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Tate Modern [Londra]

Io non posso pensare a Londra senza pensare alla Tate Modern. Una brutta fabbrica di mattoni [talmente brutta da non avermi neppure ispirato una foto] trasformata in uno splendido centro multifunzionale focalizzato sull’arte contemporanea. Qualcosa di unico, interessante sia dal punto di vista culturale che da quello organizzativo.

Innanzitutto la Tate Modern è a portata di tutti. La cosa spettacolare è che l’esposizione permanente è a ingresso gratuito. Il biglietto è dovuto solo per le mostre temporanee, e neanche per quelle se si è sostenitori della Tate. A mio avviso già questo fa venire a molti una gran voglia di andar lì anche solo per prendersi un caffè, così lo shop, il bar e il ristorante interni lavorano tantissimo e sono sempre pieni di persone… e sempre più non riesco a comprendere perché l’Italia non riesce ad esportare questo modello di business, dato che la più-simile-a-noi Nizza lo ha fatto qualche anno fa con enorme successo. Servizi a parte, la Tate Modern è splendidamente intrigante e permette di perdersi nella contemplazione di opere meravigliose: da Giorgio de Chirico a Ibrahim El Salahi, da Dorothea Tanning a Pablo Picasso, passando per nomi noti come Lucio Fontana, Kazimir Malevich, Wassily Kandinsky o George Braque, ma anche meno noti come Lisette Model, Alexander Brodsky, Zhang Enli o Victor Pasmore. Un’esperienza che apre la mente, mentre riempie gli occhi e i pensieri, oltretutto in modo splendidamente democratico. Se non mi credete fateci una passeggiata all’interno, senza impegno! 😉

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Varsavia: arte e musei [2 di 3]

Seconda puntata del reportage sul mio viaggio a Varsavia durante le vacanze natalizie. In questo caso il focus riguarda i musei e i luoghi espositivi di varia natura che ho avuto modo di visitare nella capitale polacca alla ricerca di espressioni artistiche, come consueto soprattutto connesse con l’arte contemporanea.

Varsavia può contare su un discreto numero di musei e spazi espositivi, alcuni da considerare un’attrazione per i turisti anche dal punto di vista architettonico poiché all’interno di palazzi d’epoca o castelli molto suggestivi, ma la difficoltà per il turista – come mi è già capitato di accennare – sta negli orari di apertura al pubblico che, quantomeno nella stagione invernale, sono quasi sempre molto ridotti [i musei aprono dalle 12 alle 16 o alle 18, per lo più] e difficilmente includono il lunedì.

Nonostante questo, personalmente sono riuscita a organizzare la visita a quasi tutti i luoghi di mio interesse, di seguito le foto e l’elenco con qualche commento. Buona lettura! 🙂

[fotografie © Alessandra Colucci]

MUSEO DEI NEON [donazione a piacere] – Si tratta di un capannone non proprio agevole da raggiungere in quella che credo sia la vecchia zona industriale della città: lì qualcuno ha avuto l’idea di raccogliere, dopo averle recuperate, alcune delle bellissime insegne al neon che illuminavano la città durante il periodo della guerra fredda e successivamente eliminate senza troppo riguardo. Si tratta di vere e proprie opere d’arte curate in ogni minimo dettaglio [bellissimo vederne i costruttivi completi di schemi per la progettazione], peccato solo che non abbiamo abbastanza spazio per essere esposte al meglio. Assolutamente da visitare!

MUSEO DEI POSTER [lunedì ingresso gratuito] – Inizialmente un luogo di raccolta esclusivamente per le locandine in tutte le declinazioni e lingue dei film di Andrzeja Wajdy, importante regista polacco, ha da poco ampliato la sua esposizione permanente con un’ampia sala a due piani allestita con una bellissima raccolta di poster pubblicitari di campagne sociali e di marketing territoriale che sembrano principalmente risalire alle ultime tre decadi del ‘900. Consigliato, soprattutto agli appassionati di comunicazione pubblicitaria.

MUSEO NAZIONALE [15 zloti/pax] – Grande museo cittadino dedicato all’arte di un po’ tutti i periodi storici, una parte della sua esposizione prevede anche opere di arte moderna e contemporanea. Qui la mia curiosità è stata carpita in particolare da due sculture, la composizione musicale di Leopold Lewikcki e il nudo di Katarzyna Kobro, nonché dalle “iridi” di Wojciech Fangor: opere di bellezza, a mio avviso, disarmante.

M – MUSEO DI ARTE CONTEMPORANEA [ingresso gratuito] – Interessante spazio espositivo nel cuore della parte più nuova della città che si suddivide in due aree, una più “istituzionale”, l’altra più informale all’interno della libreria/caffetteria. Al momento della mia visita tre focus: la mostra per i 20 anni della rivista “Architketura”, la personale di Maria Bartusztova e – nella sala “informale” – un’originalissimo excursus su i bagni [quelli non connessi con il mare, per intendersi] di cui purtroppo le foto sono venute malissimo a causa dell’illuminazione del luogo. Sicuramente interessante farci un salto, anche perché è l’unico museo che chiude alle 20.

CASTELLO UJAZDOWSKI – MUSEO DI ARTE MODERNA [12 zloti/pax] – Tale spazio pare dedicato principalmente alla videoarte. Nonostante solitamente io sia attratta da tutte le forme espressive dell’arte contemporanea, eccetto i video, in questo caso due artisti sono riusciti a incuriosirmi e a carpire la mia attenzione per tutta la durata delle loro opere audiovisive: Erik Bünger con il suo “The girl who never was”, una sorta di flusso di pensieri illustrato attraverso le immagini sul ruolo della “voce” nella storia dell’umanità in cui – ovviamente è la voce narrante [in inglese] la protagonista, meravigliosamente ipnotica; Omer Fast con il video “CNN Concatenated”, divertente montaggio in cui gli speaker CNN si fondono in un unico personaggio e danno voce all’emittente in una sorta di “bisticcio di coppia” con lo spettatore.

https://www.youtube.com/watch?v=RCD3IxCZpsM

CASTELLO REALE E GALLERIA MALARSTWA [22+20 zloti/pax] – Il Castello Reale, sito nella piazza principale della Città Vecchia, è un luogo sfarzoso luogo in cui l’arredo è degno delle migliori fiabe della buonanotte. Al primo piano il castello ospita la galleria, degna di nota per la presenza di due Rembrandt completi di scansione a raggi X che ne evidenzia misteriosi riutilizzi e per l’opera di Cornelius Norbertus Gysbrechts che nel 1675 pare essere già molto vicino alla destrutturazione cubista.

