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Self branding e personal branding: Giorgio, cucciolo di musicista

La creatività unita alla sperimentazione dei linguaggi e degli strumenti di comunicazione online può essere un primo veicolo del proprio self brand, un primo passo verso la costruzione più strutturata e strategica di un personal brand professionale.

Giorgio Tebaldi, 32 anni, musicista laureato al conservatorio di Frosinone, con la complicità di Chen Swee Ling, lancia un appello su Facebook: è solo una goliardata, ma è espressione di sé e della sua condizione professionale.

Giorgio Tebaldi - campagna di sensibilizzazione "cucciolo di musicista"

L’annuncio di cui Giorgio è protagonista riprende lo stile e il linguaggio delle campagne di sensibilizzazione contro l’abbandono o a favore dell’adozione di cuccioli di animali.
Il visual è composto da un collage di scatti più o meno ravvicinati che ritraggono Giorgio all’interno di un vecchio scatolone con un’espressione sempre triste e compassionevole: la scelta di utilizzare fotografie in bianco e nero rende ancor più misera e toccante l’atmosfera e contribuisce ad aumentare la sorpresa nel vedere tale immagine su Facebook, incuriosendo l’utente rispetto a quale possa essere il contenuto a essa associato.
La bodycopy ha una funzione esplicativa, invita alla condivisione virale dell’appello [su Facebook] prevedendo scetticamente che tale invito non verrà colto da molti: il testo mette in evidenza che il “tenerissimo cucciolo di musicista” è stato abbandonato, è “smarrito e infreddolito”, elemosina attenzioni, ha bisogno di una “cuccia calda o contanti su base mensile”. Quest’ultima è la frase che non lascia dubbi sul tono ironico , dissacrante ed esasperato del messaggio, rafforzato dall’headline che campeggia in chiusura scritta [urlata] tutta in maiuscolo “Non lasciare che l’ennesimo giovane musicista soffra ancora”, nonché dal finto IBAN per le donazioni volontarie.

La “campagna” ha ovviamente dei limiti: se concepita da un art sarebbe bastato guardare le foto per comprendere che si tratta di un musicista; se scritta da un copy avrebbe dosato meglio il crescendo di pathos nella bodycopy; se architettata da un social media strategist sarebbe stata creata prima una pagina Facebook e sarebbe stata diffusa attraverso vari spazi online sicuramente più visitati di un profilo che conta 167 amici. Ma l’idea risulta interessante, divertente e creativa.

Una provocazione, quella di Giorgio, probabilmente dovuta al fatto che “fare il musicista” – come il cantante, l’attore, ma anche il pubblicitario [ricordate il libro di Séguéla?] – da molti non viene percepito come un vero e proprio lavoro, basata sulla rilettura dissacrante delle comunicazioni di sensibilizzazione sociale che puntano alla compassione, cifra stilistica diffusa [e forse anche un po’ abusata] in un periodo di crisi come quello attuale.

Ebbene, con questa provcazione Giorgio Tebaldi, anche se in maniera intuitiva e probabilmente non del tutto consapevole, oltre a scatenare la nostra ilarità [ben visibile nei commenti dei suoi amici], sta mettendo in atto dinamiche sel self branding ponendo in evidenza una serie di proprie caratteristiche:

  • l’essere un giovane musicista è ciò che più lo contraddistinge [rif. “cucciolo di musicista“]
  • vorrebbe che la musica divenisse la professione su cui basare la propria sussistenza [rif. “ha bisogno di una cuccia calda e contanti su base mensile“]
  • non ama piagersi addosso [rif. tono ironico e dissacrante, IBAN finto, commenti degli amici]
  • vorrebbe essere ascoltato [rif. “condividete se avete cuore”, “vi prego di diffondere l’appello”]
  • è una persona realista [rif. “so che molti di voi non lo faranno”]
  • non si dà mai per vinto [rif. “cerca di seguire chiunque gli dedichi uno sguardo“]

Al momento, questa pare un’azione isolata di self brand online da parte del protagonista [googleando il suo nome ho notato che: il suo profilo LinkedIn e Google+ non sono completi, a differenza di quello Facebook, che però è utilizzato per lo più per scambiare link e battute con gli amici; il suo spazio Myspace – per i musicisti ancora relativamente importante – non viene comunque aggiornato da tempo; non sembra avere un blog o un sito di riferimento] che comunque è riuscita a creare una ventina di condivisioni dirette [che, su un profilo con 167 amici, è comunque un risultato ma non so quanto “in target”].

