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Il museo secondo Cheetos

Qualche tempo fa, Cheetos, il brand produttore di snack, ha organizzato una coinvolgente campagna di ambient marketing che ha attratto la curiosità e visto la partecipazione di consumatori in tutto il mondo: il Cheetos Museum.

Cheetos, basandosi sul fatto che nessuno dei “bastoncini croccanti” [sono tipo patatine in busta senza essere patatine, come li chiamereste voi? :D] ha la stessa forma di un altro, ha avuto quella che poi si è rivelata essere una grandiosa e proficua idea: chiedere ai suoi fan – e a chiunque volesse aggiungersi 😉 – di rintracciare i Cheetos che avessero la forma di qualcosa [un aniimale, un oggetto, un personaggio famoso…] e fotografarli con lo scopo di permettere loro di raccogliere materiale per allestire il Cheetos Museum.

Grazie anche ai premi messi in palio dal brand per motivare i suoi “collaboratori”, quasi 128 mila Cheetos sono stati raccolti e hanno determinato un picco nelle vendite che la marca non aveva mai avuto in precedenza. Tutto ciò è stato poi messo in mostra alla Grand Central Station di New York andando quindi a creare fisicamente il Cheetos Museum di cui tanto si era parlato e aggiungendo al contest l’attività di ambient marketing volta al consolidamento della brand experience.

SPOILER: anche alcuni di quelli che non hanno vinto i premi messi in palio dal brand sono stati discretamente ricompensati dalla vendita del loro Cheetos d’autore su ebay.

Una campagna più riuscita e folle di questa è difficile da immaginare, non trovate?

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Pupille & Papille: cena alla Tate Modern

Per me la Tate Modern ha sempre significato arte contemporanea, non sapevo che potesse essere connessa anche a un’esperienza di gusto sofisticata e originale come quella sperimentata durante la cena-degustazione “Cooking in Motion” grazie allo chef Sebastian Mazzola e alla sake sommelier Sussie Villarico.

“Cooking in Motion” alla Tate è stata un’esperienza avvolgente. Cenare all’ultimo piano del palazzo dedicato alle esposizioni, la vista mozzafiato su Londra, il tramonto che lascia il posto alle mille luci colorate della città, il contrasto tra il bianco “museale” della sala dagli altissimi soffitti e il legno “accogliente” degli arredi.

E poi il cibo. Il menu “Nikkei” combinava la passione della cucina peruviana con il rigore di quella giapponese in un tripudio di sapori e colori che è difficile descrivere. Indimenticabili il “Pulpo al Olivo” e il “Lomo Saltado Nikkei Style”. Intrigante l’abbinamento tra i manicaretti che componevano l’aperitivo e il sake Tsuruume Yuzu, Heiwa Shuzu [Wakayama], molto azzeccato l’accostamento con il vino Nikolaihof del 2015.

Ora un po’ di foto per farvi capire sino in fondo di cosa parlo! 😉

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Punti di vista sull’arte contemporanea

La voglia di vacanza – enorme ultimamente – per me coincide con la voglia di arte contemporanea. La possibilità di perdersi – e non solo letteralmente – in un museo, in una mostra, tra le strade di città mai viste interrogandosi sulle forme, i materiali, le diverse rappresentazioni del reale e i loro significati. Questi sono infatti processi che riescono profondamente a rilassarmi, a farmi trovare un senso di quiete interiore che non ha pari, probabilmente anche perché è l’unico che riesce contemporaneamente a darmi sufficienti stimoli emotivi e di riflessione da non permettermi di annoiarmi. L’arte contemporanea è meravigliosa.

