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Chiuso per relax: buone vacanze! + [spot McDonald’s]

Anche quest’anno ad Agosto io continuerò a lavorare, ma visto che praticamente tutti ve ne starete in giro per mari, monti e città a rilassarvi, il mio blog se ne va in vacanza per un mese.

Vi auguro di trascorrere delle splendide vacanze, e vi aspetto lunedì 31 Agosto con nuovi post, curiosità e qualche sorpresa [shhh! 😉 ] sul mondo del branding e sulla mia vita professionale. Relax!… e non fate i maniacali al check-in come il protagonista dello spot McDonald’s! 😉


[via]

Credo che questo spot, parte di una più ampia campagna pubblicitaria McDonald’s, sia perfetto per augurarvi buone vacanze: con tutto lo stress che comporta il momento di fare bagagli, tra il terrore di dimenticare qualcosa e quello di superare il limite massimo del peso consentito al check-in in aeroporto, si rischia di impazzire. Vedere qualcuno preoccupato di non sfruttare al massimo la capacità del suo bagaglio da stiva mi ha divertito [l’effetto relax me lo ha dato la campagna Visa, invece], sarà che contribuisce a sdrammatizzare e rendere meno isterici saluti e preparativi…

A presto! 🙂

Altri viaggi e reportage

Altro su McDonald’s

In vacanza a Belgrado: la città e i parchi [1 di 4]

Nonostante avessi annunciato che ad Agosto non sarei andata in ferie, alla fine – per non dire in extremis – ho deciso di concedermi 5 giorni di “vera vacanza” e me ne sono volata a Belgrado: prenotazione effettuata i primi di agosto, partenza prevista il 13. Cotto e mangiato.
E Belgrado mi ha colpito molto, come vedrete a fine post dalla galleria delle foto! 😉

La decisione di prendermi una vacanza, seppur breve, è stata possibile grazie al fatto che ho consegnato in anticipo uno dei progetti su cui stavo lavorando, ma è maturata in seguito a una serie di piccole “sfighe” che mi hanno portato ad accumulare più stress del previsto, a consumare più velocemente le “batterie” e dunque a necessitare una “ricarica” extra. 🙂
Un viaggio era quello che ci voleva; Internet e il suo portavoce Skyscanner hanno deciso che la meta sarebbe stata Belgrado.

LA CITTÀ

Andare a Belgrado è stata per me un’esperienza diversa da quella legata ad altri viaggi, accentuata dal dover utilizzare una differente moneta – il Dinaro serbo – pur rimanendo in Europa e pur potendo viaggiare munita della semplice carta d’identità
[N.B. Controllate molto bene lo “stato di conservazione” del vostro documento se andate da quelle parti: i controlli sono alquanto fiscali e ho personalmente assistito a una dura ramanzina con rischio espulsione per una carta d’identità logora].

Belgrado a me è parsa una città “in via di definizione”. Se si trattasse di una persona direi che fosse “in crisi d’identità”, ma non per poca consapevolezza, bensì perché attraversata da una forte volontà di far coesistere le sue molteplici e variegate connotazioni identitarie, talvolta contraddittorie, cercando di dar spazio a tutte poiché ognuna la arricchisce in diversa maniera.

Se da un lato Belgrado è una città moderna, parte del mondo globalizzato, dall’altra appare ancora in parte legata al suo passato “sovietico” e jugoslavo, il ché le dà un’aria un po’ retrò, leggermente austera e “imbronciata”. Grazie ai suoi splendidi e curatissimi parchi frequentatissimi da ogni tipo di persona, attrezzati per i bambini che li riempiono di risa e gridolini, sa essere gaia e spensierata, nonostante al contempo mostri ancora i disperati resti dei bombardamenti come una cicatrice troppo in vista per essere dimenticata.

A Belgrado nell’architettura come nella moda, tra i piatti presenti in menu al ristorante come tra i modelli dei mezzi di trasporto in circolazione, vecchio e nuovo coesistono in fiero contrasto, aumentando il fascino e il mistero di cui è densa l’atmosfera cittadina e divenendo, in un certo qual modo, rassicuranti.

IL METEO

Le contraddizioni di Belgrado sono ben rappresentate dal meteo: io sono arrivata nel tardo pomeriggio che il termometro segnava 37°C che, dopo neanche 24 ore, sono diventati 24°C di massima e 18°C di minima. Al sole faceva caldissimo, all’ombra decisamente fresco grazie al gelido venticello che spirava, e la pioggia che ogni tanto veniva giù a secchiate per 5-10 minuti, così, all’improvviso, tanto per tenerti all’erta.

I PALAZZI, LE CHIESE E I PARCHI

Tra un museo e l’altro, ovvero nei momenti di relax in cui vogliate alternare un po’ di passeggio con il fresco di una panchina e il bel panorama, Belgrado si ripromette di attrarre la vostra attenzione e riempire i vostri occhi.

Innanzitutto vi riesce punteggiando le strade del centro cittadino con bellissimi edifici verosimilmente risalenti alla fine dell”800/inizio del ‘900 – come la Narodna skupština [Assemblea Nazionale] e l’Hotel Moskva [Hotel Mosca], tra i miei preferiti, assolutamente da osservare sia in diurna che in  notturna per riuscire ad apprezzarne l’architettura quanto il light design – e bellissime quanto imponenti chiese, da quelle più datate – come la Saborna crkva [Cattedrale di San Michele] e la Crkva Svetog Marka [Chiesa di San Marco] – all’Hram Svetog Save [Tempio di San Sava], l’ultima, enorme, opera di architettura religiosa sorta in città [e ancora da finire] che non può che ammaliare lo sguardo dei passanti.

