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A Oxford con Airbnb

Per il mio ultimo soggiorno in UK – in particolare nei 20 giorni che ho trascorso a Oxford per lavoro – ho scelto di utilizzare Airbnb, il portale che mette in contatto domanda e offerta di alloggi di qualsiasi tipo creando una community di utenti basata sulla condivisione di esperienze di viaggio.
Una scelta che rifarei e rifarò, anche per merito di Anna, la mia “host”.

Airbnb marchio
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Devo ammettere che arrivare a considerare la possibilità di usare Aibnb per selezionare il posto in cui soggiornare durante il periodo che avrei trascorso a Oxford è stata alquanto casuale. Dato che il mio viaggio ha avuto prevalentemente fini professionali [anche se ho avuto modo comunque di “fare la turista”, soprattutto nei primi giorni a Londra 😉 ], ha comportato la necessità di rimandarne l’organizzazione sino a pochi giorni prima della partenza e dunque il rischio di non trovare un’offerta di alloggio in linea con le mie esigenze, sia in termini di posizione geografica,  sia dal punto di vista del comfort [es. livello di pulizia, bagno in camera e uso della cucina, per intenderci] e del rapporto qualità/prezzo.

Dopo molto peregrinare tra un sito e l’altro mettendo a confronto varie ipotesi di accomodation, mai del tutto contenta delle condizioni che mi si proponevano per un motivo o per un altro, sono finalmente approdata su Airbnb trovando interessante una delle due camere che Anna ha inserito sul portale. Grazie alle immagini e alla descrizione utilizzata per presentare la stanza e i servizi aggiuntivi, ho potuto immediatamente capire che faceva proprio al caso mio, potendo anche comprendere sin da subito quali sarebbero state le “regole della casa” e il budget del soggiorno.

L’iter di prenotazione è stato alquanto semplice, chiaro nelle garanzie e nei termini di eventuale disdetta, nonché trasparente nella definizione della “fee” che sarebbe spettata ad Airbnb per l’intermediazione. Interessante anche il fatto che tale iter prevedesse un messaggio di richiesta e “autopromozione” da parte del guest all’host, in modo che questo possa decidere se accoglierla o meno, non solo in base al fatto che la stanza sia disponibile, ma anche in relazione alla tipologia di persona che ne fa richiesta.

Ho incontrato Anna per la prima volta la sera del 30 Marzo, dopo uno scambio di email e messaggi tramite la piattaforma che ci ha aiutato a organizzare il momento del check-in. Anna sin da subito si è mostrata straordinariamente disponibile e abbiamo iniziato a conoscerci di fronte a un bicchiere di vino e qualche stuzzichino. Nei giorni seguenti ho potuto apprezzare appieno le meravigliose conseguenze che mi ha portato la non premeditata scelta di Airbnb.

Da un lato ho soggiornato in una stanza con tutti i comfort che desideravo compreso il bagno privato, l’uso della cucina e un buon livello di pulizia. L’ubicazione dell’abitazione [a metà di Cowley Road] era veramente strategica rispetto al centro città [che si raggiunge in 20-30 minuti a piedi o in 10 minuti di bus] e rispetto a molti punti di interesse, nonché inserita in un contesto molto ben servito grazie alla presenza di diversi supermarket, molti ristoranti, la fermata del bus per Oxford centro praticamente di fronte casa, la fermata del bus per Londra a 10 minuti a piedi.

Dall’altra conoscere Anna ha enormemente arricchito la mia esperienza a Oxford. Con Anna ci siamo subito trovate simpatiche e quindi abbiamo iniziato a condividere non solo la sua casa, ma anche un po’ di tempo libero, qualche passeggiata e molte delle nostre rispettive esperienze e competenze professionali. Un viaggio veramente molto, molto interessante, anche per merito di Airbnb. Grazie Anna! 🙂

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Pupille & Papille a Londra

Gli UK non sono sicuramente noti grazie alla loro tradizione culinaria, ma questo non vuol dire necessariamente che lì si mangi male, anzi, si trovano locali, ristoranti o più-o-meno-fast food per tutti i gusti. Di seguito un breve elenco [in ordine sparso] di quelli in cui sono stata durante il mio ultimo soggiorno a Londra, tanto perché possono tornar utili anche ad altri. 🙂

Beany Green

Credo sia una piccola catena perché ne ho visti in giro un paio. In ogni caso io ho mangiato in quello vicino a Euston, lo identificherei come un “punto ristoro”, dove si può pranzare come prendere qualcosa da bere e da mangiare senza impegno: focalizzato su ingredienti naturali, offre una notevole – per le usanze inglesi – varietà di verdure e piatti in cui i vegetali fanno da protagonisti che appaiono belli e si dimostrano anche gustosi [niente foto, troppa fame!]. Dalla bibita al wrap al dessert, vegetariani e vegani possono avere un’ampia scelta, ma anche i carnivori e gli onnivori non si troveranno in imbarazzo. Abbastanza economico rispetto alla media.

