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Promuovere voli in libreria [British Airways]

Come colpire un target alquanto generalista? Come cambiare la propria percezione di brand?
Come aumentare la vendite di alcuni dei servizi offerti individuando gli utenti effettivamente interessati ad acquistarli? Queste sono le domande che credo si sia fatta British Airways quando ha ideato la sua campagna di ambient marketing in Brasile e ha iniziato a promuovere i suoi voli… in libreria.

Pare che i Brasiliani pensino che British Airways offra solo voli che abbiano come destinazione il Regno Unito e la corporale, per fare in modo che i suoi potenziali clienti di quella parte del mondo cambiassero la propria percezione del suo brand fino a comprendere che l’azienda può organizzare anche per loro viaggi in altre parti del globo, oltre alla sua Madre Patria, ha pensato di ideare un’azione di ambient marketing che utilizzasse il barcode reader in modo creativo, trasformandolo – nelle sezioni dedicate ai viaggi delle grandi librerie – in un nuovo media pubblicitario.

L’idea consiste nel legare il codice a barre delle diverse guide turistiche dedicate alle più svariate destinazioni di viaggio a un messaggio promozionale assolutamente coerente con la meta protagonista del prodotto editoriale prescelto in modo che, quando il potenziale acquirente del manuale avesse avvicinato il barcode all’apposito lettore per conoscerne il prezzo, avrebbe visto apparire in prima battuta un messaggio del tipo “Vai a Roma? Vola con British Airways a partire da US$900 – www.ba.com”.


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Un modo originale per promuoversi presso un target assolutamente aperto e sicuramente incuriosito dal messaggio di cui diviene destinatario, un’ottima occasione per aumentare la propria awareness e far chiarezza sui servizi che si offrono, arrivando potenzialmente a modificare la propria percezione di brand. Interessante utilizzo del pensiero laterale! 🙂

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Coordinato per ufficio: anche la busta racconta il business

La resa narrativa del proprio business [o storytelling, che fa più cool! 😉 ] passa anche attraverso il coordinato per ufficio: Logchies Junior Window Cleaners usa la busta da lettera per presentare il proprio core business.

Soprattutto in conseguenza dell’utilizzo sempre più massiccio degli strumenti di comunicazione digitale [email, social media e social network, documenti in pdf, house organ in versione ebook…], si è persa un po’ l’abitudine di progettare le buste da lettera personalizzate preferendo indirizzare risorse e risorse e creatività su altri strumenti di utilizzo più quotidiano come i biglietti da visita, spesso artwork di grande design.

Tale atteggiamento, in generale supportato da una correttissima logica del buonsenso, rischia però di far perdere ad alcune realtà delle grandi opportunità per raccontarsi e porre in evidenza i servizi offerti. Cos’altro avrebbe potuto usare  Logchies Junior Window Cleaners come strumento migliore delle envelope destinate a documenti, comunicazioni e fatture, per focalizzare l’attenzione di clienti acquisiti e potenziali sulla propria attività?

Per quanto mi sforzi di trovare sostituti, solo la busta da lettera “con finestra” regala a questa azienda l’opportunità di narrare l’attività – solitamente ritenuta poco creativa – di pulitura vetri e vetrine in modo immediato, ironico e divertente. L’azienda, infatti, ha avuto la “brillante” idea di utilizzare l’oblò trasparente utile alla visualizzazione dei dati di contatto del destinatario come una vera e propria finestra, rendendola elemento protagonista nel concepimento della grafica di personalizzazione del supporto.

Logchies Junior Window Cleaners - busta da lettera
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Conseguentemente a questa operazione di sviluppo della creatività, l’envelope diviene uno strumento di comunicazione essa stessa, incuriosisce il ricevente, mostra la cura del dettaglio da parte del mittente, l’attenzione che pone al proprio lavoro, fa apparire l’attività del window cleaner come vissuta in maniera piacevole da chi la pratica.
Un assetto valoriale perfetto per un brand del genere, no?

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Da azienda a network di professionisti: il mio punto di vista

Già da diverso tempo noto una propensione delle aziende specializzate nella fornitura di servizi – soprattutto nel B2B – a trasformarsi in network di professionisti. Negli anni cambiano le mode e cambiano le necessità: concetti come flessibilità, interazione, condivisione, divengono parole chiave fondamentali per ogni professione e rendono possibile trasporre il concetto di community virtuale in un format di organizzazione del lavoro.

professionistaAttualmente le nuove tecnologie e la necessità sempre maggiore di adeguarsi velocemente ai repentini cambiamenti del mercato, in generale sembrano penalizzare le le strutture complesse e rigide in favore di quelle più snelle e maggiormente ricettive nei confronti del web e del mobile.
Sempre più, si va verso organizzazioni a loro volta virtuali, capaci di replicare le dinamiche magmatiche delle community online nella realtà: i network di professionisti.