Sono comunque i parchi i luoghi più sorprendenti della città: numerosi, curatissimi e sempre pieni di gente. Dalla Beogradska Turðava [la Fortezza di Belgrado, completamente immersa nel verde] al piccolo Studentsk park [il parco degli studenti dell’accademia], dal Tašmajdan [il parco della Chiesa di San Marco] al Karaðordev park [quello creato attorno al Tempio di San Sava], tutti i parchi cittadini si presentano rigogliosi, meravigliosamente arieggiati, assolati quanto basta, dotati di panchine a non finire e giochi per bambini, facendosi adorare da residenti e turisti.

Ecco le foto!

Una città sicuramente da visitare!
Se siete curiosi di sapere come mi sono organizzata, cosa ho mangiato e cosa ho visto, leggete i prossimi post! 😉

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Buone vacanze… anche dal mio blog! [con video-monito by McDonald’s]

Anche quest’anno ad Agosto continuerò imperterrita a lavorare mentre voi sarete tutti in giro per mari e per monti per poi farvi invidia prendendomi delle pause nei periodi più inconsueti. 😛

In ogni caso, ho deciso di tornare a caratterizzare le mie finte-ferie agostane prendenomi un break dal blogging: potrete tornare a leggere nuovi post dal 1° settembre alle 7:14, puntuali come consueto. Nel frattempo, per chi teme crisi di astinenza consiglio di rileggere qualcuno degli oltre 700 post già pubblicati [o meglio, un bel libro]! 😉

Vi saluto e vi auguro di trascorrere delle meravigliose vacanze con un divertente spot di McDonald’s, che sia da monito per chi rischia di perdere tempo in attesa che arrivi il momento giusto per fare quel che vorrebbe fare. A presto!


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Venezia vol. 5/5 [Peggy Guggenheim e l’arte contemporanea]

Ed eccoci arrivati all’episodio conclusivo [non ce la facevate più, eh?] delle mie finte-ferie agostane 2013 in cui ho fatto il pieno di arte contemporanea. Vi ho raccontato della 55° Biennale di Venezia in tutte le salse, ora è il turno delle location che con tale evento non hanno collegamenti espliciti: Peggy Guggenheim Collection, Fondazione Punta della Dogana e Palazzo Grassi, la galleria d’arte Contini.

In realtà, soprattutto per quanto riguarda la Peggy Guggenheim Collection, ogni immagine – seppur amatoriale – varrà veramente più di mille parole, considerando anche che tale collezione – come se non bastasse – è a sua volta arricchita dall’esposizione della Collezione Gianni Mattioli e da quella di Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof, oltre che dalla mostra dedicata a Robert Motherwell.
All’ingresso, ancor prima di fare il biglietto, si è accolti da un paio di sculture, tra cui Sentinell V di David Smith; nei giardini si può già perdere il senno contemplando innumerevoli opere, l’una più affascinante dell’altra; poi si accede alla “casa” e si rischiano letteralmente le vertigini girovagando tra un numero imprecisato di Picasso, Warhol, Fontana, Giacometti, Kandinsky, Malevich, Pollock… per citarne solo alcuni. Credo di dovermi ancora completamente riprendere da questa esperienza, dato che sono ancora senza parole!

Ho apprezzato moltissimo anche la visita alla Fondazione Punta della Dogana in cui persino gli spazi espositivi mi hanno piacevolmente colpito. In questo caso, durante il percorso, mi sono soffermata ad ammirare:

  • Relatum di Lee Ufan, un’istallazione che lasciava trapelare una quasi insostenibile forza, rabbia anche
  • Il neon di Mario Merz con la frase Se le forma scompare la sua radice è eterna presente in altra “cornice” nei giardini della Peggy Guggenheim Collection
  • Phase of Nothingness di Nobuo Sekine, quadro [?] un po’ inquietante – per la verità – ma molto affascinante
  • Catasta di Alighiero Boetti che, con i suoi moduli regolari, l’alternarsi di pieni e di vuoti, la leggera rividezza del metallo che si poteva “sentire con gli occhi” mi ha molto colpito
  • Byars is Elephant di James Lee Byars che ho trovato – ma non chiedetemi perché – molto ironico, assurdamente eccessivo

La stessa sensazione di piacevole appagamento non mi ha seguito, purtroppo, a Palazzo Grassi in cui si teneva la personale di Rudolf Stingel. Ora, io non sono mai stata prima in tale palazzo e non so come sia allestito d’abitudine, ma impacchettarlo completamente [pavimenti, pareti, soffitti, tutto!] in una sorta di moquette che ripropone gli arabeschi di un tappeto persiano e poi sistemarci le opere di Stingel una per stanzone non mi ha trasmesso sensazioni molto positive. Essendo Agosto l’atmosfera era quasi opprimente, la grafica della moquette – a mio parere – non permetteva alle tele di risaltare il giusto, e dedicare uno spazio di decine di metriquadri a opere che in alcuni casi erano più piccole di un A4 mi è sembrato eccessivo, quasi scortese nei confronti del visitatore. In sintesi, se dovessi tornare indietro mi risparmierei i soldi del biglietto [che fortunatamente ho comprato “a pacchetto” con Punta della Dogana].

Consiglio invece caldamente di entrare almeno in una delle sedi della galleria d’arte Contini: non ho potuto fare foto all’interno, ma c’erano opere di Ferdinando Botero  e Robert Indiana che non si riusciva a contarle e molte, molte altre cose interessanti: praticamente un museo!

Il mio reportage in 5 puntate su Venezia e la Biennale si conclude qui: a me fa da archivio di input creativi, ma spero che a qualcuno di voi possa essere utile per prender spunto durante il proprio viaggio… e poi magari fatemi avere il vostro punto di vista.