MUSEO ETNOGRAFICO [12 zloti/pax] – Per me alquanto deludente nonostante la presenza di bellissime quanto ben conservate maschere e marionette asiatiche d’epoca, soprattutto perché la parte riguardante l’etnografia e antropologia polacca era chiusa.

MUSEO DEL MOVIMENTO DEL POPOLO POLACCO [ingresso gratuito] – Per quanto mi riguarda, una sorta di bufala: la pubblicazione “Warsaw in your pocket” lo presenta come un logo in cui curiosare tra documenti e oggetti usati dalla popolazione polacca durante la dominazione tedesca e poi comunista, mentre io ho avuto modo di vedere solo qualche tela dal dubbio valore artistico.

Ora non vi resta che aspettare venerdì per leggere l’ultima parte del mio resoconto vacanziero relativo a Varsavia, quella relativa alla parte più “appetitosa” del viaggio: il cibo. Siete curiosi?

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Il museo dei giocattoli sopravvissuti alle angherie dei bambini [campagna pubblicitaria]

Da oggi entriamo ufficialmente nel periodo – e nel mood – delle vacanze natalizie: già dall’8 di Dicembre hanno fatto la loro comparsa in molte case gli alberi di Natale, sono stati messi a punto calendari rigidissimi per l’acquisto dei regali e molti profili di social networking si sono riempiti di citazioni e incitamenti a essere più buoni, neanche aspettassimo ancora Babbo Natale sperando di non essere tra gli “iscritti” al “club” del libro nero.

La campagna pubblicitaria del Museu dos Brinquedos, il museo dei giocattoli brasiliano, e il suo claim “Come visit the survivors” [trad. ita. “Vieni a far visita ai sopravvissuti] mi hanno ricordato che anche quest’anno, sotto le feste, milioni di bambini troveranno sotto l’albero di Natale tantissimi pacchi, molti dei quali pieni di terrorizzati quanto nuovi giocattoli pronti a essere torturati per amor di “innocente” curiosità.

Bellissima e molto d’appeal, seppur non particolarmente originale, la campagna pubblicitaria del Museu dos Brinquedos che in tre semplici quanto dettagliatissimi visual fotografici riesce a sintetizzare quel misto tra la creatività guidata dalla voglia di sperimentare per conoscere e un crudele sadismo inconsapevole, musa dei più stravaganti passatempi ideati dai bambini e subiti dai loro più amati giocattoli.

I giochi, quindi, come oggetti di consumo evolutisi nel tempo, ma anche come veri e propri “sopravvissuti” inclusi nella collezione del museo quasi fosse una sorta di riconoscimento od onorificenza per “coloro che ce l’hanno fatta”.

Museu dos Brinquedos - campagna pubblicitaria
[via]

Chissà se nel museo è previsto anche un tributo ai “caduti sul campo di battaglia”… 😀

Altre campagne pubblicitarie

Altro sui musei

Altro sui bambini

In vacanza a Belgrado: mostre e musei [4 di 4]

Dopo avervi descritto le mie impressioni sulla città, aver condiviso le mie scelte organizzative e avervi fatto venire l’acquolina in bocca parlandovi dei cibi che ho avuto modo di gustare e dei locali in cui sono stata, è finalmente arrivato il momento di raccontarvi come ho trascorso il tempo nell’affascinante Belgrado. [foto alla fine del post 😉 ]

ARTE CONTEMPORENEA…

Muzej savremene umetnosti [Museo di arte contemporanea]: chiuso dal 2004!!!

Con mio sommo dispiacere il museo che prima di ogni cosa mi aveva convinta a organizzare il mio viaggio a Belgrado, quello che avrebbe dovuto farmi rimanere a bocca aperta grazie alla sua esposizione di 8.500 opere di arte contemporanea, contrariamente a quanto potesse apparentemente sembrare navigando tra le pagine del sito dedicato, era chiuso… e non da qualche giorno, ma dal 2004, da ben 10 anni.

Venirne a conoscenza mi ha lasciato allibita, devo ammetterlo. Aver girovagato per il web senza averne neppure annusato la notizia, mi ha lasciato senza parole. Ma ho dovuto elaborare il “lutto” in pochi istanti per impedire che rischiasse di rovinarmi la vacanza e consolarmi racimolando le briciole di contemporaneità artistica qui e là per poi lasciare che i miei occhi si dedicassero ad altri periodi e ad altri stili. Peccato, però!

Durante la mia testarda ricerca di qualsiasi forma di arte contemporanea sono riuscita a scovare i seguenti luoghi d’interesse:

  • Preokreti/Turnovers [mostra] – Interessante esposizione focalizzata su quello che a me è parso una sorta di brainstorming esperienziale voluto per accompagnare la riflessione riguardante i lavori di ristrutturazione degli spesi espositivi del Museo di Arte Contemporanea > interessanti le geometrie messe in mostra attraverso i video, ma anche quelle create dalle stesse scelte espositive.
    Ingresso gratuito.
  • SANU [Srpska Akademija Nauka i Umetnosti] – L’accademia delle arti e delle scienze di Belgrado, la più grande della serbia, all’interno della quale si organizzano piccole esposizioni e, su richiesta, si viene accompagnati in una sorta di magazzino in cui è possibile visionare e acquistare alcune delle opere degli allievi o degli ospiti illustri dell’istituto > ambiente affascinante e ovviamente pieno di spunti creativi, ma attenti a non concedere troppa attenzione alla “guida del magazzino”, rischia di diventare difficile andar via senza acquistare nulla!
    Ingresso gratuito.
  • Paviljon Cvijeta ZuzoricChiuso anch’esso per ristrutturazione [avrebbe riaperto subito dopo la fine del mio viaggio a Belgrado], ma di fronte al suo ingresso sono esposte alcune sculture e istallazioni interessanti tra le quali vale la pena girovagare per qualche minuto > impressionante come girare letteralmente attorno a una statua posizionata in un giardino permetta di percepirla in modo radicalmente differente a seconda del punto di vista e dello sfondo.
  • Narodni muzej [Museo Nazionale] – Non è completamente incentrato sull’arte contemporanea, ma conserva ed espone un discreto numero di opere delle avanguardie serbe, alcune delle quali decisamente interessanti > passeggiare tra i quadri lasciandosi guidare dal richiamo di forme e colori è sempre una sensazione fantastica.
    Biglietto: circa 2 euro.
  • Muzej Nikole Tesle [Museo Nicola Tesla] – A suo modo anch’esso parla di arte e sicuramente tratta di “visioni” contemporanee dato che nel museo sono custodite e mostrate alcune delle “invenzioni” messe a punto da Tesla che successivamente si sono evolute nelle moderne tecnologie che conosciamo > un viaggio – seppur breve – in un futuristico e ai tempi fantascientifico passato.
    Biglietto: circa 2,50 euro a persona compresa la visita guidata… e visitare il museo senza assistere alla visita guidata sarebbe come non esserci stati perché vorrebbe dire non poter vedere gli stranissimi macchinari sperimentali in uso!
  • Muzej automobila [Museo dell’Automobile] – per la categoria “arte della fabbrica”, un giro all’interno di questo museo ve lo consiglio > nonostante sia poco più che un capannone in cui le auto sono pressoché ammassate, nonostante si debba fare attenzione a quanto si riceve di resto per il biglietto e nonostante la percezione che le auto fossero addirittura in vendita per selezionati turisti [ma forse è stato solo l’effetto dell’atmosfera non propriamente “da museo”], guardare le curve e le cromature delle auto d’epoca rimane affascinante ed emozionante.
    Biglietto: circa 1,50 euro.