Personalmente sono convinta che, qualora la professionalità e la creatività di Giorgio fossero inserite in una strategia di personal brand coerente e ben strutturata, la sua visibilità potrebbe aumentare parecchio e sarebbe più semplice trovare informazioni su di lui e sulle sua abilità musicali… soprattutto nel momento in cui qualcuno venisse in qualche modo attratto dal suo appello e volesse considerare Giorgio come la persona a cui dare i “contanti su base mensile” che sta cercando. Giorgio, ci hai mai pensato? 🙂

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YouTube: video e infografica animata per raccontare le proprie statistiche

Le statistiche vi annoiano? Sembra che YouTube, il famosissimo social media basato sulla condivisione di audiovisivi, abbia pensato a voi quando ha deciso di rendere pubbliche le proprie statistiche facendo in modo che a veicolarle fossero un video in stile trailer e una lunghissima infografica animata contenuta nella pagina web onehourpersecond.com

All’interno dei due strumenti c’è un po’ di tutto:

Il corrispettivo di 10 anni di vita viene uploadato – ovvero condiviso – ogni giorno su YouTube attraverso canali personali, professionali o aziendali: anche semplicemente usando quest’unico dato era possibile far comprendere la portata epocale dello strumento, ma si va oltre.
Cosa vuol dimostrare YouTube attraverso la condivisione ludica di questi dati? Che non possiamo fare più a meno di lui data la nostra voglia di mettere in mostra le nostre esperienze o i nostri messaggi? Che contiene un bagaglio di conoscenza così grande che nessuno potrà esperire completamente in un’unica vita, dunque che nessuno può veramente controllarlo? Che cose banali e cose importanti sono talmente mixate che la differenza tra cultura alta e bassa è superata completamente, come nelle sue metafore?

Voi che ne pensate?

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Cosa rende “libro” un libro?

Vi siete mai chiesti cosa rende “libro” un libro?
Blooks Bookstore
lo ha chiesto alla pagina di una rivista, al foglietto informativo di un medicinale e ad uno scontrino che – acconsentendo a divenire concept della sua campagna pubblicitaria – confessano le proprie aspirazioni, condividendo il proprio sogno segreto, per tutti lo stesso:
“I want to be the text of a book”
.

Ho messo insieme i 3 visual nell’immagine qui sotto e tradotto (con i dovuti limiti) i testi della campagna, altrimenti poco leggibili, per voi:

Blooks Bookstore "Iwant to be the text of a book" - concept campagna pubblicitaria

Non voglio essere breve.
Voglio descrivere senza fretta: il neo marrone nella parte più bassa del mento di una ragazza dagli occhi ingenui, il corpo snello, i capelli ricci, la pelle bianca come il latte, le lentiggini sul suo naso…

Non voglio un inizio-svolgimento-fine. Voglio un inizio… svolgimento… fine. Voglio avere libertà e non essere legato a formati. Voglio essere capace di raccontare una storia senza dover preoccuparmi che dall’altra parte ci sia qualcuno che non ha tempo di leggere un testo lungo. Non voglio correre attraverso i media. Non voglio persuadere nessuno di nulla. Non voglio essere ricordato come una linea di vendita. E neppure come un testo legale. Voglio conoscere il più ampio numero possibile di comodini. Voglio essere rinomato per il numero di ristampe e di lingue nelle quali sono stato tradotto. Voglio essere comprato da lettori e non da consumatori. Voglio vendere immaginazione e sogni piuttosto che bibite e telefoni cellulari.
Voglio essere il testo di un libro”

Voglio essere letto per piacere.
Non per dovere.
Non voglio essere scritto da un farmacista.
Voglio contenere informazioni che possono essere comprese da qualsiasi lettore.
Non voglio essere associato con il dolore. Non voglio avere un carattere tipografico che rende la lettura difficoltosa e fa incrociare gli occhi. Non voglio neanche avere un’interlinea stretta.
E ancor meno avere centinaia di termini scientifici.