Ovviamente, per esperienza diretta, il primo esempio che posso portare è quanto avvenuto nel settore della comunicazione. Per le agenzie negli ultimi anni sono cambiate molte cose: dalle denominazioni sempre più specifiche e specialistiche, alle dimensioni sempre più ridotte.
Per quanto riguarda i contenuti e le competenze professionali si è passati da strutture basate sull’etichetta di studio grafico a quella di agenzia pubblicitaria, poi alla “moda” della comunicazione integrata e infine alle specializzazioni delle web agency, delle agenzie di eventi e delle società di pubbliche relazioni. Tutto ciò cercando di ottenere strutture organizzative che fossero più semplici da gestire e che riuscissero a star dietro al moltiplicarsi delle tecnologie e degli strumenti di comunicazione a disposizione delle aziende clienti per veicolare i propri messaggi, nonché all’aumento delle competenze di interpretazione delle strategie, valutazione e partecipazione attiva alla produzione da parte del consumatore.

Queimada – Brand Care, la società di cui sono titolare insieme a Vincenzo Bernabei, è ormai in attività da 7 anni: nata come agenzia di comunicazione integrata, definitasi agenzia di branding, marketing e comunicazione per lungo tempo, da un paio di anni ci appare come uno strumento ingombrante e forse obsoleto per lavorare in questo settore. Il web e l’ADSL hanno fatto in modo che divenisse tanto più comodo, veloce e produttivo non lavorare necessariamente condividendo lo stesso luogo fisico, che gli incontri con i clienti si diradassero sempre di più poiché sostituiti da email e videocall. Per più di un anno la sede operativa è rimasta semi-deserta e ha iniziato a costituire uno spreco di risorse piuttosto ingente in un periodo in cui, oltretutto, sembrava meglio per tutti fare scelte economicamente oculate.

Per due anni siamo rimasti a osservare, sperimentando come fosse molto più agevole lavorare “in rete” con altri professionisti che potessero organizzarsi per portare avanti più progetti contemporaneamente a loro piacimento, potendo “comporre” ogni volta un team di lavoro basato esclusivamente sulle necessità contingenti senza più limitazioni di complessità legate alla struttura.
La condivisione del rischio ha aumentato la qualità del lavoro, portando di conseguenza all’ottimizzazione dei tempi e dunque alla massimizzazione dei ricavi per ognuno.

Il network di professionisti, inoltre, permette a tutti i suoi componenti di ampliare il proprio mercato di riferimento, per esempio lavorando come consulenti per aziende che hanno comunque una propria area di comunicazione e marketing o con altre agenzie più grandi che non si sono ancora specializzate in alcune materie o – non avendo più vincoli di orario da rispettare – diversificando i propri servizi e dedicando del tempo ad attività “collaterali”, come la formazione.

Amio avviso, questo tipo di struttura organizzativa diverrà molto diffusa in futuro in diversi settori poiché consente di rinunciare allo strumento societario in favore della semplice partita iva, quindi permette di abbattere alcuni dei costi di gestione grazie al cambiamento – almeno in parte – del modo di lavorare, ma senza rinunciare alla propria professionalità, anzi potendo contare sul fatto che il risultato ottenibile dal network sia superiore alla somma delle individualità che esso contiene per ogni specifico progetto.

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Roma e l’arte contemporanea: il MACRO

Continuo la rassegna resa possibile dalle mie “finte ferie agostane” sui luoghi dell’arte contemporanea a Roma: ho iniziato lunedì parlando del MAXXI, ed oggi è la volta del MACRO da me visitato proprio il giorno di Ferragosto.

IL MACRO e IL CIRCUITO “MUSEI IN COMUNE”

Marchio MACRO - Museo d'Arte Contemporanea RomaIl MACRO fa parte del circuito “Musei in Comune“, iniziativa importantissima dal punto di vista comunicativo

L’obiettivo che ha portato alla sua costituzione è la volontà di gestire in maniera coordinata i musei e i monumenti comunali di Roma per favorirne la conoscenza attraverso una ricca offerta di servizi e di proposte didattiche ed educative. Un sistema di biglietterie elettroniche in rete che consente prenotazioni e prevendite anche on line, un call center unificato cui rivolgere qualunque tipo di richiesta di informazioni o di prenotazioni, un’immagine coordinata che aiuta ad identificare i siti del Sistema, campagne di comunicazione e promozione mirate per le singole iniziative ma in cui l’idea del Sistema è sempre presente.

nonché, credo, economico, dato che il circuito offre una molti servizi (come sopra descritto) e promozioni, ad esempio la scontistica prevista per chi si iscrive alla newsletter.

MACRO: L’EX-BIRRIFICIO PERONI TRASFORMATO IN CONTENITORE DI ARTE CONTEMPORANEA

Anche il MACRO, come il MAXXI è stato da poco rinnovato anche se i lavori sono sono ancora giunti ad effettivo completamento: questa struttura museale mi ha sempre particolarmente affascinato, sia perché ho modo di guardarla ogni giorno da quattro anni mentre vado o torno dall’ufficio a piedi, sia perché il complesso è stato ricavato dagli edifici dell’ex-birrificio Peroni e ne conserva tutt’ora in parte l’aspetto. Quest’ultimo particolare fa in modo che entrare nel museo sia un po’ come attraversare un varco dimensionale che porta il visitatore nel ‘900, un passo in un intero secolo di arte e di storia.