Se qualcuno di voi riuscisse a trovare il museo dedicato a Ivo Andric, me lo faccia sapere perché per me è stato impossibile!

… E NON

I non appassionati di arte contemporanea possono inserire nel proprio tour le seguenti tappe:

  • Kuca Cveca [Casa dei Fiori / Mausoleo di Tito] – Il luogo in cui sono messi in mostra oggetti, abiti, mobilio e complementi d’arredo appartenuti al leader jugoslavo e dove sono custoditi i suoi resti > per me il luogo in cui ho scoperto com’era fatta una valigia da viaggio di metà del secolo scorso [oltre ad aver apprezzato oggetti e arredi ormai d’epoca] e il meccanismo con cui era possibile evitare che gli abiti si sgualcissero, elemento frivolo quanto affascinante.
    Biglietto comprensivo della visita al Muzej Istorije Jugoslavije: circa 1,50 euro
  • Muzej Istorije Jugoslavije [Museo della Storia Jugoslava] – A mio avviso la sezione di maggiore interesse riguarda l’esposizione degli “outfit” tradizionali di ogni regione un tempo compresa nella Jugoslavia e di alcune delle località con le quali l’ex-nazione aveva rapporti diplomatici: un’infinità di capi d’abbigliamento, accessori e materiali variamente confezionati > un luogo divino per i fanatici della moda e dell’evoluzione del vestiario.
    Biglietto comprensivo della visita al Kuca Cveca: circa 1,50 euro
  • Vojni muzej [Museo Militare] – all’interno della Fortezza di Belgrado, un’esposizione di armi in mezzo alla quale passeggiare > impressionante, letteralmente, ma anche molto triste.
    Ingresso gratuito.
  • Etnografski muzej [Museo Etnografico] – Per gli appassionati di etnografia, il museo propone la ricostruzione di numerose tipologie abitative serbe e jugoslave di differenti periodi storici > la sezione dedicata all’abbigliamento era di gran lunga meno interessante di quella presente nel Museo della Storia Jugoslava e il tutto era attraversato da un’atmosfera un po’ fatiscente [receptionist in primis che sembrava colta di sorpresa e addirittura scocciata dalla presenza di turisti]: peccato!
    Biglietto: circa 1,50 euro
  • Galerija fresaka – Esposizione di arte sacra dalle caratteristiche bizantine > per nulla adatta agli amanti di arte contemporanea, ma sicuramente interessante per gli appassionati del genere.
    Ingresso gratuito.

In estrema sintesi: Belgrado è molto bella, vi ho fatto venir voglia di partire? 😉

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A Lione per la Biennale: mostre e musei

Riprende il reportage del mio viaggio a Lione: dopo aver sviscerato ben bene tutte le questioni logistiche, è il momento di rilassarsi e di raccontarvi di come mi son riempita gli occhi di arte [contemporanea e non solo] questa volta. N.B. Per evitare l’effetto “visione forzata del filmino delle vacanze” la gallery è alla fine, così potete decidere se sfogliarla o no! 😉

LA BIENNALE E L’ARTE CONTEMPORANEA

Come sempre durante i miei viaggi, sono andata in cerca di arte contemporanea anche a Lione, scoprendo – solo poco prima di partire – che era in corso la Biennale anche lì: a posteriori avrei potuto dire che tale evento nulla aveva a che vedere con l’omonima iniziativa di Venezia, ma è stato comunque interessante!

In generale, i lavori presentati alla Biennale di Lione avrebbero necessità di una maggiore cura nella determinazione dei percorsi e non brillano per innovazione e creatività, sembra piuttosto che tutti gli stereotipi legati alla percezione diffusa sull’arte contemporanea si siano dati appuntamento lì: idee per lo più abusate, alquanto scontate, prive di fascino, eppure anche tra quelle, a ben vedere, qualche spunto creativo me lo son riportato a casa.

Al Musée d’Art Contemporain mi hanno particolarmente incuriosito i video di Lili Reynaud-Dewar in cui l’artista, nuda e completamente dipinta di nero, danzava una sorta di ballo tribale in location differenti, tra cui quello che sembrava un museo di arte contemporanea o una stravagante camera da letto [ricostruita anche in loco], generando non poco contrasto di colori e forme, rendendo percepibile una sorta di difficile lotta per la conservazione dell’identità culturale.

Presso la Chaufferie de l’Antiquaille, degno di nota il lavoro audiovisivo di Zhang Ding dal titolo “Budda salta oltre il muro” che si rifà a un particolare piatto cinese preparato con ingredienti molto dispendiosi, talmente amato dai monaci da venir interpretato come simbolo di corruzione. Personalmente, guardandolo, l’ho interpretato più come una critica al sistema dell’arte che manda “al macello” le opere, una sorta di evoluzione visiva della “Morte dell’arte” di Benjamin… ma forse la mia è solo “deformazione culturale”.

All’Église Saint-Just, non proprio capace di scatenare grandi emozioni, ma sicuramente interessante la critica al consumismo di Tom Sachs con la sua maestosa “Barbie slave ship”, soprattutto per le dimensioni e la cura del dettaglio dell’opera, nonché per il fatto che sia stato esposto anche il progetto e la legenda della stessa.

La Sucrière ho apprezzato soprattutto l’esposizione nel suo complesso, l’evidente cura nello stabilire quali opere mettere vicine e quali distanti, la gestione degli spazi, l’alternarsi di atmosfere emotive. Particolarmente degno di nota il lavoro del collettivo Madein Company che con il suo “Physique of Consciousness Museum” rintraccia gesti e posture dello yoga [?] nelle pratiche sociali e culturali della quotidianità dando vita a un ironico quanto kitsch programma di allenamento quotidiano: uno spasso girare tra le teche dell’istallazione, salvo poi riflettere sul reale significato della “messa in scena”.

