un lato ho soggiornato in una stanza con tutti i comfort che desideravo compreso il bagno privato, l’uso della cucina e un buon livello di pulizia. L’ubicazione dell’abitazione [a metà di Cowley Road] era veramente strategica rispetto al centro città [che si raggiunge in 20-30 minuti a piedi o in 10 minuti di bus] e rispetto a molti punti di interesse, nonché inserita in un contesto molto ben servito grazie alla presenza di diversi supermarket, molti ristoranti, la fermata del bus per Oxford centro praticamente di fronte casa, la fermata del bus per Londra a 10 minuti a piedi.

Dall’altra conoscere Anna ha enormemente arricchito la mia esperienza a Oxford. Con Anna ci siamo subito trovate simpatiche e quindi abbiamo iniziato a condividere non solo la sua casa, ma anche un po’ di tempo libero, qualche passeggiata e molte delle nostre rispettive esperienze e competenze professionali. Un viaggio veramente molto, molto interessante, anche per merito di Airbnb. Grazie Anna! 🙂

Altro sugli UK

Altri viaggi e reportage

Altro sul social networking

 

 

Harley-Davidson: come deve essere una brand experience completa

Harley-Davidson, proponendosi di stupire il mercato brasiliano, qualche mese fa è riuscita a rendere completamente l’idea della propria brand experience organizzando un “semplice” test di guida.

Ogni brand è composto da innumerevoli elementi. Quello di Harley-Davidson, in particolare, è noto per il concetto di “community” che ha saputo costruire nel tempo: chi guida un’Harley necessariamente si integra con un universo valoriale particolarmente distintivo, sentendosi “parte integrante di qualcosa”.

Harley-Davidson ci dimostra di essere in grado di far vivere e apprezzare completamente la propria marca anche da chi non ha mai avuto una moto, “semplicemente” offrendo ai suoi potenziali acquirenti un indimenticabile test ride, sintesi perfetta della brand experience che caratterizza i suoi prodotti.

Dato che non si può comprare un’Harley-Davidson senza entrare a far parte del magico mondo legato a questo marchio e divenire un esponente della relativa community, la casa produttrice delle fantastiche motociclette “da strada” ha pensato bene di unire alla prova del veicolo, un assaggio del “club”, chiamando a raccolta ben 60 bikers tutti brandizzati Harley per accompagnare i potenziali acquirenti nel loro “giretto” dell’isolato.

Inutile dire che l’iniziativa ha riempito di gioia e – almeno così sembra – di orgoglio i “malcapitati” futuri clienti, scatenando una vera e propria festa di benvenuto nel “mondo Harley” con tanto di foto finali: guardare per credere! 🙂

[via]

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Da azienda a network di professionisti: il mio punto di vista

Già da diverso tempo noto una propensione delle aziende specializzate nella fornitura di servizi – soprattutto nel B2B – a trasformarsi in network di professionisti. Negli anni cambiano le mode e cambiano le necessità: concetti come flessibilità, interazione, condivisione, divengono parole chiave fondamentali per ogni professione e rendono possibile trasporre il concetto di community virtuale in un format di organizzazione del lavoro.

professionistaAttualmente le nuove tecnologie e la necessità sempre maggiore di adeguarsi velocemente ai repentini cambiamenti del mercato, in generale sembrano penalizzare le le strutture complesse e rigide in favore di quelle più snelle e maggiormente ricettive nei confronti del web e del mobile.
Sempre più, si va verso organizzazioni a loro volta virtuali, capaci di replicare le dinamiche magmatiche delle community online nella realtà: i network di professionisti.

Ovviamente, per esperienza diretta, il primo esempio che posso portare è quanto avvenuto nel settore della comunicazione. Per le agenzie negli ultimi anni sono cambiate molte cose: dalle denominazioni sempre più specifiche e specialistiche, alle dimensioni sempre più ridotte.
Per quanto riguarda i contenuti e le competenze professionali si è passati da strutture basate sull’etichetta di studio grafico a quella di agenzia pubblicitaria, poi alla “moda” della comunicazione integrata e infine alle specializzazioni delle web agency, delle agenzie di eventi e delle società di pubbliche relazioni. Tutto ciò cercando di ottenere strutture organizzative che fossero più semplici da gestire e che riuscissero a star dietro al moltiplicarsi delle tecnologie e degli strumenti di comunicazione a disposizione delle aziende clienti per veicolare i propri messaggi, nonché all’aumento delle competenze di interpretazione delle strategie, valutazione e partecipazione attiva alla produzione da parte del consumatore.