Marlborough Arms

Non molto distante da Beany Green, si tratta di un pub, un luogo informale e – a mio personalissimo avviso – più sorridente rispetto alla media inglese, spesso alquanto pieno di gente. Oltre all’immancabile selezione di birre, offre una discreta varietà di piatti caldi. Buonissimi i nachos, anche nella versone “veggy”, fantastiche le pie e la salsa gravy, notevole il purè e non male le baked potato [guardate le foto, sono anche belli!]. Prezzi nella media.

Royal Exchange Café

Se siete nei pressi di Bank andate a mangiare da Royal Exchange Café. Se avete parecchio da spendere potete attraversare l’atrio, salire le scale e regalarvi una cena francese. Se invece volete mangiar bene senza svenarvi potete sedervi nell’atrio e ordinare direttamente lì, godendo della stessa atmosfera “posh”: la carne in genere e la fish cake in particolare erano molto buone.

Per che va di corsa o preferisce la certezza degli standard qualitativi delle catene, personalmente suggerisco le seguenti:

  • Wrap it up se non avete né di fermarvi né di sporcarvi le mani dato che vi faranno una specie di burrito con praticamente qualsiasi cosa in perfetto stile street food, basta scegliere dal menu “il genere” che preferite
  • Pret se non avete voglia di impazzire per capire cosa volete mangiare: vi basterà guardare tra gli scaffali e scegliere il vostro fast-food confezionato di fresco tra quelli caldi, quelli da scaldare e quelli da mangiare freddi e abbinarci frutta, dolci o bibite di vario genere
  • Le pain quotidien, invece, per gli appassionati di pane e derivati o per un pasto già più “pensato”, uno di quelli in cui comunque ci si siede e si guarda il menu, uno di quelli in cui non si cerca solo di placare la fame, ma anche dare un po’ di spazio alla creatività e al gusto
  • Itsu semplicemente per chi non può fare a meno di mangiare giapponese

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Hayward Gallery & Design Museum [London]

Ancora arte contemporanea a Londra, ma stavolta a pagamento. La Hayward Gallery e il Design Museum, due spazi espositivi abbastanza interessanti: il primo di fianco al Waterloo Bridge, l’altro a pochi passi dal Tower Bridge. Il costo del biglietto non è proprio economico dato che in entrambi i casi supera le 10 sterline, i contenuti artistici non sono paragonabili a quelli della Tate Modern e della Saatchi Gallery, ma le mostre a cui ho assistito mi hanno dato comunque diversi spunti interessanti in quanto a creatività.

Dell’Hayward Gallery il dato sicuramente noioso è che non si possono fare foto all’interno, elemento che comincio proprio a non comprendere. Io vi ho visto una mostra di Sheila Hicks [allestita nella sala gratuita con accesso subito prima dell’entrata] denominata “Foray into chromatic zones” in cui l’artista usa filati e colori per mettere a punto interessanti composizioni dalle forme ora geometriche, ora stravaganti, che esprimono una certa allegria di fondo.

Per il resto, credo che l’elemento che in generale mi ha colpito di più è stata una sorta di mostra-documentario sulle vicende legate al virus della mucca pazza e in particolare la stravagante – per certi versi – presenza di un video del 1982, ben lontano dagli anni della diffusione del morbo, in cui Andy Warhol scarta e mangia con una certa eleganza un hamburger di Burger King: si tratta di una scena ipnotica, dato il personaggio, ma che ho trovato subdolo inserire in quel certo contesto, sinceramente.

Il Design Museum era composto da due distinte aree. Su un piano [l’ultimo] venivano presentati una serie di prodotti, servizi o idee dal design originale messi a punto nell’ultimo anno e supportati da una interessante scheda esplicativa, alcune di queste si potevano addirittura testare e l’atmosfera era veramente molto interessante e creativa. Su un altro piano era in atto una mostra denominata “Women Fashion Power – Not a multiple choise”: la curatela era alquanto disordinata così come i nessi tra i vari oggetti esposti, ma alcuni degli artefatti risultavano veramente di notevole appeal.

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National Gallery & British Museum [London]

Ovviamente non si può parlare di Londra e di arte senza almeno citare la National Gallery e il British Museum, due vere e proprie istituzioni in materia in cui è praticamente obbligatorio fare almeno un giro. Un po’ perché l’ingresso è – ormai ovviamente – gratuito, un po’ perché sicuramente in una delle loro immense stanze c’è qualcosa che vi interessa o che siete veramente curiosi di vedere [qui è particolarmente importante dotarsi di mappa – questa a pagamento, e non fate i furbi! – se non ci si vuole perdere].