L’Institut d’Art Contemporain, invece, non faceva parte delle location dedicate alla Biennale e , d’altra parte, visitarlo è stata un’esperienza alquanto sterile, purtroppo.

Fantastica, invece, la mostra “Joseph Cornell et les Surréaliste à New York” organizzata al Musée des Beaux-Art de Lyon [tra l’altro bellissimo polo espositivo nel complesso]. Joseph Cornell, con i suoi lavori quasi da miniaturista, stracolmi di creatività – appunto – surrealista, è stato una vera e propria scoperta e si è fatto assolutamente apprezzare nonostante l'”ingombrante” co-presenza di mostri sacri quali Magritte, De Chirico, Ernst, …

ALTRI MUSEI

A Lione non mi sono limitata all’arte contemporanea. Oltre a una piacevole incursione al Musée des Tissus et Musée des Art Decoratifs [in cui ho potuto osservare oggetti e abiti favolosi per tecnica, fattura e stato di conservazione] e tra le marionette del Musée Gadagne, ovviamente non potevo resistere al richiamo della mia seconda passione, il cinema, e mancare di visitare l’Institut Lumière e il Musée Miniature et Cinéma.

L’Institut Lumière è stato creato nell’ex-dimora dei due geniali fratelli inventori del cinema, a due passi dall’hangar in cui è stato prodotto il primo film in assoluto [l’emozione di vederlo è stata grande!]: luogo denso di memoria e fascino, l’esposizione ricorda tutti i traguardi tecnologici raggiunti dai Lumière, le loro ricerche per mettere a punto sempre nuove tecniche di riproduzione del reale  scopo d’archivio e intrattenimento, nonché i loro strumenti di comunicazione pubblicitaria e alcune scoperte che non sapevo fossero da attribuirsi a loro, come la creazione della pellicola a colori.

Il Musée Miniature et Cinéma, raccoglie – invece – oggetti e materiali di cui si avvale il cinema contemporaneo: costumi strabilianti, maschere assurde, storyboard e studi per gli effetti speciali, nonché un’infinita serie di miniature per lo studio dell’allestimento di set più o meno famosi. Lavori, questi ultimi, dalla stupefacente cura certosina dei dettagli. Da rimanere strabiliati.

In sintesi, non vedo l’ora di ripartire! 😀

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Roma e l’arte contemporanea: di nuovo al Macro

Di recente ho nuovamente visitato il Macro [quello di via Nizza], stavolta per farmi rapire dalla fotografie del Festival internazionale di Roma e dalle opere di Marina Ballo Charmet, Imran Qureshi, nonché dalla fantastica Urban Arena.

In un pomeriggio al Macro sono talmente tanti gli stimoli visivi da cui si viene colpiti, che a fine visita si ha bisogno di un po’ di silenzio per permettere alla propria mente di assimilarli tutti: dalle spirali disegnate dai piedi di un ballerino e immortalate da José Arispe in “Despegar” che hanno rischiato di commuoverti per la loro grazia, all’intimo caos del divano ritratto da Jonathan Carvajal in “Gone Forever Project” che ti ha trasmesso la stessa voglia di completa astrazione dalla quotidianità che doveva provare il protagonista; dalle geometrie sospese nel tempo e nello spazio di Fleur Van Dodewaard che han rischiato di ipnotizzarti, ai panorama monocromatici e impalpabili di Elge Esser che ti han fatto perdere il senso del qui e ora; dalle opere surrealmente “pulp” di Imran Qureshi che ti hanno sconvolto per tanto per la loro violenza quanto per l’estrema bellezza ricca di complessità, agli immobili dettagli urbani di Marina Ballo Charmetche ti hanno fatto desiderare profondamente i colori di un paesaggio boschivo.

Impossibile non citare anche “Ritratto di quartiere: dallo stabilimento Birra Peroni al MACRO”, esposizione in collaborazione con il museo d’impresa della nota marca di birra e in linea con le più recenti correnti del branding territoriale che diviene memoria di “cambiamenti nel tempo di luoghi e contesti, tra particolari architettonici e dettagli d’epoca”, mettendo in mostra i locali del Macro e l’intero quartiere in cui risiede al tempo in cui ospitavano il birrificio Peroni.

Per non parlare dell’Urban Arena, lo spazio sui “tetti” del Macro che ospita le opere – tra gli altri – di Sten, Lex e Ozmo e che rende sorprendente e affascinante il panorama della terrazza, completamente cinta dalla vista dei tetti di uno splendido scorcio di Roma.

Ogni parete e ogni angolo del Macro o è colmo di arte, o fautore del silenzio visivo necessario a ricaricare lo sguardo prima di passare all’opera successiva. E per avvicinare all’arte anche i bimbi che non possono vederla, il Macro dimostra una grande sensibilità nel dare spazio a “A spasso con le dita”, esposizione di splendide illustrazioni tattili e circolo di laboratori creativi.

Che aspettate ad andare a immergervi nell’arte contemporanea? Già nello spazio del foyer – a ingresso libero – si possono averne splendidi assaggi! 🙂

 

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Venezia vol. 5/5 [Peggy Guggenheim e l’arte contemporanea]

Ed eccoci arrivati all’episodio conclusivo [non ce la facevate più, eh?] delle mie finte-ferie agostane 2013 in cui ho fatto il pieno di arte contemporanea. Vi ho raccontato della 55° Biennale di Venezia in tutte le salse, ora è il turno delle location che con tale evento non hanno collegamenti espliciti: Peggy Guggenheim Collection, Fondazione Punta della Dogana e Palazzo Grassi, la galleria d’arte Contini.

In realtà, soprattutto per quanto riguarda la Peggy Guggenheim Collection, ogni immagine – seppur amatoriale – varrà veramente più di mille parole, considerando anche che tale collezione – come se non bastasse – è a sua volta arricchita dall’esposizione della Collezione Gianni Mattioli e da quella di Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof, oltre che dalla mostra dedicata a Robert Motherwell.
All’ingresso, ancor prima di fare il biglietto, si è accolti da un paio di sculture, tra cui Sentinell V di David Smith; nei giardini si può già perdere il senno contemplando innumerevoli opere, l’una più affascinante dell’altra; poi si accede alla “casa” e si rischiano letteralmente le vertigini girovagando tra un numero imprecisato di Picasso, Warhol, Fontana, Giacometti, Kandinsky, Malevich, Pollock… per citarne solo alcuni. Credo di dovermi ancora completamente riprendere da questa esperienza, dato che sono ancora senza parole!