E ora, rifatevi gli occhi con le foto di questa puntata! 😉

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Venezia vol. 4/5 [la Biennale in città]

Quarto episodio [il penultimo, dai!] delle mie finte-ferie agostane 2013 a base di arte contemporanea della 55° Biennale di Venezia [ma non solo]. Oggi vi racconto di padiglioni nazionali ed eventi collaterali alla Biennale sparsi per la città: quelli che ho visto e che non potete mancare, e quelli che ho visitato, ma per me potete evitare.

PADIGLIONI NAZIONALI

Portogallo > il padiglione portoghese è in realtà uno splendido barcone ormeggiato vicino ai Giardini della Biennale, tutto ricoperto di azulejos meravigliose e dagli interni completamente foderati in sughero. Più bello il contesto che l’esposizione, ma se riuscite a salirci in orario di “tour” mi farete invidia, visto che io non sono riuscita a esser presente quando ha levato gli ormeggi per un giro in laguna.

Estonia > un tuffo in una disarmante semplicità i scala di grigi. Grazie alle particolarissime “lampade” di Dénes Farkas – riproducenti ambienti bianchissimi e quasi labirintici – e a un paio di altri elementi, il padiglione estone è sicuramente tra i miei preferiti. Null’altro da aggiungere.

Bosnia Erzegovina > esposizione molto intrigante “The garden of delight”, una sorta di mappa mentale riportata sulle pareti con frecce in ferro e parole in decalcomania: né a parole né in foto rende abbastanza bene, dovreste andarci!

Montenegro > Ho adorato il padiglione allestito dal Montenegro: tre piccole stanze, ma ognuna nascondeva un’esperienza visiva. In “Further than Beyond” si era al buio, il cammino illuminato solo da un proiettore e dagli splendidi riflessi di fili sottili come capelli e color del rame che creavano eleganti giochi di luce; in “Image Think” si era sempre al buio e completamente avvolti [anche sotto i piedi, ai limiti delle vertigini] da giochi di luci, quasi come essere sospesi in un cielo stellato; infine in “Ecce Mundi” ci si trovava come d’improvviso al centro di una stanzetta le cui pareti erano completamente adornate da una textur in stile “foglio a quadretti” su cui, in ogni quadretto, di alternavano piccoli omisi neri e piccoli omini grigi apparentemente disegnati a penna: una splendida follia.

Ucraina > l’esposizione non mi ha entusiasmato, ma chi – come me – si fa incuriosire dalle opere composte dall’accostamento di una molteplicità di tele o illustrazioni differenti e stracolme di dettagli, troverà un paio di pareti su cui posare volentieri gli occhi.

Azerbaijan > in questo padiglione sono rimasta letteralmente affascinata dalle opere di Rashad Alakbarov capace di creare degli effetti meravigliosi utilizzando solo delle barre di metallo e la luce di un proiettore: una meraviglia inimmaginabile in cui le forme cambiano al mutare della direzione della luce o della prospettiva. Degne di nota anche le 18 fotografie stampate su plexiglass di Sanan Aleskerov che inneggiano alla trasparenza donandole un soave incanto. Da non perdere.

Nuova Zelanda > un’esposizione che ha come protagoniste le opere  molto suggestive di Bill Culbert: sedie, bottiglie di detersivi e stravaganti ampolle vengono reinterpretate completamente, cambiano destinazione d’uso, “illuminate” [anche letteralmente] dal senso artistico del loro ideatore. Consigliato.

Ho visitato anche il padiglione delle Maldive e quello dell’Asia Centrale, ma senza trarne alcuna ispirazione: peccato!

EVENTI COLLATERALI

The Museum of Everything > soprattutto una simpatica trovata: in un contesto iper-colorato, quasi in stile “giostra” o “circo” [d’altra parte pare sia un’istituzione anglosassone itinerante!], vengono presentati numerosi dipinti dell’artista autodidatta Carlo Zinelli. Diciamo che Zinelli non è riuscito, purtroppo, a coinvolgermi emotivamente quanto il merchandising del museo.

The intimate subversion > Ángel Marcos “riempie” la Scuola di San Pasquale: al piano terra istalla una gigantesca scritta “NON OLET”; al piano superiore è come se facesse un maxi “bucato” di ambienti densi di intimità che, se da un lato “accolgono” lo sguardo, dall’altro lo tengono a distanza come fosse quello di un voyeur. Un po’ fuori mano rispetto al resto, ma da vedere.

Ai Weiwei – Disposition > questo artista mi piace proprio! In maniera differente da come c’era riuscito con la sua istallazione nel padiglione tedesco, riesce nuovamente a stupirmi creando nella Chiesa di S. Antonin dei grandi parallelepipedi in cui guardar dentro e, passo dopo passo, leggere una storia di carcere e violenza: la sua. Molto toccante.

Future Generation Prize > una mostra che definirei “spocchiosa”: c’erano più cartelli con su scritto “no photo”, “no entry”, “no smoking” che opere. È l’unica esposizione della Biennale di cui non ho immagini e in cui non mi sono sentita a mio agio, oppressa dagli eccessivamente ripetuti divieti che guastavano la fruizione delle istallazioni. Spiacevole!

“Ghosts” di Patrick Mimran [Palazzo Malipiero, ma sulla mappa della Biennale non la trovo] > i suoi dipinti mi hanno appassionata meno delle sue postcard, derivanti da una campagna di sensibilizzazione nei confronti dell’arte organizzata da Mimran [negli USA, credo]: le ho comprate tutte e 25, con somma gioia dell’addetta alle vendite che non aveva pronti i “pacchetti all inclusive” e ha dovuto tirarne fuori una da ognuna delle 25 bustine che aveva a disposizione.