Inutile specificare che della National Gallery amo in particolare le stanze dedicate al periodo che va dal 18° all’inizio del 20° secolo e che, percorrendole in ordine in modo da osservare i dipinti esposti cronologicamente, ogni volta è molto emozionante veder farsi strada sulle tele i “sintomi” delle avanguardie e guardarli man mano radicarsi fino a trasformare completamente l’estetica di quel che si sta osservando: dai dipinti di Joseph Mallord William Turner, esponente del romanticismo, come non prefigurarsi i quadri impressionisti di Claude Monet che si avrà modo di vedere più avanti? Impossibile.

Del British Museum, invece, non mi affascina un’area specifica, bensì una serie di elementi che esso espone e preserva. Primo su tutti, sicuramente la Stele di Rosetta, il primo scritto “con testo a fronte” in nostro possesso, il grande masso che ci ha permesso di decodificare i racconti degli Egizi. A secondo posto, altrettanto certamente, la grande statua dell’Isola di Pasqua, enorme nelle dimensioni, possente e fiera nell’atteggiamento, assurdamente contemporanea nel design: una meraviglia. Terzi in classifica a pari merito i differenti totem creati dagli Indiani d’America, forse anche questi perché simili nelle linee a elementi dell’arte contemporanea, maestosi e simmetrici, resi “caldi” dal legno e temibili dalle espressioni delle “maschere” che riproducono. In ultimo, appena sotto al podio, il curiosissimo “Rolling Ball Clock”, originalissimo orologio dal meccanismo simile a qualcosa tra un flipper e un rompicapo: da vedere.

Passare un’ora, un pomeriggio o anche un’intera giornata in uno di questi posti senza necessariamente dover spendere nulla è sintomo e simbolo di una meravigliosa concezione della cultura e della conoscenza come di qualcosa che dovrebbe appartenere a tutti senza eccezioni e che dovrebbe far parte della quotidianità quanto più possibile. E a me questo piace veramente tanto!

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Saatchi Gallery [Londra]

In fatto di arte contemporanea, la migliore scoperta di questo mio viaggio a Londra è sicuramente la Saatchi Gallery. Nonostante il nome possa far pensare a un museo d’impresa, si tratta di un luogo in cui esposizione e business si intersecano in modo differente: la galleria si propone di dare visibilità agli artisti più giovani e a quelli stranieri che non hanno mai esposto in UK o che hanno fatto molto di rado.

In un certo senso la Saatchi Gallery si propone, dunque, di ampliare i riferimenti creativi del Regno Unito e di diffondere visioni artistiche innovative. A mio avviso la galleria riesce appieno nel suo obiettivo: molte delle opere esposte sorprendono per originalità o sofisticatezza della realizzazione artistica, facendo emergere e rendendo percepibile la ricerca necessaria a metterle a punto.

Difficilmente gli appassionati di arte contemporanea di livello amatoriale come me riusciranno a riconoscere qualcuno dei nomi degli artisti esposti, ma se si cerca ispirazione per nuove idee di ogni sorta, può essere sicuramente il luogo giusto in cui schiarire i pensieri… e l’ingresso è libero anche qui! 🙂

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Tate Modern [Londra]

Io non posso pensare a Londra senza pensare alla Tate Modern. Una brutta fabbrica di mattoni [talmente brutta da non avermi neppure ispirato una foto] trasformata in uno splendido centro multifunzionale focalizzato sull’arte contemporanea. Qualcosa di unico, interessante sia dal punto di vista culturale che da quello organizzativo.

Innanzitutto la Tate Modern è a portata di tutti. La cosa spettacolare è che l’esposizione permanente è a ingresso gratuito. Il biglietto è dovuto solo per le mostre temporanee, e neanche per quelle se si è sostenitori della Tate. A mio avviso già questo fa venire a molti una gran voglia di andar lì anche solo per prendersi un caffè, così lo shop, il bar e il ristorante interni lavorano tantissimo e sono sempre pieni di persone… e sempre più non riesco a comprendere perché l’Italia non riesce ad esportare questo modello di business, dato che la più-simile-a-noi Nizza lo ha fatto qualche anno fa con enorme successo. Servizi a parte, la Tate Modern è splendidamente intrigante e permette di perdersi nella contemplazione di opere meravigliose: da Giorgio de Chirico a Ibrahim El Salahi, da Dorothea Tanning a Pablo Picasso, passando per nomi noti come Lucio Fontana, Kazimir Malevich, Wassily Kandinsky o George Braque, ma anche meno noti come Lisette Model, Alexander Brodsky, Zhang Enli o Victor Pasmore. Un’esperienza che apre la mente, mentre riempie gli occhi e i pensieri, oltretutto in modo splendidamente democratico. Se non mi credete fateci una passeggiata all’interno, senza impegno! 😉

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Una passeggiata a Londra

È dal 26 Marzo [il giorno del mio compleanno 🙂 ] che sono in UK tra Londra e Oxford, tra piacere e lavoro, e rimarrò qui ancora per qualche tempo, dunque credo che i miei post per un po’ non potranno che essere incentrati sulla mia esperienza qui e, dato che oggi è Pasquetta, mi sembra un’ottima occasione per fare assieme una passeggiata “virtuale” a Londra.