Ho apprezzato moltissimo anche la visita alla Fondazione Punta della Dogana in cui persino gli spazi espositivi mi hanno piacevolmente colpito. In questo caso, durante il percorso, mi sono soffermata ad ammirare:

  • Relatum di Lee Ufan, un’istallazione che lasciava trapelare una quasi insostenibile forza, rabbia anche
  • Il neon di Mario Merz con la frase Se le forma scompare la sua radice è eterna presente in altra “cornice” nei giardini della Peggy Guggenheim Collection
  • Phase of Nothingness di Nobuo Sekine, quadro [?] un po’ inquietante – per la verità – ma molto affascinante
  • Catasta di Alighiero Boetti che, con i suoi moduli regolari, l’alternarsi di pieni e di vuoti, la leggera rividezza del metallo che si poteva “sentire con gli occhi” mi ha molto colpito
  • Byars is Elephant di James Lee Byars che ho trovato – ma non chiedetemi perché – molto ironico, assurdamente eccessivo

La stessa sensazione di piacevole appagamento non mi ha seguito, purtroppo, a Palazzo Grassi in cui si teneva la personale di Rudolf Stingel. Ora, io non sono mai stata prima in tale palazzo e non so come sia allestito d’abitudine, ma impacchettarlo completamente [pavimenti, pareti, soffitti, tutto!] in una sorta di moquette che ripropone gli arabeschi di un tappeto persiano e poi sistemarci le opere di Stingel una per stanzone non mi ha trasmesso sensazioni molto positive. Essendo Agosto l’atmosfera era quasi opprimente, la grafica della moquette – a mio parere – non permetteva alle tele di risaltare il giusto, e dedicare uno spazio di decine di metriquadri a opere che in alcuni casi erano più piccole di un A4 mi è sembrato eccessivo, quasi scortese nei confronti del visitatore. In sintesi, se dovessi tornare indietro mi risparmierei i soldi del biglietto [che fortunatamente ho comprato “a pacchetto” con Punta della Dogana].

Consiglio invece caldamente di entrare almeno in una delle sedi della galleria d’arte Contini: non ho potuto fare foto all’interno, ma c’erano opere di Ferdinando Botero  e Robert Indiana che non si riusciva a contarle e molte, molte altre cose interessanti: praticamente un museo!

Il mio reportage in 5 puntate su Venezia e la Biennale si conclude qui: a me fa da archivio di input creativi, ma spero che a qualcuno di voi possa essere utile per prender spunto durante il proprio viaggio… e poi magari fatemi avere il vostro punto di vista.

E ora, rifatevi gli occhi con le foto di questa puntata! 😉

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Roma e l’arte contemporanea: il Macro Future e la Pelanda

Roma è piena di musei, mostre ed esposizioni di qualsiasi tipo, come avrete ormai capito le mie preferite sono quelle che riguardano le espressioni contemporanee dell’arte, anche perché mi offrono notevoli spunti di riflessione che mi tornano utilissimi quando poi si tratta di mettere a punto strategie creative per i brand dei miei clienti.

Al fine di condividere tale visione delle espressioni artistiche con i miei studenti del terzo anno di IED Management Lab, ho pensato di sfruttare un paio d’ore di lezione per visitare il Macro Future, la sede del Macro che si trova a Testaccio, proprio a due passi dallo IED di via Branca. In corso in quel momento: Israel Now – Reinventing the Future, “C’era una volta…” Gioco e Giocattolo, Big Bamboo.

MACRO FUTURE E LA PELANDA: LA STRUTTURA

Credo si possa affermare che il Macro Future è esso stesso un’opera di “archeologia industriale”, gli spazi espositivi sono infatti interamente ricavati da quello che un tempo era un mattatoio. Ganci, abbeveratoi, magazzini e stalle sono ancora perfettamente riconoscibili all’interno della struttura e non nascondo che – a mio avviso – le conferiscono ancora aggi un’aria greve e un po’ macabra nonostante le opere di ristrutturazione abbiano in tutti i modi cercato di alleggerire l’atmosfera, ad esempio utilizzando una gran quantità di bianco.

Nel momento in cui, però, gli spazi sono allestiti per mostre ed esposizioni, grazie alla sapiente organizzazione degli spazi, l’utente riesce sicuramente a dimenticare i trascorsi e la storia del luogo e a focalizzarsi sul suo attuale obiettivo: dar rilievo alle opere d’arte e mettere in risalto l’espressività contemporanea.

MOSTRA: “Israel Now – Reinventing the Future”

Israel Now – Reinventing the Future [fino al 17 Marzo 2013] si presenta come una mostra collettiva multidisciplinare che mette insieme ben 24 artisti israeliani provenienti da esperienze e generazioni differenti, alcuni di loro hanno attratto particolarmente la mia attenzione sia creativamente che emotivamente.

Shai Kremer, in due delle sue fotografie in particolare, ha saputo comunicarmi la molteplicità sempre attiva in ogni punto di vista: pieni, vuoti, prospettive inconsuete e riflessi sembrano voler ricordare che lo sguardo può ingannarci, mentire o condurci oltre i limiti di quel che chiamiamo reale. Un varco in un muro dissestato diviene la cornice di un panorama di terra brulla che ispira tanto a guardare oltre, quanto a disperarsi per la desolazione. Il riflesso della natura sul pavimento allagato di un edificio abbandonato può ricordarci tanto la forza temibile degli elementi, quanto che dalla distruzione si possono ricavare nuovi impeti per il cambiamento, anche radicale.

Le fotografie di Elinor Carucci propongono una inusuale rappresentazione del quotidiano, di istanti consueti ma mai banali, situazioni rubate all’intimità che – indipendentemente dalla propria provenienza geografica o del proprio pensiero ideologico – potremmo aver vissuto o lo abbiamo effettivamente fatto: un abbraccio per aggiudicarsi il telecomando, un gioco tenero e scherzoso tra madre e figlia, un momento di solitudine nuda di fronte allo specchio, il fastidio dei “pelucchi” sulla fronte quando ci si fa tagliare la frangia… Una riflessione sulla vita, sui dettagli irrinunciabili, sulle prospettive interiori.