E a chi “non piace” l’arte contemporanea? Io consiglio di guardare i video che compongono la campagna di lancio dell’Art Museum Konstruktiv, in Svizzera: magari vi riuscirà a convincere a darle un’altra possibilità! 😉

La campagna pubblicitaria dell’Art Museum Konstruktiv è una perla di creatività. Puntando a sensibilizzare e coinvolgere i NON appassionati delle espressioni contemporanee dell’arte e in particolare coloro che non riescono ad apprezzare l’astrattismo, ne ricerca nella loro infanzia la possibile ragione dando vita a due strabilianti quanto ironici spot che si concludono con l’headline “Date alle forme astratte una seconda possibilità”.


[via]

C’è tutto: empatia, ironia, una splendida metafora che gioca con il senso ultimo della conoscenza, del saper fare, del successo, dell’esperienza. Con i cubi ci avete riprovato fino a riuscirci, che farete con l’arte astratta? 😀

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Oxford e l’Ashmolean Museum

Uno dei musei che assolutamente non si può evitare di visitare se si capita a Oxford è di certo l’Ashmolean Museum. Il museo in questione, in pieno centro città, raccoglie opere di tutti i tempi – dalla preistoria alla civiltà egizia, dall’arte greca e romana alle avanguardie del Novecento – in una location che da sola varrebbe la visita.

Ogni volta che mi trovo a Oxford non posso evitare di entrare di tanto in tanto nell’Ashmolean Museum, uno dei musei pubblici più antichi del mondo. Durante le giornate di pioggia, tra un impegno e l’atro di lavoro, quando la noia fa capolino o semplicemente per riempirsi gli occhi di arte, l’Ashmolean Museum è uno dei luoghi perfetti in cui schiarirsi le idee e trascorrere del tempo girovagando tra fantastiche opere d’arte di ogni epoca.

L’edificio, a pochi passi dalle strade più commerciali di Oxford, si erge in Beaumont Street nobile e maestoso nel suo stile neoclassico, mentre attraversando la porta a vetri dell’ingresso pare già di aver fatto un viaggio lungo secoli e ci si ritrova in uno spazio neutro come solo lo stile minimal della contemporaneità sa costruire. Il museo raccoglie opere di tutti i tempi e per tutti i gusti, ma ovviamente l’area che io preferisco è quella moderna e – quando allestita – quella dedicata all’esposizione di arte contemporanea.

Tra le mie opere preferite sicuramente la tela raffigurante l’High Street di Oxford e dipinta da Joseph Mallord William Turner, considerato il precursore delle avanguardie. Il quadro, del 1810, ritrae una panoramica dell’affascinante via oxfordiana in cui si colgono dettagli architettonici in maniera unica, come solo il pennello di Turner sapeva fare.

Qui una piccola selezione delle opere del museo a cui non riesco mai a evitare di portare i miei omaggi.

Non vi sentite già più rilassati? É l'”effetto SPA” di Oxford! 😉

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Un pomeriggio a Woodstock e il parco del Blenheim Palace

Se vi trovate in UK, soprattutto se state alloggiando a Oxford, uno dei luoghi da visitare è sicuramente Woodstock, la cittadina di Winston Churchill che nacque proprio nel monumentale Blenheim Palace e probabilmente passò l’infanzia scorrazzando per l’immenso meraviglioso parco del palazzo.

Ad Agosto una mia cara amica ha avuto la grandiosa idea di portarmi a fare una passeggiata a Woodstock – a pochi chilometri da Oxforde nell’affascinante parco del Blenheim Palace. La cittadina è un luogo in cui, se non fosse per le auto parcheggiate, si rischierebbe di pensare di aver fatto un viaggio nel tempo ed essere arrivati in un qualche momento passato del milleottocentoqualcosa.

A partire dal fatto che praticamente qualsiasi attività commerciale chiude alle 17, l’atmosfera che si respira in paese è più che vintage, non sembrano essersi aggiunte al nucleo tradizionale della cittadina nuove costruzioni da lunghissimo tempo e vige un silenzio irreale che pare possa essere rotto solo dal rumore di un calesse o una carrozza.