Non voglio vivere chiuso in una scatola.
Non voglio essere trovato in uno scaffale di una farmacia, ma di una libreria o di una biblioteca.
Non voglio avere contro-indicazioni.
Non voglio avere restizioni d’uso.
Non voglio avere una data di scadenza. Al contrario: voglio essere letto e ri-letto quante più volte desidera il lettore.

Non voglio causare effetti collaterali.
Non voglio dover descrivere nei  minimi dettagli i sintomi della congestione, della nausea e del vomito. Voglio poter dire “pelle secca” e non “xerodermia”.
Non voglio venir piegato.
Non voglio essere freddo. Voglio emozionare. Non voglio essere noioso. Voglio essere un’eccellente compagnia.
Voglio nenir consigliato da un amico, un critico letterario e non da una prescrizione medica.
Voglio essere il testo di un libro.”

Non voglio essere impersonale.

Voglio essere in grado di qualificare e non solo di quantificare.
Voglio elencare capitoli e non prodotti.
Non voglio nascere da un registratore di cassa.
Non voglio rimanere arrotolato in una bobina.
Voglio creare personaggi con emozioni e sentimenti.
Voglio avere frasi complete di soggetto, verbo e complemento.
Non voglio essere gettato via nel primo cestino dell’immondizia.
Non voglio essere controllato velocemente.
Voglio avere un ampio vocabolario.
Voglio essere in grado di usare aggettivi e non solo sostantivi.
Non voglio avere un codice a barre.
Non voglio avere un numero di registrazione.

Voglio essere il testo di un libro.”

Per me ogni libro è come un viaggio: se è un saggio consiste nel perlustrare le idee e le competenze di qualcun altro, se invece si tratta di un libro di narrativa è una spedizione in mondi che esistono nella mente (spesso folle, dato gli autori che amo) dello scrittore. Ogni libro è una mostra d’immagini trascritte a cui in parte possiamo contribuire a cambiare la forma, a definire i dettagli. Ogni testo non è semplice scrittura, bensì condivisione di esperienze e – come ogni esperienza – ci cambiano un po’.

Se fossi un testo anch’io vorrei essere il testo di un libro, fermo ma vibrante tra le pagine. Denso e lento come un pomeriggio passato su un dondolo o vivace e ritmato come una corsa a rotta di collo.
Sarei un libro dalle pagine piene di dettagli che a molti sembrerebbero inutili, ma senza i quali perderebbero tutto il loro fascino, il loro equilibrio. Sarei un libro che non potrebbe essere inscritto in nessun genere in particolare perché all’interno si ritroverebbe qualcosa di ognuno. Sarei un libro i cui testi giocherebbero spesso con parole strane e a volte cadute in disuso, un libro ironico e dalle mille metafore, un libro comico nelle sue esagerazioni… se fossi un libro, credo che vorrei essere un libro di Daniel Pennac (che dovrei rileggere più spesso) o di David Foster Wallace (che mi ha fatto tornare la voglia di leggere narrativa).

I testi scritti per diventare post di blog, articoli per giornali e riviste, note della spesa, auguri per anniversari e compleanni… tutti hanno il loro fascino, ma un libro è un libro! 🙂

P.S. Nella mia definizione di libro rientra anche quella di ebook, anche se la carta tra le dita mi fa ancora di più “effetto viaggio”! 😛

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Condivisione e Iuoghi di lavoro: il Coworking

Da un botta e risposta a colpi di commenti con Stefano Principato in merito al suo articolo Quando lavorare da casa fa la differenza, vengo a conoscenza dell’iniziativa COWO, un progetto di coworking.

Il coworking (da “co” = insieme e “work” = lavoro) è una tipologia di telelavoro che nasce con l’obiettivo di superare il rischio di isolamento che corrono professionisti, consulenti e lavoratori in generale che svolgono la propria attività professionale da casa o viaggiano molto. Sebbene nel coworking si continui a lavorare indipendentemente l’uno dall’altro, si condivide uno stesso spazio di lavoro che diviene una sorta di “ritrovo sociale” di lavoratori che “condividono alcuni valori comuni e sono sono interessati alle sinergie che si possono creare nel momento in cui si lavora con altri professionisti nello stesso luogo fisico”. [via]

Un coworking è diverso da un business centre poiché il suo focus principale non è quello di affittare delle postazioni di lavoro, ma creare una rete di relazioni tra i lavoratori che si incontrano in uno stesso luogo coniugando gli interessi economici con quelli umani e di collaborazione professionale, spingendo all’interazione attraverso la partecipazione attiva del titolare del coworking.