“Island” di Nahum Tevet e “Following the white rabbit” di Guy Zagursky offrono due versioni in parte simili, in parte molto distanti dello skyline metropolitano.
Il primo lo ricostruisce in legno e vernice industriale, utilizza forme geometriche che comunque offrono abbastanza dettagli allo sguardo affinché possa ricostruire creativamente gli oggetti stilizzati: barche, palazzi e macchinari agricoli sembra quasi di vederli prender vita se si lascia agli occhi il tempo di “completarne” le forme complesse.
Il secondo utilizza materiali elettrici e parti di moderni apparati tecnologici per mettere nel suo “acquario” il plastico della città del futuro, illuminata ovviamente da una luce blu: seguendo il Bianconiglio, pare che l’artista si sia ritrovato in un contesto asettico e pulsante di attività nonostante sia apparentemente privo di qualsiasi forma di vita.
Entrambi hanno riportato alla mia memoria la metropoli di casse e imballaggi di Quarto Potere: le metropoli per i due artisti non son più collezioni di oggetti accumulati nel tempo da Mr. Kane, ma visioni stilizzate, depurate da ingombranti contenuti e dettagli, pure forme allegoriche e metaforiche.

Gal Weinstein mi ha portato su Marte, con le sue due opere dal titolo “Rusted Planet” di cui mi ha particolarmente attratto la ricerca materica. Le opere sono infatti realizzate in lana di acciaio e colla, il ché rende ancor più percepibile l’asperità del territorio rappresentato, lo rende “visibilmente” ruvido, tagliente, assolutamente inospitale. E la mia riflessione si è soffermata su quanto la scelta della materia in questo caso abbia connesso vista e tatto nonostante non si avesse la possibilità di toccare le opere.

Infine, “Culture Plate #7” racconta in video come l’artista Michal Rovner vede l’umanità. Pare che Michal abbia messo l’essenza da egli percepita rispetto agli esseri umani in una provetta, l’abbia agitata generando panico e ne abbia osservato una goccia al microscopio: uno sciame di omini rosso sangue si rincorrono sotto la lente generando ansia in chi osserva quello che altrimenti sarebbe percepita come una grande Luna immobile proiettata su una parete. Tantissime le associazioni che scaturiscono dalla visione del video: la vita e il suo concepimento, la vita quotidiana e la sua frenesia, la morte come abbandono violento della vita, la necessità di fermarsi per individuare i propri obiettivi e la follia che scaturisce dal non farlo, le masse e i loro movimenti scomposti… e molto altro.

MOSTRA: “C’era una volta…” Gioco e Giocattolo

Degna di nota anche “C’era una volta…” Gioco e Giocattolo, l’esposizione presso la Pelanda [fino al 24 Marzo 2013 – ingresso libero], collettiva che si ispira all’universo ludico infantile e ne mostra le connessioni possibili con l’immaginario collettivo proprio di quello adulto: la Barbie diventa protagonista di superbe opere come “La gioconda” di Leonardo Da Vinci nelle opere di Jocelyne Grivaud, i social network più in voga ispirano le proprie icone al mondo del cinema o della propaganda nelle rappresentazioni di Francesco Visalli, una casa di bambole viene arredata con e come importanti quadri di arte contemporanea… Un percorso che si lascia apprezzare molto, soprattutto perché racchiude spazi che i visitatori più piccoli possono utilizzare per giocare in una pausa o alla fine della visita.

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Bordeaux parte 3 – In assetto da turista: mostre, musei e luoghi d’arte

Bordeaux mi ha sorpreso molto: ho talmente tante cose da raccontarvi che questo è già il terzo [ma ultimo, promesso] post che scrivo sulla settimana trascorsa passeggiando tra le sue vie, rilassandomi nei suoi parchi e giardini, degustando cibi e vini tra ristoranti e vinerie, vigneti e cantine piene anche d’arte. Di arte contemporanea a Bordeaux ne ho vista veramente tanta, di questo parlerò nella terza puntata del racconto di viaggio.

L’idea che mi è rimasta di Bordeaux è che lì pare si cerchi di aggiungere arte ovunque.
Oltre che nei musei, nelle gallerie e presso le location sede di fondazioni d’arte, si organizzano esposizioni tra i viali del Jardin Public come sulle sue cancellate. Ci sono pezzi di grandi artisti contemporanei tra i filari delle vigne, nelle cantine, esposti tra le botti in fermentazione… Mostre d’arte vengono curate all’interno di locali, in spazi degradati da recuperare, in grandi magazzini, negli uffici di informazione turistica…

Bordeaux - La réalité n'existe pas © Alessandra Colucci Bordeaux - Jardin Public [Les Bordelaises XXL] © Alessandra Colucci Bordeaux - stazione di Pessac [scultura] © Alessandra Colucci Bordeaux - tribunale © Alessandra Colucci Bordeaux - tribunale © Alessandra Colucci

Anche in altre città e in altri Paesi avevo notato una gran sensibilità nella cura e nella ricerca di visibilità per le opere d’arte, ma mai un così attento e capillare utilizzo della creatività e del design di artisti contemporanei in commistione e contaminazione con altro tipo di esperienze e di momenti: solitamente gli spazi culturali ed espositivi sono luoghi a sé, separati da altri contesti e “protetti” da eventuali “distrazioni” del pubblico, raramente – e comunque non per autori quotati – i locali che ospitano delle opere d’arte mantengono anche altre funzioni. A Bordeaux questo succede molto di sovente ed è meraviglioso!

CAPC Musée d’art contemporain et Arc en Rêve

Avevo sentito parlare molto e molto bene del CAPC di Bordeaux… forse è per questo che non ne sono rimasta affascinata come credevo! Sicuramente notevole la grandezza degli spazi espositivi e imponente la struttura che li accoglie, ma la curatela dei percorsi di fruizione delle varie mostre temporanee mi ha lasciato uno sgradevole senso di confusione e incompletezza, quasi un leggero timore di aver perso qualcosa.

Quel che ho apprezzato di più sono state due opere esposte nell’androne, ma di cui purtroppo mi è stato impossibile risalire all’autore: una immensa pista da skateboarder su cui si poteva passeggiare leggendo i messaggi provocatori che fungevano da decorazione grafica e una rivisitazione fotografica di una scena [o della locandina, forse] di “King Kong – la grande scimmia” del 1933 trasformato in Babbo Natale. Entrambe impressionanti per dimensioni quanto per l’atmosfera denza di dissacrazioni che erano in grado di crearsi attorno.

Oltre a tali opere, mi sono molto interessati alcuni dei lavori esposti nella mostra temporanea “Make-up” [conclusasi il 2 settembre]. Ancora non comprendo cosa abbia portato alla scelta del nome della mostra, ma in ogni caso raccoglieva una serie di pitture e istallazioni sulle quali valeva veramente la pena posare lo sguardo per farsene risucchiare.