A remote wishper > Pedro Cabrita Reis personalizza completamente gli spazi di Palazzo Falier utilizzando luci al neon, barre di alluminio e pochi altri oggetti per poi meta-esporre gli ambienti all’interno della stessa mostra fotografandoli: un’interessante percezione dello spazio di cui rimane impresso lo “stridìo” stilistico prodotto da ambienti antichi ed eleganti al contatto con materiali industriali dal gusto “lavori in corso”.

Who is Alice? > una mostra molto creativa che, ovviamente, a me ha fatto pensare ad Alice nel Paese delle Meraviglie. Non so quanto il riferimento letterario volesse essere esplicito, ma io ho ritrovato varie tematiche del romanzo tra i dettagli delle opere: il tempo tanto caro al Bianconiglio messo a fuoco da Young-Geun Park nelle sue due tele posti ai lati dell’ingresso [una in bianco – nella foto – e una in nero],  la foresta incantata ricreata da Haegue Yang e l’albero che nasconde il passaggio segreto fantasiosamente fotografato da Myoung-Ho Lee in molteplici varianti.

Di tutto quel che ho visto, ecco le prove fotografiche:

 

Il mio reportage di viaggio su Venezia e la Biennale sta per concludersi, mi manca solo di raccontarvi delle esposizioni d’arte contemporanea che ho visitato e che non hanno a che fare con  la Biennale: a mercoledì per l’ultima puntata! 🙂

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Venezia vol. 3/5 [la Biennale: Giardini]

Questa è la terza puntata [sono 5 in tutto, siamo a più di metà!] delle mie finte-ferie agostane 2013 che hanno preferito l’arte contemporanea della 55° Biennale di Venezia [e non solo] alla tintarella presa su qualche spiaggia. Oggi leggerete il mio reportage della visita ai Giardini della Biennale, un luogo incantato in cui passeggiare è piacevolissimo.

In verità la tintarella l’ho presa lo stesso [anche se un po’ “da muratore”], andando in giro sotto il Solleone di Venezia in canotta e gonna da tennista [il mio out-fit estivo da turista] anche perché io per voi ho riorganizzato le mie peregrinazioni affinché fossero leggibili e intellegibili, ma il mio girovagare è stato ordinatamente caotico in modo da accompagnare ispirazione, orari di apertura e chiusura, ma anche semplicemente calura e ritmi biologici [a un certo punto anche ai più grandi appassionati vien fame!].

Del padiglione centrale dei Giardini vi consiglio di soffermarvi qualche istante in più di fronte ai bellissimi i dipinti di Lynette Yiadom-Boakye, soprattutto quelli raffiguranti splendide donne di colore, le cui figure che si dissolvono morbidamente nello sfondo senza per questo perdere di riconoscibilità; di sporgervi sulle teche e concentrarvi sui dettagli dei  meravigliosi i “Diari di Franz Kafka” creati da José Antonio Suàrez Londoño; di non dimenticare di leggere le didascalie [io ne ho tralasciate pochissime] delle 180 sculture in argilla cruda di Peter Fischli e David Weiss dalla pungente ironia mista a un’abilità non comune di “pensare laterale” [nelle foto “Il Dottor Spock guarda al suo pianeta natìo Vulcano ed è un po’ triste perché non può provare alcun sentimento” e “Due scimmie che non capiscono il mistero del monolite”].

Per quanto riguarda i padiglioni “nazionali” [che qui in particolare mi sembrava perdessero di senso dato che, per esempio, la Germania apriva con un’opera di un artista cinese], numerose son state per me le sorprese:

  • I Tedeschi, per l’appunto, mi hanno regalato la possibilità di ammirare, e rimaner tanto stupita quanto divertita da, la scultura completamente fatta di sgabelli di Ai Weiwei che “ingombrava” interamente l’ingresso del padiglione estendendosi sino al soffitto e lasciando appena qualche “buco” per sgusciar dentro e proseguire la visita
  • La Russia fonde arte concettuale e performance interrogandosi su vizi, virtù e valori a cui la società dovrebbe tendere: un’esposizione tanto accattivante e suggestiva, quanto cinica
  • Il padiglione della Repubblica Ceca e di quella Slovacca viene reso affascinante dall’opera di Petra Feriancovà  dal titolo “An Order of Things”: una carambola di quadri dalle mastodontiche dimensioniche si lascia ammirare solo in parte, scatenando negli individui più curiosi – come me – la voglia di sbirciare tra una cornice e l’altra per assaporarne tutti i dettagli
  • Suggestivo l’allestimento della Finlandia in cui l’artista Terike Haapoja “scompone” e “ricompone” la natura a suo piacimento: da vedere il video in cui mostra anche “come fa”, forse ancora più sorprendente delle sue opere
  • L’Ungheria propone una riflessione sulla guerra e gli ordigni inesplosi che, nella sua semplicità mette letteralmente i brividi: numerosi schermi sparsi per una stanza buia, sintonizzati ognuno sull’immagine di una bomba inesplosa associata a un sottofondo musicale o a suoni totalmente in contrasto con l’immagine, quali dolci melodie, risate o simili
  • Israele “romanza” con “The Workshop”, l’arrivo di Gilad Ratman e della sua cricca a Venezia [per comprenderne appieno la geniale creatività occorre dedicare qualche minuto a ogni video]
  • Imperdibile il padiglione Made in USA e le opere di Sarah Sze: una maniacale cura e precisione per la costruzione di “meccanismi e ingranaggi di caos” da osservare con attenzione
  • Il malfunzionamento dell’opera polacca mi ha profondamente deluso e il padiglione serbo non mi ha entusiasmato sinché non ho visto la scultura di Kaled Zaki in cui l’eleganza delle forme del bronzo [?] viene sfiorata dalla luce in un modo che fa rimanere senza respiro
  • Dell’esposizione egiziana, infine, non si finirebbe mai di osservare i volumi delle opere fotografate da Odires Mlàszho

Ovviamente anche ai Giardini, i padiglioni e le opere presenti erano molte, ma molte di più, ma se tornassi indietro e dovessi scegliere, queste assolutamente non vorrei perdermele: ecco qualche foto.