Queimada – Brand Care, la società di cui sono titolare insieme a Vincenzo Bernabei, è ormai in attività da 7 anni: nata come agenzia di comunicazione integrata, definitasi agenzia di branding, marketing e comunicazione per lungo tempo, da un paio di anni ci appare come uno strumento ingombrante e forse obsoleto per lavorare in questo settore. Il web e l’ADSL hanno fatto in modo che divenisse tanto più comodo, veloce e produttivo non lavorare necessariamente condividendo lo stesso luogo fisico, che gli incontri con i clienti si diradassero sempre di più poiché sostituiti da email e videocall. Per più di un anno la sede operativa è rimasta semi-deserta e ha iniziato a costituire uno spreco di risorse piuttosto ingente in un periodo in cui, oltretutto, sembrava meglio per tutti fare scelte economicamente oculate.

Per due anni siamo rimasti a osservare, sperimentando come fosse molto più agevole lavorare “in rete” con altri professionisti che potessero organizzarsi per portare avanti più progetti contemporaneamente a loro piacimento, potendo “comporre” ogni volta un team di lavoro basato esclusivamente sulle necessità contingenti senza più limitazioni di complessità legate alla struttura.
La condivisione del rischio ha aumentato la qualità del lavoro, portando di conseguenza all’ottimizzazione dei tempi e dunque alla massimizzazione dei ricavi per ognuno.

Il network di professionisti, inoltre, permette a tutti i suoi componenti di ampliare il proprio mercato di riferimento, per esempio lavorando come consulenti per aziende che hanno comunque una propria area di comunicazione e marketing o con altre agenzie più grandi che non si sono ancora specializzate in alcune materie o – non avendo più vincoli di orario da rispettare – diversificando i propri servizi e dedicando del tempo ad attività “collaterali”, come la formazione.

Amio avviso, questo tipo di struttura organizzativa diverrà molto diffusa in futuro in diversi settori poiché consente di rinunciare allo strumento societario in favore della semplice partita iva, quindi permette di abbattere alcuni dei costi di gestione grazie al cambiamento – almeno in parte – del modo di lavorare, ma senza rinunciare alla propria professionalità, anzi potendo contare sul fatto che il risultato ottenibile dal network sia superiore alla somma delle individualità che esso contiene per ogni specifico progetto.

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Personal brand e (social) networking [Ded. to @AlessandroFont ]

(social) networking - via GlobalITSolitamente il primo obiettivo che ci si pone quando si lavora su un personal brand – che si tratti di liberi professionisti o dipendenti – è quello di puntare ad acquisire maggior visibilità nel settore e sul mercato di riferimento riuscendo a mettere in evidenza, nonché a rendere chiare e coerenti, le caratteristiche e le competenze dell’individuo. Al fine di raggiungere tale scopo, social media e social network possono essere strumenti di fondamentale importanza.

L’errore più grande che si può commettere è – a mio avviso – quello di iniziare ad aprire account senza un criterio: ogni social network e social media ha una propria specificità e va scelto e utilizzato in base a una strategia, a obiettivi predefiniti, al target di riferimento.

Sicuramente ci sono strumenti di social networking utili “un po’ a tutti”, ma poiché ne esistono tantissimi, è utile decidere a priori su quale puntare, ovvero quali faranno da fulcro alla strategia complessiva che, ovviamente, potrà prevedere dei “test di attivazione”, anche per meglio comprendere l’utilità di alcuni strumenti in una specifica situazione.