Se dovessi immaginare una perfetta passeggiata londinese, sicuramente eviterei la folla di turisti di Oxford Circus e Piccadilly Circus che oggi come 11 anni fa [nel 2004 ho abitato a Oxford per circa 6 mesi, dunque venivo spesso a Londra a passeggiare] non riesco proprio a capire. Propenderei per camminare su vie meno conosciute, apprezzando lo stile vittoriano di molti edifici, o magari mi affaccerei sulle strade di Soho per assaporarne la differente atmosfera.

Sicuramente mi sembrerebbe cortese, durante questa passeggiata, portare i miei omaggi alla regina, passando davanti a Buckingam Palace, magari cercando di capitarci intorno alle 11:30 quando solitamente si può assistere al cambio della guardia, che è sempre uno spettacolo folkloristicamente curioso in quanto fuori dal tempo. Da lì camminerei attraverso St. James Park per goderne la bellezza [indipendentemente dal meteo i parchi inglesi sono splendidi!] sino a trovarmi davanti all’affascinante Westminster Abbey, alla House of Paliament e al famigerato Big Ben.

Arrivati al Big Ben, penso che preseguirei camminando su Victoria Embankment sino al ponte di fronte alla Tate Modern, ma fermandomi vicino a Temple per acquistare il pranzo nell’adiacente stradina piena “punti ristoro” di ogni tipo e consumarlo nel vicino giardino, sempre meteo permettendo. Arrivata alla Tate Modern, qualora riuscissi a resistere alla tentazione di entrare e perdermi tra le opere d’arte, attraverserei il fiume e proseguirei sull’altro lato sino a raggiungere il Tower Bridge.

Credo che sarebbe una magnifica passeggiata… mancherebbe solo una puntatina a Covent Garden sperando nella presenza di qualche musicista di strada abile nello sfruttarne l’interessante acustica, ma si potrebbe inserire da qualche parte, ne sono sicura! 😉

Se pensate di essere a Londra o, meglio ancora, a Oxford nel prossimi 10 giorni, fatemelo sapere: il caffè raramente è bevibile, ma due chiacchiere in inglese o in italiano, lavoro permettendo, perché no! 😉

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Comunicare i pericoli della Metro con un sorriso

“Dumb ways to die” [trad. ita. “Modi stupidi per morire”] è così che si chiama la campagna di sensibilizzazione – voluta dagli UK – ai pericoli che si possono correre in metropolitana se non si presta abbastanza attenzione: uno spot in animazione 2D colmo di simpatici mostriciattoli che inscenano morti assurde alla “Grattachecca & Fichetto” mentre cantano un orecchiabile motivetto.


[via]

Tutto cambia, anche la comunicazione sociale volta a mettere in guardia particolari fasce della popolazione da rischi e pericoli: mostrare atrocità e scene sanguinarie per metter paura all’interlocutore si è capito – finalmente – che non ha un grande effetto sulle coscienze, bensì può comportare il crearsi di una distanza incolmabile tra il mittente e il destinatario costretto a rifiutare il messaggio per sfuggire al ribrezzo.

Meglio, dunque, attrarre l’interlocutore con la promessa di una bella risata e, sempre ridendo, ironizzando, e – perché no? – canticchiando, richiamarlo a riflettere sul fatto che alcune sciocche azioni compiute senza pensare potrebbero nuocergli e provocargli dei danni, anche irreparabili. In questo modo sottile e leggero, oltretutto, è anche più facile comunicare con i più piccoli, che ricorderanno le regole – anche quelle di educazione civica – semplicemente ripetendo un motivetto.

Il video mostra come in UK si sia compresa l’importanza di mettere i propri cittadini a proprio agio, di farli sentire sereni anche in Metro, nonostante non ci si possa esimere dal ricordare loro che alcuni comportamenti sono pericolosi e occorre acquisirne consapevolezza: attendiamo fiduciosi che anche chi si occupa delle campagne sociali in Italia prenda in considerazione di cambiare “musica” riguardo alcuni temi.

Le campagne di sensibilizzazione su BCo