Se il mio reportage di viaggio su Venezia e la Biennale vi sta piacendo, mantenetevi occupati nel week-end rileggendo le prime tre puntate, in attesa di quella di lunedì: vi racconterò i padiglioni e gli eventi collaterali sparsi per la città che ho avuto modo di visitare e che vi consiglio! 😉

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Venezia vol. 2/5 [la Biennale: Arsenale]

Seconda puntata [delle 5 totali, abbiate pazienza!] delle mie finte-ferie agostane 2013 immersa nell’arte contemporanea della 55° Biennale di Venezia e non solo. Oggi il racconto delle esposizioni dell’Arsenale che a mio avviso andrebbero viste.

Non ero mai stata alla Biennale di Venezia e devo dire che sono stata molto contenta di esser “capitata” in laguna proprio in tale occasione: nonostante non ne sia rimasta abbagliata, tra le tante cose viste, non sono state poche le opere che son riuscite a stupirmi o a farmi riflettere.

Dell’Arsenale ricorderò [e ne trarrò spunti creativi per molto tempo]:

  • Le delicate foto in bianco e nero di ghiande e fiori di Christofer Williams
  • Le vedute aeree di nubi, monti e città dai regolari reticolati di Eduard Spelterini [che ho cercato di immortalare senza molto successo]
  • Le sovrapposizioni video di Camille Hernot in “Grosse Fatigue”
  • Le riproduzioni certosine conchiglie spiraliformi di Stefan Bertalan
  • L’impresa titanica di R. Crumb nell’illustrare il libro della Genesi per intero
  • Le sgargianti opere tessute da Papa Ibra Tall
  • La mastodontica composizione fotografica di Michael Schmidt in cui il cibo fa da protagonista
  • I manichini di Karl Schenker trasformati in bellezze d’altri tempi, praticamente indistinguibili dalle modelle e dalle star del periodo [1925]
  • Le grandi tele mutati per incanto in grigie lastre di metallo da Wade Guyton e le opere dal sapore dadaista di Albert Oehlen posizionate lì vicino, come a far da contrasto
  • Le danze di luci nel buio di Otto Piene

Questo nella parte espositiva principale, ma notevoli anche alcuni padiglioni “nazionali” [pur trovando obsoleto il concetto di “nazione”, ormai, tanto più in ambito artistico… mi fa molto “Olimpiade”, come ha commentato Vincenzo Bernabei!]:

  • L’Argentina, grazie a Nicola Costantino, commistiona abilmente “realtà”, audiovisivi e suggestioni sonore
  • La Santa Sede non poteva parlar d’altro che di Creazione [by Studio Azzurro], De-Creazione [by Josef Koudelka] e Ri-Creazione [by Lawrence Carroll]: io ho apprezzato soprattutto gli ultimi due [il trittico di Josef Koudelka avrei voluto portarlo via con me e la tela con le lampadine di Lawrence Carroll mi ha ispirato moltissimo]
  • Nel padiglione del Sudafrica non potrete non restare affascinati dalle “sculture di libri” di Wim Botha, stupefacenti per la tecnica quanto per la precisione del dettaglio, nonché dalle fotografie dal un bianco e nero soave di Andrew Putter, raffiguranti un presente dal sapore di passato
  • Suggestiva l’esposizione indonesiana, ma ancora di più quella dell’IILA in cui si veniva inebriati dal profumo delle spezie e dall’esplosiva creatività degli artisti esposti
  • Del padiglione cinese ho amato [anche perché ho riso molto] soprattutto le opere di Wang Qingsong che sembrano riflettere con molta ironia sull’importanza dello studio e della ricerca mettendone in evidenza esagerate controindicazioni
  • L’Italia mi ha piacevolmente stupito con un’esposizione composta di opere che in maniera differente si interrogano sul rapporto tra suono e silenzio, tra il tutto e le sue parti: in particolare da non perdere la passeggiata su “Due” di Massimo Bartolini, resa ancora più interessante dalla commistione con i cinque lavori di Giuseppe Chiari; lo stesso vale per la camminata su “The dry salvage” di Elisabetta Benassi per raggiungere “Piccolo sistema” di Gianfranco Barucchello, entrambi di grande stimolo alla riflessione; e non potrete uscire dal padiglione prima di esservi riempiti gli occhi con la composizione grande come una grande stanza di Marco Tirelli e la meta-esposizione di quadri [l’opera si chiama “Quadri di un’esposizione”] di Giulio Paolini che vi lascerà senza fiato per la sua purezza

Naturalmente non è che abbia saltato gli altri padiglioni [ho anche girovagato parecchio per il “Giardino delle Vergini” all’interno dell’Arsenale, denso di splendide sorprese], ma sicuramente questi – per me – sono quelli veramente degni di nota: ecco le immagini.

Ora son certa che vorrete sapere cos’altro ho visto, vero? Tranquilli, ho in serbo per voi altre 3 puntate di Biennale e non solo: la prossima è sui Giardini della Biennale! 😉

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Venezia vol. 1/5 [economics di viaggio]
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– Bordeaux parte 2 – In assetto da turista: l’arte e l’arte del vino
– Bordeaux parte 1 – Pupille & Papille: la città, l’hotel, il cibo e il vino
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– Turista 2.0 – le mie strategie per vacanze brevi e low cost
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– Roma e l’arte contemporanea: il MACRO
– Roma e l’arte contemporanea: il MAXXI
– Firenze Contemporanea
– Sole e relax a Barcellona
– Nella sublime New York tra arte, brand e tanto freddo

Venezia vol. 1/5 [economics di viaggio]

Bentrovati, vi sono mancata?