Coworking Project by COWOIl coworking project di COWO nasce per creare una rete tra i diversi luoghi di coworking in modo che la condivisione, la rete di relazioni e l’affidabilità dei singoli soggetti aumenti grazie alla garanzia data dall’appartenenza ad un gruppo dotato di un marchio registrato simbolo di qualità e che fornisce tutti gli strumenti utili per portare avanti l’attività di coworking correttamente.

Ho navigato a lungo sul sito del progetto e mi è sembrato veramente interessante: ci sono numerose FAQ per poterlo meglio comprendere, le postazioni sono in uffici molto belli e spesso centrali, ai titolari delle strutture viene dato un contratto standard preparato appositamente da un legale, un prezzario di riferimento con dei massimi da rispettare per non snaturare il progetto e la possibilità di pubblicare informazioni sul sito.
COWO si presenta così:

Hai un ufficio? Hai qualche scrivania libera? Allora perché non provi a guadagnare qualche euro con il Coworking? E’ anche un modo per avere contatti professionali nuovi e stimolanti. Se vuoi farlo con il marchio Cowo (e altre cose che ti daremo), ti offriamo un pacchetto collaborativo, utile per iniziare, al prezzo di 250 euro per un anno. Altrimenti, amici come prima (ma non rinunciare al coworking, è troppo bello!).


Leggi anche su Brand Care magazine:
– Patrizio Di Nicola, Estetica dei luoghi di lavoro
– Tonia Basco, Organizational design – Il ruolo del design nella progettazione delle strutture organizzative

Leggi tutti i numeri di Brand Care magazine, segui i link per usare l’indice interettivo:
Brand Care magazine n° 001 è online!
Brand Care magazine n° 002 è online!
Brand Care magazine n° 003 è online!
Brand Care magazine n° 004 è online!
Brand Care magazine n° 005 è online!

Per abbonarti e ricevere una copia cartacea di BCm puoi compilare il form online cliccando qui. Per richiedere informazioni puoi scrivere a abbonamenti@brandcaremagazine.com

La civiltà dell’empatia: dagli esperimenti sulle scimmie al branding

Grazie @maxvurro scopro questo originale video in cui viene spiegata la predisposizione all’empatia della nostra civiltà: a partire dagli esperimenti sulle scimmie e sugli scimpanzè, per studiarne le sinapsi, alla scoperta dei neuroni-specchio, sino ad arrivare a spiegare il perché del nostro naturale istinto di condivisione delle emozioni, soprattutto positive, potenzialmente con tutta la biosfera (questo nell'”utopia” del video della civiltà dell’empatia).

Siamo fragili e mortali. E questa fragilità e vulnerabilità ci porta a comprendere quanto ogni momento della nostra unica e inimitabile storia sia prezioso. Da qui nasce la solidarietà e la necessità istintiva dell’immedesimazione nelle storie e nelle emozioni degli altri. Questo ci rende “umani”: siamo alla continua ricerca di “comprensione”, di condivisione emotiva della nostra esistenza.

Cosa centra questo con brand e marketing?

La civiltà dell'empatia: dagli esperimenti sulle scimmie al brandingCome ho più volte affermato, partendo dalla teoria evolutiva del brand espressa in Brand Care magazine n° 002 e rivista in un passato post su questo blog, ci troviamo nell'”Era dell’Esistere”. L’approccio al marketing è olistico ed abbraccia qualsiasi ambito della nostra vita di consumatori; un brand di successo non può non essere un brand empatico che non “punta”, ma ascolta il suo “target”, lo rende stakeholder, prosumer dal ruolo attivo nella produzione di significati.

Più il consumatore diventa mutevole nelle sue decisioni di acquisto, alla ricerca – non più acritica e passiva, bensì consapevole e informata – della soddisfazione dei suoi bisogni mentre rincorre il “panta rei”, più diviene eclettico nella molteplicità di ruoli e identità che impersona di situazione in situazione e di momento in momento, più il brand deve essere “liquido” per potersi meglio adattare ad ogni cambiamento di contesto rimanendo connesso al proprio fruitore, rinnovandosi senza perdere la sua riconoscibilità.