PERSONAL BLOG

Come avrete capito dal numero dei post che ho dedicato all’argomento, a mio avviso nella maggior parte dei casi il primo passo definito dalle strategie di personal branding è la creazione di un blog [possibilmente con una URL di proprietà] in quanto spazio online che può aggregare differenti contenuti condivisi altrove, è visibile e raggiungibile da tutti [non solo dagli iscritti a un determinato network] e si presta ad approfondimenti, inoltre necessita e quasi costringe a una riflessione sui propri contenuti, sul loro appeal e sulla loro importanza.
Il blog sarà poi connesso e integrato in una vera e propria Rete di spazi sociali sui quali si interagirà e si condivideranno contenuti a seconda delle specificità del mezzo e delle caratteristiche della persona.

SOCIAL NETWORK

Definirei social network quegli strumenti focalizzati sull’intessere relazioni tra individui. Tra i più conosciuti:

  • LinkedIn è l’ideale per mettere in evidenza il proprio CV e il proprio percorso professionale, può fungere da raccordo con i pregressi contatti professionali, vi si possono scambiare referenze con i propri collaboratori e clienti, acquisire di nuovi contatti sfruttando la teoria dei “6 gradi di separazione” ovvero frequentare vari gruppi di interesse…
  • Facebook può essere professionalmente utile se si ha già una vasta community sviluppata nella “vita reale”, per mantenersi velocemente in contatto, per la condivisione di contenuti e spunti di riflessione, per tenersi aggiornati sulle strategie delle aziende, soprattutto quelle del settore consumer…
  • Twitter può essere utilizzato per ampliare il proprio network di relazioni da trasformare in incontri “live”, aggiornarsi seguendo i trend su diversi argomenti, dialogare con chi ha competenze simili alle proprie, seguire eventi a cui non è possibile partecipare direttamente, far conoscere le proprie idee… [io su Twitter non riesco ad essere imparziale, è il mio preferito! 🙂 ]
  • Google+ può essere utile per aumentare la visibilità dei propri contenuti, per organizzare nel dettaglio i propri contatti, per scambiare opinioni e materiali, per frequentare in videochat gruppi con interessi specifici o organizzare videocall professionali [servizio che io – però – non ho mai testato]…

Ma, oltre ai “soliti noti”, sono tantissimi i social network interessanti, soprattutto se si hanno interessi specifici: per esempio Vinix, noto tra gli amanti di vino e cibo, o Yelp, per gli amanti dello shopping e non solo.

WEB APP

Alcuni dei social network possono essere collegati a delle web app che hanno lo scopo di aumentarne le funzioni o di renderne più intrigante la fruizione delle informazioni: ad esempio, cvgram.me si collega a LinkedIn per trarne un CV in infografica, Twitterize yourself utilizza le informazioni di Twitter per creare delle statistiche in infografica, My own Epitaph trae da Facebook informazioni utili per ipotizzare epitaffi divertenti… Non tutte hanno un nesso diretto con le attività professionali, ma possono far da spunto per strategie creative di aumento della visibilità di un neonato personal brand.

SOCIAL MEDIA

Definirei, invece, social media quegli strumenti che hanno come principale focus il mettere in evidenza e fruire contenuti. Tra i più conosciuti:

  • Google Reader è l’ideale per crearsi una propria “bloggoteca” in modo da riuscire a leggere tutte le notizie pubblicate sui propri blog preferiti in un unico spazio e scegliere se condividerle
  • Per i contenuti audiovisivi che si vogliono rendere visibili al più vasto pubblico possibile, sicuramente il social media più indicato è YouTube, se invece si vuol dare loro un appeal maggiore e garantire la qualità della visualizzazione Vimeo è la scelta migliore
  • Per le fotografie direi che Flickr è più ideoneo alla raccolta di scatti e grafiche, mentre Instagram è sicuramente più utile per velocizzare e personalizzare la condivisione di foto scattate con lo smartphone, Pinterest – invece – pare sia attualmente gettonatissimo per la collezione e la condivisione di immagini (ma non solo) trovate sul web
  • Anche per condividere documenti “cartacei” si possono utilizzare differenti social media: nonostante in entrambi possa caricare qualsiasi documento in .ppt, .pdf o .doc Slideshare è il più diffuso per le presentazioni in slides e Scribd per i cosiddetti whitepaper; per aumentare l’appeal dei documenti, invece,  Isuu è l’ideale per le pubblicazioni “da sfogliare” [magazine, brochure, portfoli…] e Prezi per le presentazioni di progetti

Anche per quanto rigarda i social media si può asserire che ne esitono a migliaia di meno noti, tutti con delle caratteristiche specifiche: per esempio Storify rende possibile riorganizzare materiale reperito in rete per creare storytelling, Scoop.it e Paper.li hanno invece il fine di “pubblicare” un proprio quotidiano personalizzato con le notizie che più si ritengono interessanti.