Per le mie finte-ferie agostane 2013 ho deciso di concedermi un long week-end di arte contemporanea [anche per fare il “cambio di stagione” alle idee] e, non ho ben capito ancora come, sono riuscita a prenotare il ponte di Ferragosto a Venezia. Non amo particolarmente Venezia, ma come resistere alla Biennale? Questa è la prima di 5 puntate in cui vi racconto come sono andate le cose.

In realtà inizialmente non avevo – da brava turista 2.0 – una precisa idea di dove andare, ma – con mia somma sorpresa, lo ammetto! – Venezia ha vinto lo scettro di vacanza più economica del ponte di Ferragosto 2013 [considerando che ho prenotato l’11 e i costi per un volo+hotel per “wherever” quel week-end erano alle stelle].

COME ARRIVARE DA ROMA A VENEZIA

Io ho viaggiato con Italo: andata in seconda classe a 45 euro, ritorno in prima classe [con tanto di bibita e salatini] a 73 euro. Di lusso, considerando che i biglietti di prima classe venivano meno della seconda con Trenitalia e che i treni essendo nuovi sono anche più puliti e confortevoli [es. hanno la presa per caricare lo smartphone anche in seconda classe].

Sono arrivata a Venezia il giorno di Ferragosto con il treno delle 17, troppo tardi per andar per musei, ma non per fare una passeggiata nei luoghi “sacri al turismo”: non proprio una buonissima idea dato che la città è praticamente un labirinto di stradine e ponti, le cartine non le riportano tutte, il 3G – e dunque Google Map – non funziona bene e i turisti sono tanti tantissimi… è stato un tantino snervante, ma mi sono rifatta nei giorni seguenti! 😉

DOVE ALLOGGIARE

Ho trovato un B&B a 5 minuti da piazza San Marco su Trivago: il B&B Ca’ del Dose è pulito, bellino e soprattutto comodissimo per chi soggiorna in città per la Biennale dato che le due sedi principali [Arsenale e Giardini] distano non più di 5 minuti a piedi.

Il costo di questo B&B è ragionevole: 270 euro per una matrimoniale per tre notti compresa la tassa di soggiorno [a testa fanno 45 euro a notte, che a Venezia pare essere quasi un miracolo in periodo Biennale]… ma NON vi devono mettere nella stanza chiamata “Ca’ Bella” che è umida, vecchia, orribilmente arredata e l’aria condizionata è rumorosissima: io ne sono letteralmente fuggita e per fortuna mi hanno dato un’altra stanza!

COSA VEDERE

A Venezia ho trascorso tre intere giornate immersa nell’arte contemporanea, tra un padiglione della Biennale e l’altro o in luoghi similari [es. il palazzo Peggy Guggenheim], tanto che son stata “costretta” a suddividere il mio reportage in ben 5 puntate [mi sento un po’ come l’amica “rompi” che vi confina sul divano di fronte alle sue diapositive delle vacanze, ma non riesco proprio a contenermi, scusatemi! 😀 ].
In sintesi, di questo leggerete nei prossimi giorni, ma intanto vi dò le cifre:

  • Biennale: io ho optato per il biglietto da 30 euro che vale 2 giorni e dà diritto a entrare ed uscire tutte le volte che volete da Arsenale e Giardini, evitandovi – ad esempio – di rimanere intrappolati lì dentro per il pranzo [i panini sono molto cari e non fanno una gran simpatia, a guardarli!]
  • Eventi esterni o collaterali alla Biennale: molti sono gratuiti [io mi sono limitata a quelli], per altri si paga un ingresso a parte [quelli per i quali mi sono informata erano sempre a 10 euro]
  • Peggy Guggenheim Collection: il biglietto costa 14 euro, ma se siete soci IKEA Family o potete contare su altre convenzioni risparmiate 2 euro
  • Fondazione Punta della Dogana e Palazzo Grassi: l’ingresso è di 15 euro per ognuno, ma prendendoli “a pacchetto” ne risparmierete 5

DOVE MANGIARE

Allora, mangiar bene a Venezia nei dintorni di piazza San Marco è praticamente un’impresa e, se a pranzo per non perdere neppure un minuto di mostra mi accontentavo di un panino, a cena non potevo rischiare di diventare una pagnotta e mi DOVEVO sedere a un tavolo con delle posate intorno!

Il mio primo consiglio è l’Osteria “Ae Spezie” che ha attratto la mia attenzione perché aveva esposto all’esterno il “certificato Tripadvisor” da 4 pallini e mezzo: atmosfera molto gradevole, servizio cortese e prezzi notevoli… ma se siete bravi a districarvi nel menu riuscite comunque a sfangare una cena per 30-35 euro a cranio. Da provare assolutamente gli spaghetti alle vongole.

Poco meno caro e un bel po’ meno buono, ma sicuramente passabile il Ristorante “Biennale”: servizio cortese, strada tranquilla, ma del cibo non vi rimarrà ricordo, né positivo, né negativo. Si cena con 25-30 euro a persona.

Se amate le tapas spagnole, potete optare per i bacari [che hanno la stessa logica]: personalmente sono stata all’Osteria “Al Portego” e ho trovato le piccole porzioni di cibi variegati interessanti alla vista e al palato. Economici, ma se pensate di saziarvi con meno di 15-20 euro a testa, a mio avviso state sottovalutando la vostra fame.