Bordeaux - CAPC [skateboarder] © Alessandra Colucci Bordeaux - CAPC [King Kong] © Alessandra Colucci Bordeaux - CAPC [Philippe Decrauzat] © Alessandra Colucci

La collezione permanente, come dicevo, non mi ha folgorato, ma sullo stesso piano ho passato diverso tempo rapita dagli studi e dalle ricostruzioni del centro d’architettura “Arc en Rêve”. Da quel che ho visto, i Francesi pare si stiano orientando alla rivalutazione degli edifici e complessi “popolari”, soprattutto quelli sorti intorno agli anni ’70, dando loro un aspetto più “moderno” e migliorandone la qualità della vita a cui si può aspirare abitandoli: più verde, finestre più grandi, balconature anche per aggiungere ulteriori “puntellamenti” a supporto delle strutture…

Le idee che ho potuto osservare espresse nei 3D e nei fotomontaggi delle ricerche mi son sembrate veramente ottime, volte al riuso dei materiali e delle strutture, eco-frinedly in molti sensi, ma soprattutto rispettose delle necessità delle persone e di quel che spesso si cerca invano in una abitazione: la vivibilità e il piacere del contesto.

Costo biglietto: 5 euro

Musée et Galerie des beaux arts

Museo e Galleria delle Belle Arti di Bordeaux si trovano in due luoghi distinti, ma poco lontani tra loro.
Purtroppo al momento della mia permanenza nella bella cittadina, il museo era parzialmente chiuso a causa di lavori di riammodernamento e ampliamento: le uniche due sale agibili, comunque, racchiudevano alcune opere sulle quali era un piacere posare lo sguardo e farsi rapire, come l’intrigante “Nature morte au compotier” di Fernand Léger.

La galleria, invece, al momento della mia visita [e fino al 16 settembre] ospitava una bellissima mostra dedicata completamente a Tobeen.
Le sue opere, di una grazia luminosa, sono capaci di riportare eleganza e morbidezza alle dure linee cubiste [in “Consolation”, per esempio] utilizzando colori e tonalità avvolgenti. Meraviglioso il suo modo di riprodurre azioni, momenti e oggetti del quotidiano: ne “Les Laveuses” l’utilizzo degli spazi e la scelta dei soggetti sembrano piegare la linea temporare sino a riprodurre l’azione mostrandone le varie fasi contemporaneamente e dando la sensazione di movimento quasi si fosse davanti a un video; ne “La Jatte” vien fuori la delicatezza del momento, la cura da un lato e la fiducia dall’altro, lasciando immaginare al fruitore il lento moto della ragazza nel chinarsi; “Les Lilas” è invece di una bellezza comtemplativa, l’immobilità floreale che in realtà è vita rienpie gli occhi del tenue colore viola come di allegria.

Bordeaux - Musée des beaux arts [Nature morte au compotier di Fernand Léger] © Alessandra Colucci Bordeaux - Galerie des beaux arts [Consolation di Tobeen] © Alessandra Colucci Bordeaux - Galerie des beaux arts [Les Laveuses di Tobeen] © Alessandra Colucci Bordeaux - Galerie des beaux arts [La Jatte di Tobeen] © Alessandra Colucci Bordeaux - Galerie des beaux arts [Fleurs - Les Lilas di Tobeen] © Alessandra Colucci

Costo biglietto: museo free; galleria 5 euro

Musée d’Aquitaine

Se non avessi già visto praticamente tutto quel che c’era da vedere a Bordeaux probabilmente non avrei deciso di visitare anche il Museo d’Aquitania, ma avrei fatto un errore: le ricostruzioni storiche, la strutturazione del percorso e la vastità della collezione fanno in modo che tale luogo meriti attenzione poiché è uno dei pochi musei “territoriali” per il quale mi sentirei di affermare che mantiene assolutamente la promessa fatta di raccontare le evoluzioni vissute da una certa porzione di globo… e non si ferma in questo processo nerrativo, come spesso accade, troppo indietro per percepirne il valore.

Nel museo si può osservare e immaginare, grazie alle opere esposte, cosa sia successo nel lembo di terra raccolto tra la Garonna e la Dordogna [abilmente umanizzate e scolpite da Dominique Felix Maggesi] sin dall’antichità.
Ovviamente la parte del percorso che comunque ha maggiormente attratto la mia attenzione è stata quella del XX secolo con i suoi manifesti pubblicitari, le mode e i personaggi di spicco, nonché un’affascinante ricostruzione di una “Epicerie”, perfetta in ogni dettaglio e contenente moltissimi packaging di inizio secolo.

Bordeaux - Musée d'Aquitaine [La Garonne di Dominique Felix Maggesi] © Alessandra Colucci Bordeaux - Musée d'Aquitaine [La Dordogne di Dominique Felix Maggesi] © Alessandra Colucci Bordeaux - Musée d'Aquitaine [Médoc Aper] © Alessandra Colucci Bordeaux - Musée d'Aquitaine [Epicerie] © Alessandra Colucci Bordeaux - Musée d'Aquitaine [Epicerie] © Alessandra Colucci

Costo biglietto: 5 euro [ma io ho beccato un “giorno free”]

Le vivres de l’art [rue Achard]

Le vivres del l’art, creata da Jean-François Buisson, è un’associazione culturale che mira a portare tutte le forme possibili di espressione artistica a convivere in un sol luogo. Nonostante effettivamente si “respirasse” creatività, la zona appariva purtroppo tornata al degrado che pare le fosse consueto prima che vi si stabilisse l’associazione: c’è una possibilità che questo fosse semplicemente dovuto al fatto che magari ci fosse stato un evento di qualche genere la sera prima, ma aihmè, non è comunque stato molto piacevole [sporcizia e barboni tra le opere d’arte è una visione alquanto triste] nonostante io sia stata contenta di aver dato quantomeno una sbirciatina!

Bordeaux - Les vivres de l'art © Alessandra Colucci Bordeaux - Les vivres de l'art © Alessandra Colucci Bordeaux - Les vivres de l'art © Alessandra Colucci Bordeaux - Les vivres de l'art © Alessandra Colucci Bordeaux - Les vivres de l'art © Alessandra Colucci

Cité Frugès Le Corbusier [Pessac]

Devo dire che la Maison Municipale Frugès Le Corbusier a Pessac è stato il luogo più complesso da raggiungere della vacanza, ma non tanto perché non fosse proprio a Bordeaux [ci arriva in modo molto comodo il tram B], ma perché nessuno sembrava sapere dove fosse esattamente. La piccola avventura vissuta per arrivarci, comunque, è stata assolutamente ricompensata dalla dettagliatissima visita guidata [peccato solo fosse in francese perché la mia conoscenza di questa lingua è veramente basilare e non ne ho potuto apprezzare sino in fondo i dettagli] che abbiam potuto fare gratuitamente e dall’esplorazione dell’intero quatiere costruito da Le Corbusier.