CONCLUDENDO

Insomma, c’è veramente l’imbarazzo della scelta, anche per questo è fondamentale affrontare un’analisi accurata del personal brand in questione prima di stabilire le strategie comunicative e gli strumenti da adoperare per veicolarle, siano essi online che offline.
Inoltre – e non mi stuferò mai di ripeterlo – non è sufficiente avere un account sui principali social media e social network per definirsi “social”, occorre condividere e – soprattutto – ascoltare, nonché fare in modo che le relazioni create non rimangano solo “virtuali”, ma si trasformino in rapporti di cooperazione e scambio anche nella “vita reale”: questo è il vero “networking” che può portare un notevole accrescimento personale e professionale.

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Personal brand: e-mail etiquette [infografica]
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Personal brand: come riuscire a NON farsi assumere e come invece condurre un colloquio [infografica]
Personal brand: CV e creatività in infografica
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Le mie strategie di Social Networking – Follow me on Twitter
Le mie strategie di Social Networking – Profilo LinkedIn: aggiornato
Sono laureata in Scienze della Comunicazione
Essere creativi
Feng Shui in ufficio per aumentare benessere e produttività
Comunicare il brand: l’ufficio e il suo arredo
Perché questo blog

Personal brand: recruiting on social network [infografica]

Le aziende sempre di più tendono a utilizzare social media e social network per orientare le proprie decisioni quando cercano una nuova risorsa assumere.

Ad iniziare da LinkedIn, per continuare con Facebook e Twitter, sino ad arrivare in alcuni casi a YouTube, a Slideshare, ad altre community partecipative più settoriali e – ovviamente – ai personal blog, i responsabili delle risorse umane spesso mettono a punto lo screening dei candidati utilizzando anche le risorse del web 2.0, ma cosa guardano e quando?

In alcuni casi i social network – soprattutto LinkedIn – sono utili addirittura per la ricerca del candidato da contattare, in altri casi vengono visitati gli account e gli spazi web del candidato dopo averne ricevuto il curriculum o dopo il primo colloquio, altre volte ancora immediatamente prima della decisione definitiva di assunzione o prima di formalizzare l’offerta che si intende proporgli.

Soprattutto nel settore del marketing e della comunicazione, non avere alcuni account di social networking attivi o non utilizzarli come veicolo di informazioni professionali può essere ritenuto un importante discrimine nella scelta di una risorsa: le aziende sono sempre più interessate a costruire o a migliorare la propria strategia di brand online, dunque cercano sempre più spesso di inserire all’interno del proprio staff individui che siano pratici di “digital PR” e che le abbiano sperimentate quantomeno per loro stessi [in sintesi, non avere Facebook o aprirlo con uno pseudonimo non è – almeno in questo caso – una soluzione].

In generale l’uso di un’immagine di profilo o la condivisione di commenti inappropriati, lo sharing di contenuti riguardanti abuso di alcool e droghe o discriminatori, la diffusione di aspre critiche negative o di informazioni riservate rispetto a precedenti datori di lavoro… sono tutti elementi che possono indurre un’azienda a non prendere in considerazione una candidatura.
D’altra parte, invece, dimostrarsi organizzati, aggiornati, creativi, comunicativi, cortesi, aperti al dialogo e avere una buona reputation all’interno della propria community online, può certamente portare il responsabile del recruitment a prepefire una certa risorsa rispetto ad altre.

Per lo più, sicuramente, le informazioni condivise su social network e social media non saranno le uniche tenute in considerazione, ma sicuramente possono fare la differenza oltre a mostrare – per quanto riguarda aree relative a branding, marketing, comunicazione e simili – alcune importanti competenze e capacità, fondamentali per operare in determinati settori.

Per un primo veloce “controllo” dei contenuti che condividete attraverso i vostri account social potete usare Reppler, un semplice strumento di monitoring per tenere sotto controllo la vostra immagine online.