Se poi vi trovate per pranzo nei pressi dell’Accademia, vi consiglio di dare uno sguardo tra le centinaia di prodotti da forno di Fuori Menu perché, oltre ad esser sicura che troverete qualcosa che fa al caso vostro, penso proprio che non ve ne pentirete! [pranzo al sacco a partire da 10 euro] 🙂

Se gli economics di Venezia vi hanno convinto, non perdetevi le prossime puntate per avere un assaggio di tutta l’arte che vi aspetta alla Biennale e non solo! 🙂

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Bordeaux parte 1 – Pupille & Papille: la città, l’hotel, il cibo e il vino

Sono tornata già da qualche giorno, ma a parte l’“effetto sveglia” che fatico a metabolizzare, mi sento ancora in quella fase ovattata da “sono appena rientrata dalle vacanze e niente potrà farmi stressare”: sapevo che Bordeaux, il francese, le baguette, il vino e l’arte contemporanea avrebbero funzionato! 😉
Ci sono talmente tante cose da raccontare di questo viaggio che ho dovuto dividerlo in tre parti, il resto lo leggerete in settimana!

Quest’anno ho scelto Bordeaux perché sentivo in un certo senso “bisogno di Francia”. Il suo parlato sinuoso e vellutato, le persone un po’ snob e i ritmi rallentati ed eleganti, la cura per l’arte passata e presente, il gusto sopraffino del mangiare e del bere, sapevo che mi avrebbero aiutato a rilassarmi e rallentare i pensieri.

Bordeaux è una città molto bella, di una bellezza poco appariscente, direi soave. Non c’è nulla di urlato, di troppo rumoroso.
A seconda dell’umore del momento si può scegliere se camminare per le strade commerciali gremite a ogni orario di gente [es. Rue Sainte Catherine] oppure rilassarsi in zone meno frequentate, lungo la Garonna o al Jardin Public, se starsene con il naso alll’insù ad ammirarne le bellezze architettoniche o infilarlo tra le pagine di un libro facendosi risucchiare dai vortici della narrazione. Semplicemente.

VOLO E ALLOGGIO

Come praticamente sempre ho volato Ryanair: prezzi bassi, valigie leggere [ma comunque sempre abbastanza capienti da contenere vestiti di troppo, non si sa come…] e in diversi anni nessun inconveniente [fatta eccezione per il volo di ritorno da Lanzarote dallo staff esageratamente pedante e in compagnia di qualche isterico di troppo].

Per riposare le nostre stanche membra reduci dalle kilometriche passeggiate giornaliere stavolta avevo prenotato un mini-appartamento presso la struttura dell’Hotel Adagio Access Bordeaux Rodesse all’1 Bis  di Rue Jean Renaud Dandicole. L’appartamento, situato a pochi minuti a piedi dal centro città, era veramente mini, ma molto funzionale e veramente pulito: se gli si deve trovare un difetto direi semplicemente che fosse un po’ caldo nonostante le fresche temperature dei giorni del nostro soggiorno, stranamente dotato di free wifi e non di aria condizionata.

La scelta del mini appartamento ci ha permesso di cenare un paio di volte in stanza pasteggiando con ottimo vino e piatti preparati nel mai prima d’allora utilizzato forno quando eravamo troppo stanchi per trascinarci al ristorante: per soggiorni superiori ai 3-4 giorni può essere un’ottima opzione!

CIBO & VINO

Lou Grill – 62, rue Saint Rémi

La prima sera avevamo veramente molta fame. Siamo arrivati con l’aereo delle 18 a Bordeaux, ci abbiamo messo un po’ a trovare l’albergo perché l’ancora cattiva dimestichezza con il francese e l’intontimento del viaggio ci hanno fatto scendere alla fermata sbagliata: non vedevamo l’ora di sederci a cenare e rilassarci un po’, ma – tanto per dire un’ovvietà – “la fretta è cattiva consigliera”, quantomeno a volte.

Abbiamo girato un po’ prima di capire in che zona del centro si concentrassero un po’ di ristoranti “et similia”, la fame e gli odori provenienti dalle cucine dei vari locali ci instupidivano come cavie da lavoratorio in un labirinto nuovo tutto da scoprire e il formaggio all’uscita. Dopo aver letto 3-4 dei menu esposti la confusione non faceva che peggiorare e non so come abbiamo scelto Lou Grill.

Io ho ordinato il foie gras de canard e un piatto a base di maiale che non ricordo come si chiamasse, un calice di vino e una mousse al cioccolato. Solo dopo il primo sorso di vino ci siam resi conto dell’errore… e che l’errore fosse assolutamente evitabile. Il vino al calice era terribile, non so da quanto tempo fosse aperto, ma il sapore era più simile ad aceto che a qualsiasi altra cosa: è quello che ci ha fatto “veramente” guardare attorno. Pochi avventori, tavoli traballanti e siepi “spelacchiate” all’esterno, il trionfo del cattivo gusto e il deserto all’interno. Presentazione deprimente a parte, solo il foie gras e la carne di maiale non erano male, al resto un bel 4 secco non glielo toglieva nessuno! 🙁

Spesa in 2: 39 euro

Cheminée Royale – 56, rue Saint-Rémi

É qui che ci siamo rifatti veramente il palato dopo la prima brutta esperienza. Ci siamo arrivati una sera dopo aver peregrinato parecchio per ristoranti con la terribile paura di sbagliare. Nonostante fossero passate le 22 [orario di chiusura delle cucine] ci hanno lasciato ordinare a patto che non ci mettessimo più di qualche minuto a scegliere.