Agglomerato di case a pochi minuti da Bordeaux, il quartiere voluto da Henry Frugés nel 1926 doveva essere tre volte più grande, ma per varie vicissitudini [non ultima la guerra] Le Corbusier riuscì a costruirne effettivamente solo una parte. Sentir parlare di quale logica abbia seguito nel progettarlo è stata un’esperienza illuminante: l’architetto è partito dalla volontà di “standardizzare” il più possibile la produzione.

Le case sono state tutte costruite su moduli da 5×5 m, tali moduli sono stati divisi o sommati in modo da ottenere i differenti ambienti abitativi comprendendo, per la prima volta, la doccia in bagno e il garage. Tali moduli standard sono stati assemblati in differenti “posizioni” all’interno delle abitazioni in modo che esternamente il paesaggio non risultasse troppo monotono: niente fronzoli, tanta luce, comodità moderne, spazi all’aperto come terrazzi e giardini… era questo che Le Corbusier voleva dare ai futuri proprietari delle sue case, ma non tutti ne furono entusiasti all’epoca.

A me, oggi, piacerebbe infinitamente avere una casa così, trovo che la suddivisione e la gestione degli spazi sia veramente molto equilibrata, il fatto che la luce abbia modo di inondare tutti i punti della casa e il modo in cui l’arredo urbano esterno – essenzialmente composto dai grandi alberi del viale – entra a far parte in qualche modo del mobilio è sorprendente: tutto è al punto giusto, il colpo d’occhio non è mai costrittivo, le percezioni e l’utilizzo degli ambienti flessibile… In sintesi: la voglio! 🙂

Bordeaux - Maison Municipale Frugès Le Corbusier © Alessandra Colucci Bordeaux - Maison Municipale Frugès Le Corbusier © Alessandra Colucci Bordeaux - Maison Municipale Frugès Le Corbusier © Alessandra Colucci Bordeaux - Maison Municipale Frugès Le Corbusier © Alessandra Colucci Bordeaux - Maison Municipale Frugès Le Corbusier © Alessandra Colucci

Visita guidata in francese gratuita

CCAS

Per la serie “a Bordeaux organizzano mostre ovunque” il CCAS, a quanto ho potuto capire, è una sorta di centro d’accoglienza nei corridoi del quale pesso si organizzano esposizioni, soprattutto fotografiche. Io ho avuto la fortuna di poter ammirare le meravigliose opere di tre artisti: le “Histoires d’Ô” di Arnaud Bertrande che con il loro candore pallido facevano letteralmente perdere la bussola a ogni sguardo imprigionandolo in un mondo serenamente pacato e incantato; la serie “Malagar” di Sophie Pawlak in cui libri e racconti si fondevano per metafore nelle immagini sino a farne parte completamente regalando loro un’aria fiabesca dai colori vivi, di altri tempi; il “Projet X-Pan” di Pierre Wetzel in cui simmetrie e asimmetrie, luci e ombre, costruivano suadenti equilibri in una setssa immagine di panorami lontani quanto vicini.
Spero vivamente di re-incontrare questi geni dell’obbiettivo!

Bordeaux - CCAS [Histoires d'O di Arnaud Bertrande] © Alessandra Colucci Bordeaux - CCAS [Histoires d'O di Arnaud Bertrande] © Alessandra Colucci Bordeaux - CCAS [Malagar di Sophie Pawlak] © Alessandra Colucci Bordeaux - CCAS [Malagar di Sophie Pawlak] © Alessandra Colucci Bordeaux - CCAS [Projet X-Pan di Pierre Wetzel] © Alessandra Colucci

Entrata gratuita

Jardin Public et Galerie Lafayette

I luoghi più inconsueti in cui ho potuto girovagare tra oggetti d’arte – vigneti a parte – sono stati i grandi magazzini Lafayette [al cui secondo piano c’era un piccolo spazio dedicato alle mostre, nonostante la cosa buffa è che pare che i dipendenti non ne fossero assolutamente al corrente] e i giardini pubblici.

Al Jardin Public le cancellate erano state trasformate in pannelli espositivi per accogliere le grandi illustrazioni di Jofo della serie “Chapo bordo” in cui simpatici personaggio dalle strambe espressioni indossavano elaborati copricapi raffiguranti elementi o luoghi di particolare interesse della città. Il tutto in uno stile cartoonesco che si faceva apprezare e metteva una certa allegria.

All’interno dei giardini, invece, erano state sistemate le immense bottiglie artistiche metafora dei più importanti prodotti vinicoli della zona [e non solo] della serie “Les Bordelaises XXL” ideata in occasione della fiera viti-vinicola che si tiene annualmente in cittòà. Devo dire che è bello passeggiare tra i viali di un parco ammirando arte trasformata in etichetta!

Il parco cittadino è un luogo perfetto anche per prendersi una tregua dalle peregrinazioni da turista: sdraiarsi sul prato a leggere e magari gustare una canelé, un macaron, una brioche… insomma uno dei buonissimi dolci tipici del luogo è qualcosa che rimette veramente in sesto! 😉

Bordeaux - Jardin Public [Chapo bordo by Jofo] © Alessandra Colucci Bordeaux - Jardin Public [Chapo bordo by Jofo] © Alessandra Colucci Bordeaux - Jardin Public [Les Bordelaises XXL] © Alessandra Colucci Bordeaux - Jardin Public [Les Bordelaises XXL] © Alessandra Colucci Bordeaux - le canelé © Alessandra Colucci

Erano chiusi o scomparsi: Musée d’ethnographie (riapertura 2013), Musée d’histoire Naturelle (riapertura 2014), Musée Goupil (eliminato)

La mia vacanza a Bordeaux in sintesi

In una settimana:

  • ho recuperato le ore di sonno perse a giugno per organizzare il Personal Branding Day
  • ho letto quasi due libri [di cui poi, ovviamente vi beccherete la recensione! 😀 ]
  • ho degustato un’infinità di vini [molti di più di quelli citati, in relatà! 😛 ], qualche formaggio, alcuni buoni piatti
  • ho visitato un buon numero di mostre e musei
  • ho macinato un enorme numero di kilometri per le vie di Bordeaux riuscendo comunque a metter su qualche kilo

Una settimana perfetta!

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