Se far due passi tra le piccole vie alberate del centro è suggestivo ed entrare nel piccolo museo molto interessante [quando ci sono stata io, oltre ad alcuni oggetti storici molto intriganti, si stava tenendo la simpatica mostra “Treasure from trash” su riciclo e recupero], girovagare tra le immense distese verdi del parco del Blenheim Palace – che, maestoso e quasi severo, osserva tutto dalla cime di un leggero pendio – è assolutamente una sensazione che toglie il fiato… basta guardarne le foto!









P.S. è possibile visitare il Blenheim Palace anche all’interno… sempre se non rimarrete talmente affascinati dai giardini da non riuscire a entrare per tempo: a me è successo! 😉

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The Wallace Collection [London]

Se vi trovate a Londra nella zona di Marylebone e avete un po’ di tempo libero, magari perché siete in anticipo rispetto alla vostra prenotazione a L’Autre Pied oppure volevate fare una passeggiata dentro Hide Park quando ha iniziato a piovere, vi consiglio di visitare The Wallace Collection.

The Wallace Collection è un museo, la sua particolarità consiste nell’essere ospitato in una splendida villa d’epoca londinese.
Ogni stanza ha le proprie particolarità e, oltre ad avere l’opportunità di riempirvi gli occhi con una serie di dipinti del 18° secolo, potrete ammirarne lo splendido mobilio e i meravigliosi complementi d’arredo, perdervi nell’osservazione dei dettagli dei parati e nell’assaporare l’atmosfera lussuosamente accogliente delle differenti stanze.

Vagare per i differenti ambienti della Wallace Collection è stata per me un’esperienza rilassante e avvolgente: riuscivo a immaginare misteriosi personaggi elegantemente abbigliati che attraversavano i grandi spazi sussurrandosi commenti riguardanti la vita dell’alta società londinese o comodamente seduti vicino ai maestosi camini accesi intenti a prendere il thè e a condividere gli ultimi gossip ridacchiando compostamente. Se siete in vena di un viaggio nel passato tra arte e armature, ve ne consiglio la visita: l’ingresso è gratuito.

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Hayward Gallery & Design Museum [London]

Ancora arte contemporanea a Londra, ma stavolta a pagamento. La Hayward Gallery e il Design Museum, due spazi espositivi abbastanza interessanti: il primo di fianco al Waterloo Bridge, l’altro a pochi passi dal Tower Bridge. Il costo del biglietto non è proprio economico dato che in entrambi i casi supera le 10 sterline, i contenuti artistici non sono paragonabili a quelli della Tate Modern e della Saatchi Gallery, ma le mostre a cui ho assistito mi hanno dato comunque diversi spunti interessanti in quanto a creatività.

Dell’Hayward Gallery il dato sicuramente noioso è che non si possono fare foto all’interno, elemento che comincio proprio a non comprendere. Io vi ho visto una mostra di Sheila Hicks [allestita nella sala gratuita con accesso subito prima dell’entrata] denominata “Foray into chromatic zones” in cui l’artista usa filati e colori per mettere a punto interessanti composizioni dalle forme ora geometriche, ora stravaganti, che esprimono una certa allegria di fondo.

Per il resto, credo che l’elemento che in generale mi ha colpito di più è stata una sorta di mostra-documentario sulle vicende legate al virus della mucca pazza e in particolare la stravagante – per certi versi – presenza di un video del 1982, ben lontano dagli anni della diffusione del morbo, in cui Andy Warhol scarta e mangia con una certa eleganza un hamburger di Burger King: si tratta di una scena ipnotica, dato il personaggio, ma che ho trovato subdolo inserire in quel certo contesto, sinceramente.

Il Design Museum era composto da due distinte aree. Su un piano [l’ultimo] venivano presentati una serie di prodotti, servizi o idee dal design originale messi a punto nell’ultimo anno e supportati da una interessante scheda esplicativa, alcune di queste si potevano addirittura testare e l’atmosfera era veramente molto interessante e creativa. Su un altro piano era in atto una mostra denominata “Women Fashion Power – Not a multiple choise”: la curatela era alquanto disordinata così come i nessi tra i vari oggetti esposti, ma alcuni degli artefatti risultavano veramente di notevole appeal.