Il progetto del MACRO - photo by Alessandra Colucci

Al momento la parte accessibile della struttura appare decisamente lineare e razionalmente suddivisa: grandi stanzoni rettangolari senza dislivelli né sorprese di alcun tipo, eccezion fatta, forse, per i ballatoi che servono ad unire le due ali dell’edificio e che permettono di osservare l’intera struttura architettonica da quel che si percepisce come “un insolito punto di vista”.
Da lassù risulta chiaro e sorprendente che al centro del cortile si apre un enorme lucernario in vetroresina (?) appositamente creato per lasciar curiosare nelle sale espositive sotterranee; da lassù inoltre si possono anche meglio apprezzare le decorazioni in metallo e vetro (?) che adornano la parte interna della facciata principale e incorniciano, componendo una galleria vetrata, il panorama dei tetti del quartire Nomentano dalla parte opposta.

IN ESPOSIZIONE AL MACRO: QUEL CHE HO VISTO IO E CHE MI HA COLPITO

MACROwall: EIGHTIES ARE BACK! LUIGI CARBONI – fino al 17 ottobre 2010

MACROwall: Eighties are Back! è un progetto che si propone di rileggere l’arte italiana degli anni Ottanta: dieci artisti sono chiamati ad esporre una propria opera di quel periodo e una recente messe a confronto sullo stesso muro; allo stesso modo “le opere sono accompagnate da schede redatte da due critici d’arte di diverse generazioni: il più giovane interpreta l’opera storica e viceversa”. Un modo stimolante ed originale per scoprire e riscoprile l’arte e le sue sperimentazioni, nonché l’evoluzione di queste nel tempo.

Di seguito le opere (una in dettaglio e l’altra completa), di Luigi Carboni, Prima Prova e Nero Ombrato, esposte in questi giorni sul MACROwall.

Luigi Carboni - Prima Prova (First Try) 1989 - dettaglio - photo by Alessandra Colucci Luigi Carboni - Nero ombrato (Shaded Black) 2004-2008 - photo by Alessandra Colucci

JACOB HASHIMOTO Silence Still Governs Our Consciousness – fino al 10 ottobre 2010

Letteralmente una “nuvola composta da circa 7.000 aquiloni”. In questo consiste l’opera di Jacob Hashimoto dal titolo Silence Still Governs Our Consciousness, una foresta di riflessioni e sogni sospesi, qualcosa che solo l’esperienza al suo interno può farvi completamente comprendere. Un tipo di percezione difficile da descrivere.

Jacob Hashimoto - Silence still governs our consciousness - photo by Alessandra Colucci

Qui tutte le mostre in corso

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Nella sublime New York tra arte, brand e tanto freddo

Whole Brand Reputation

Leggo sul n° 109 di Social Trends, il quadrimestrale pubblicato da GfK Eurisko per condividere il proprio lavoro di ricerca e analisi, l’intervista a Diego Masi, persidente di AssoComunicazione.

L’intervista, a cura di Vitalba Paesano e intitolata Green Economy alla prova, prende spunto dal libro Go Green,  scritto dallo stessi Masi, per descrivere quanto il cambiamento delle fonti energetiche di riferimento trasformerà profondamente la società tutta, settore della comunicazione compreso:

“D’ora in poi, la parola d’ordine, per le aziende, sarà Whole Brand Reputation, un progetto di posizionamento integrale delle marche, in un mondo che chiede sostenibilità. Whole sta per integro, pulito, onesto, trasparente.
Anche la comunicazione dovrà assumere un ruolo più progettuale per dare significato culturale e sociale alla marca. E dovrà agire con lungimiranza e creatività, senza sottovalutare l’importanza e la diffusione delle relazioni sulla Rete.”

Diego Masi parla del Green Marketing come l’approccio al marketing del futuro. In realtà tale approccio dovrebbe essere già racchiuso nella dimensione “socialmente responsabile” del marketing olistico, prospettiva strategica a cui tutte le aziende dovrebbero ormai tendere. Masi durante l’intervista spiega:

Credo che il consumatore si attiverà per chiedere alle aziende di essere più attente ai valori e ai bisogni della società. Questo anche perché il mondo politico non riuscirà più a dare agli Italiani una serie di risposte e di servizi necessari. E allora la gente si aspetterà dalle aziende una maggior partecipazione alla vita civile, una maggiore attenzione al sociale. Le imprese, prima di distribuire denaro agli azionisti, dovranno cominciare a distribuire i dividendi, in termini di servizi, ai propri concittadini, alla comunità, al proprio Paese. Perché è così che si costruisce maggiore reputazione, quella Brand Reputation di cui tanto si parla in questo momento. Dove fino a oggi c’era l’Immagine, adesso c’è la Reputazione. L’impresa non è vista solo come attore di sviluppo economico, ma anche di autentico sviluppo sociale.”

Corporate Reputation - via brandtjen.wordpress.com