Il locale non ha tavoli esterni, ma all’interno l’atmosfera è molto gradevole, sia la temperatura [nonostante l’enorme caminetto che troneggia al centro della sala sempre pronto a grigliare], sia l’arredo.
Abbiamo scelto uno Château La Coudrée-Nodoz del 2009 [il vino si sceglieva “self-service” dalla teca espositiva con tanto di prezzi, un bel modo per schairirsi le idee!] dall’aroma corposo e dal gusto pieno e vellutato.
E, tra le varianti previste dal menu fisso, io ho preferito optare per una saporitissima “salade de gesiers [ventrigli, una parte muscolare dei volatili] confits avec pomme de terre” e una gustosa entrecote, ma chi ha preso le escargts e il “gigot d’agneau a la fleur de thym” mi ha assicurato che fossero ugualmente meravigliose. Buono anche il crème caramel. Una pecca: la tarte maison non si poteva né guardare né mangiare.

Spesa in 2: 45 euro

Le parlement des Graves – 9, rue du Parlement

Altro errore di valutazione. Stavolta il ristorante era deliziosamente arredato, ma il cibo si è rivelato pessimo: le “moules à la crème” erano rachitiche e senza gusto, la zuppa di pesce praticamente un brodino sapido, il “pesce del giorno” un merluzzo bollito rinsecchito.
Degni di nota solo il vino, uno Château Mouresse del 2011, e la torta al cioccolato
, ma mi sembra un po’ pochino per rimanere soddisfatti, no?

Spesa in 2: 48 euro

Bar à Vin – 3, Cours du 30 Juillet

Qui ci siam tornati diverse volte: un luogo meraviglioso per occhi e palati. Bar à Vin è una meravigliosa enoteca dove, a prezzi sorprendentemente modici è possibile degustare praticamente qualsiasi tipologia di vino dell’area di Bordeaux accompagnandolo, se si vuole, da assaggi di formaggi e salumi squisiti.

Ho personalmente testato:

  • Château Roque-Peyre del 2009 (rosso)
  • Château Montaigne del 2010 (rosso)
  • Château des Fourgeres “La folie” (rosso) – il mio preferito anche per il nome! 😉
  • Château Des Graves du Tich (bianco liquoroso) – praticamente perfetto nel suo gusto tondo e avvolgente
  • Assiette de charcuterie con Magret de canard fumé, saucisson noir de Bigorre,  Jambon noir de Bigorre, Graton de Bordeaux da gustare con pane ai fichi e ai cereali
  • La Bar à Vin con formaggi Saint Nectaire, Cantal, Tomme de Savoie, Viande de Grisons, Rosace Coppa da accompagnare con pane bianco e alle noci e uvetta

Il tutto in una location incredibilmente curata in ogni monimo particolare, dall’arredo moderno e sorprendente grazie alle lampade di design e alle pareti divisorie fatte di acciaio e bottiglie di vino, alle sedute eterogenee che riescono a far sentire comodamente a proprio agio qualsiasi amante del vino. Un’atmosfera pacata e rilassante, un contesto che definirei “charmante”. Se capitate a Bordeaux, DOVETE andarci.

Calici a partire da: 2 euro

Made in France – 9, place Fernand Lafargue

Ottima location per il pranzo, la tranquilla place Fernand Lafargue ospita da 25 anni Made in France, locale specializzato – come ben sottolineato dall’insegna – nella preparazione di insalate e panini espressi che condisce anche con “savoir-faire, fraîcheur, equilibre…”. Le insalate non le ho provate, ma i panini erano fantastici: da provare il sandwich France con “volaille, fromage, crudités et maionese au trois poivre”, praticamente una bomba date anche le dimensioni!
P.S. Non fatevi ingannare dal Croque Monsieur, non è quel che vi aspettate, ma un semplice toast. Buono, eh, ma un toast!

Panini a partire da: 3 euro

Crêperie Reno – 34, rue Parlement Saint-Pierre

Secondo voi potevo passare una settimana in Francia e non mangiarmi neppure una crêpe e una galette [il vero nome delle crêpe salate]? Ovviamente no. La Crêperie Reno ci è parsa essere molto frequentata, la cameriera è stata simpaticissima e, pur non parlando inglese, ci ha spiegato in cosa consistessero alcuni ingredienti facendoci dei divertenti disegnini su una tovaglietta di carta: disponibile e molto, molto cortese. Sia la galette “jambon fromage”, sia la crêpe “miel amandes” eravo veramente ottime, soprattutto accompagnate da mezzo litro di cidre brut!

Spesa in 2: 24,60 euro

Wok to Walk – 266, rue Sainte Catherine

E quando vi stufate di mangiar francese, o magari semplicemente avete un po’ fretta e nessuna voglia del “solito fast-food”, l’aternativa può essere un discreto “wok” di verdure e/o noodles da combinare nel menu in “3 step”, semi-originale trovata della catena. Devo dire che il rapporto qualità/prezzo e ottimo e le materie prime fresche, inoltre la cucina è “a vista”, dunque si può oltretutto godere dello spettacolo unico dei velocissimi cuochi al lavoro. Da provare!

“Wok” a partire da 4,90 euro

La fiera della domenica sulla Garonna

Per la domenica avevamo in programma una lunghissima camminata sugli argini della Garonna, un lungofiume “attrezzato” di panchine, zone relax, giochi per bimbi e soprattutto molto panoramico. Più o meno a metà della scarpinata abbiamo scopeto che la domenica proprio lì si tiene una splendida fiera che prevedere numerose bancarelle per lo più di generi alimentari sia “nature” che cucinati all’istante. Come evitare di mangiare lì? Impossibile: spiedini di pesce alla griglia, patate arrosto e patate agli odori, “fougasse” alle verdure [che nella foto è già sparita 😀 ] e un buon bicchiere di vino rosé. Un pranzo da re.

La settimana a Bordeaux è stata una vera esperienza di gusto, ma non solo.
Mi son riempita gli occhi, oltre che di calici e pietanze, anche di moltissima arte: leggete i prossimi post per scoprire cosa, ne vale la pena! 😉

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