Reppler, una volta connessa vari social network, si occupa di scansionarne i dati traendone indicazzioni riguardo l’impressione che date, i contenuti inappropriati che condividete, le persone che compongono il vostro network e i rischi che corre la vostra privacy: io l’ho trovata molto interessante.

Di seguito un’infografica, creata da Reppler, che mostra alcuni interessanti dati relativamente a quanto la pratica di utilizzare social network per lo screening dei candidati sia diffusa e come viene utilizzata. Che ne pensate?

How Recruiters Use Social Networks to Screen Candidates - infographic
[via]

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Brand Care magazine n° 009 – ovvero – Intersezioni tra community e creatività

È online (da qualche giorno, per le verità) Brand Care magazine n° 009, la rivista di marketing, tecnologie e comunicazione edita da Queimada – Brand Care e diretta da Sergio Brancato. Cliccando qui potrete sfogliarlo o scaricarlo in .pdf.

Dall’immancabile editoriale di Sergio Brancato all’intervista ad Alberto Iacovoni.
Dall’articolo sull’open source di Patrizio Di Nicola e Veronica Mobilio a quello sull’Open Data di Davide Bennato.
Dal co-blogging raccontato da Francesca Pellegrini al food-blogging di Daniela Delogu, Tania Valentini e Sigrid Verbert fino all’intervista ad Antonello Colonna.
Dalla mia analisi del rapporto tra pensiero laterale, kaizen e coaching, alle riflessioni sulla creatività condivisa di Claudio Biondi, Tonia Basco, Massimo Caiati, Emi Guarda e Pasquale Napolitano.
Dal punto di vista di 3 ricercatori universitari a quello dei ricercatori di #Gilda35 e Giovanni Scrofani.
Dai writers romani ai pupazzi de Gli Sgommati.
Da Italiani 2.0 visto da Alfonso Amendola fino al territorio digitale raccontato da Vincenzo Bernabei.

Tutto il nono numero di Brand Care magazine racconta di community e creatività.
In più 4 magnifiche ricette tutte da provare (Cacio e PepeQuiche al salmone con brisée al burro salatoFarfalle, fave e cavoletti di bruxellesTorta di mele in crosta di parmigiano) e il “condimento” di graphic design a cura di Niko Demasi.

Che aspettate a leggerlo?

Per saperne ancora di più leggete anche la news di oggi su Brand Care online.

Tutti i numeri:
Brand Care magazine n° 001 è online!
Brand Care magazine n° 002 è online!
Brand Care magazine n° 003 è online!
Brand Care magazine n° 004 è online!
Brand Care magazine n° 005 è online!
Brand Care magazine n° 006 è online!
Brand Care magazine n° 007 è online!
Brand Care magazine n° 008 è online!

Giovedì 21 ottobre – ConnectingDay a VeronaFiere

Il 21 ottobre (un giovedì) dalle 10 alle 18 il Centro Congressi del VeronaFiere sarà la location del ConnectingDay®, l’Expò del Marketing Relazionale ideato da Connecting-Managers® e dedicato alla business community per la piccola e media impresa, di cui Brand Care magazine è media partner.

ConnectingDay - Expo del Marketing RelazionaleQuest’anno purtroppo non potrò presenziare fisicamente, ma sicuramente seguirò l’evento sui social media e sul sito ufficiale: è un appuntamento importante, fatto di condivisione e confronto.
Dibattiti, case history, forum, workshop per “scoprire le nuove tecnologie, le innovazioni, le tendenze, le culture di progetto del mondo del marketing e della comunicazione d’impresa”, per “incontrarsi, parlare e discutere delle potenzialità dei vecchi e nuovi mezzi di comunicazione mettendo al centro i protagonisti del mondo dell’imprenditoria italiana”.
Tempo libero e incentive, Comunicazione e Pubblicità, Partner Service, Enti e Associazioni, Lavoro e Formazione, Istituti di Credito e Assicurazioni queste le aree di interesse coperte dagli micro-eventi in programma, oltre al format
Manager inForma.

Se deciderete di partecipare, mi aspetto un resoconto dettagliato! 😉

Per saperne di più

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