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National Gallery & British Museum [London]

Ovviamente non si può parlare di Londra e di arte senza almeno citare la National Gallery e il British Museum, due vere e proprie istituzioni in materia in cui è praticamente obbligatorio fare almeno un giro. Un po’ perché l’ingresso è – ormai ovviamente – gratuito, un po’ perché sicuramente in una delle loro immense stanze c’è qualcosa che vi interessa o che siete veramente curiosi di vedere [qui è particolarmente importante dotarsi di mappa – questa a pagamento, e non fate i furbi! – se non ci si vuole perdere].

Inutile specificare che della National Gallery amo in particolare le stanze dedicate al periodo che va dal 18° all’inizio del 20° secolo e che, percorrendole in ordine in modo da osservare i dipinti esposti cronologicamente, ogni volta è molto emozionante veder farsi strada sulle tele i “sintomi” delle avanguardie e guardarli man mano radicarsi fino a trasformare completamente l’estetica di quel che si sta osservando: dai dipinti di Joseph Mallord William Turner, esponente del romanticismo, come non prefigurarsi i quadri impressionisti di Claude Monet che si avrà modo di vedere più avanti? Impossibile.

Del British Museum, invece, non mi affascina un’area specifica, bensì una serie di elementi che esso espone e preserva. Primo su tutti, sicuramente la Stele di Rosetta, il primo scritto “con testo a fronte” in nostro possesso, il grande masso che ci ha permesso di decodificare i racconti degli Egizi. A secondo posto, altrettanto certamente, la grande statua dell’Isola di Pasqua, enorme nelle dimensioni, possente e fiera nell’atteggiamento, assurdamente contemporanea nel design: una meraviglia. Terzi in classifica a pari merito i differenti totem creati dagli Indiani d’America, forse anche questi perché simili nelle linee a elementi dell’arte contemporanea, maestosi e simmetrici, resi “caldi” dal legno e temibili dalle espressioni delle “maschere” che riproducono. In ultimo, appena sotto al podio, il curiosissimo “Rolling Ball Clock”, originalissimo orologio dal meccanismo simile a qualcosa tra un flipper e un rompicapo: da vedere.

Passare un’ora, un pomeriggio o anche un’intera giornata in uno di questi posti senza necessariamente dover spendere nulla è sintomo e simbolo di una meravigliosa concezione della cultura e della conoscenza come di qualcosa che dovrebbe appartenere a tutti senza eccezioni e che dovrebbe far parte della quotidianità quanto più possibile. E a me questo piace veramente tanto!

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Saatchi Gallery [Londra]

In fatto di arte contemporanea, la migliore scoperta di questo mio viaggio a Londra è sicuramente la Saatchi Gallery. Nonostante il nome possa far pensare a un museo d’impresa, si tratta di un luogo in cui esposizione e business si intersecano in modo differente: la galleria si propone di dare visibilità agli artisti più giovani e a quelli stranieri che non hanno mai esposto in UK o che hanno fatto molto di rado.

In un certo senso la Saatchi Gallery si propone, dunque, di ampliare i riferimenti creativi del Regno Unito e di diffondere visioni artistiche innovative. A mio avviso la galleria riesce appieno nel suo obiettivo: molte delle opere esposte sorprendono per originalità o sofisticatezza della realizzazione artistica, facendo emergere e rendendo percepibile la ricerca necessaria a metterle a punto.

Difficilmente gli appassionati di arte contemporanea di livello amatoriale come me riusciranno a riconoscere qualcuno dei nomi degli artisti esposti, ma se si cerca ispirazione per nuove idee di ogni sorta, può essere sicuramente il luogo giusto in cui schiarire i pensieri… e l’ingresso è libero anche qui! 🙂

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