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Tennis, TV, trigonometria, tornado… – ovvero – il mio ottavo libro di David Foster Wallace

Con qualche interruzione e qualche intrusione, continuo a leggere i libri di David Foster Wallace con immenso piacere e andrò avanti sinché non li avrò finiti tutti. “Tennis, TV, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più” è la mia ottava lettura in ordine di tempo tra le opere di questa penna capace di incantare menti e far esplodere idee ed empatia: 6 anche in questo caso i brani presenti nella raccolta.

Tennis TV trigonometria tornado - libro di David Foster WallaceDavid Foster Wallace si conferma ancora una volta uno scrittore dai mille volti: ogni suo racconto è differente per stile e punto di vista; ogni sua riflessione attiva delle geniali connessioni tra elementi che sino a quel momento il lettore mai avrebbe pensato di collegare; ogni sua descrizione è capace di creare infinite immagini, tutte altrettanto vivide e realistiche nella mente di chi si appassi one ai suoi scritti; ogni personaggio – che sia reale o immaginario – entra nella narrazione con una forza empatica incredibile, tanto che il lettore esperto riesce a percepire il contesto in cui tale personaggio opera come se ci stesse effettivamente vivendo dentro.

DFW è capace di narrativizzare qualsiasi elemento e qualsiasi stile: i suoi saggi sono dei romanzi e i suoi romanzi racchiudono in sé degli splendidi stralci di saggi. Di ogni cosa lo scrittore riesce a recepire, ricostruire e descrivere processi e filosofie; di una miriade di elementi esprime entusiastica sorpresa per averli scoperti e “illuminati” attraverso il suo modo di raccontarli. La sua padronanza linguistica rende perfettamente ogni stile narrativo, senza divenire mai banale né esageratamente dotta.

David Foster Wallace appare come una voce narrante che è sia interna che esterna al testo – non importa che esso sia saggio, raggonto o romanzo – apparendo totalmente sovrapposto a personaggi e contesti, quanto da questi estraneo e lontano, obiettivo e soggettivo allo stesso tempo.

In “Tennis, TV, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più” sono raccolti 6 lavori di David, che io non trovo modo di definire racconti o saggio o altro perché sono un mix di ogni cosa:

  • in “Tennis, trigonometria e tornado” Foster Wallace racconta di paesaggi e pratiche che ha direttamente vissuto durante una parte della sua vita – quando giocava a tennis, appunto  – dilungandosi in riflessioni su meteo e tattiche di gioco che pongono in evidenza un legame tra persona e territorio che appare più che culturale, quasi fisico
  • in “E Unibus Pluram: gli scrittori americani e la televisione” DFW ricostruisce e ritrae il rapporto che chi scrive ha con il medium televisivo e le contraddizioni che tale relazione comporta a causa del filtro che la TV attiva rispetto a ciò che mostra
  • in “Invadenti Evasioni” David ci permette di seguire le sue attività durante la Fiera Statale dell’Illinois, ma non è solo il suo punto di vista che permea il reportage, nonostante sia il principale, e sono talmente tante le cose che porta all’attenzione del lettore da rimanerne stupefatti
  • in “Che Esagerazione” ci si trova di fronte il David Foster Wallace “intellettuale”, anche se tale termine appare inappropriato data la chiarezza del suo ragionamento che fa criticando la posizione di H. L. Hix, giovane filosofo, riguardo al suo scritto “Morte d’autore. Un’autopsia”. Un appassionato e partecipato saggio, quello di DFW, che mai un sedicente intellettuale avrebbe scritto in maniera tanto narrativa e personale.
  • in “David Lynch non perde la testa” ci si trova di fronte a un David che sembra partecipare a un a fiera piuttosto che alle riprese di un film, che oltre ad essere il reporter che porta avanti l’analisi del plot – per quanto gli è dato conoscere – e dello stile registico di Lynch, si propone come interfaccia attraverso la quale curiosare, attraverso la quale comprendere le dinamiche del set e osservare le persone che sul set sono presenti, tanto le figure professionali essenziali, che quelle “apparentemente inutili o inutilizzate”
  • l’ultimo brano compreso nella raccolta ha uno di quei titoli che ci si chiede da dove siano usciti: “L’abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l’assurdità e la completezza dell’essere umano”. Che altro aggiungere? Basta il titolo a far capire lo sconcerto, la nostalgia, e i milioni di domande e di dettagli che David ha collezionato per poter scrivere questo reportage: un po’ “fiera”, un po’ memoria, un po’ cronaca sportiva, un po’ romanzo introspettivo

Ad ogni libro di David Foster Wallace che leggo, ad ogni racconto o saggio, in realtà ad ogni sua frase corrisponde la scoperta di qualcosa di nuovo: una connessione, un’idea, un dettaglio, un’emozione… e altra voglia di leggere frasi, racconti, saggi, e libri scritti da lui.

Altro sui libri e David Foster Wallace

Come diventare sé stessi di David Lipsky – ovvero – Un libro su/di David Foster Wallace

Prima di partire per il mio viaggio a Bordeaux ho scelto, come per ogni viaggio, un libro da mettere in valigia ed è stato il turno di “Come diventare se stessi – David Foster Wallace si racconta” scritto da David Lipsky. Un libro che ho letteralmente divorato, dedicandogli praticamente ogni istante in cui non stavo facendo la turista.

Come diventare se stessi - David Foster Wallace si racconta a David Lipsky“Come diventare se stessi”, escluse introduzione e postfazione, è in realtà un libro scritto a quattro mani poiché riporta pedissequamente [o almeno questo è quel che ci fa intendere e probabilmente si sforza di fare l’autore] una lunga intervista – che in relatà somiglia abbastanza a una chiacchierata tra amici – del giornalista del Rolling Stone David Lipsky a un David Foster Wallace intento a promuovere l’appena edito “Infinite Jest” [che io ho iniziato a leggere qualche tempo fa, ma il cui peso di quasi 2 kili rende arduo considerare una “lettura da bus”, dunque vado a rilento].

Il libro in realtà doveva inizialmente diventare un articolo per Rolling Stone, poi mai pubblicato, che Lipsky ha deciso di trasformare in un libro dopo la terribile morte di Wallace. Anche per questo motivo, forse, le pagine sembrano aprire al lettore una finestra sul mondo più intimo di Davide Foster Wallace, scrittore il cui acume e spirito d’osservazione non ha pari nei romanzi e nei racconti come – pare – nella quotidianità.

Leggere delle manie, delle riflessioni, dei gusti di Foster Wallace [se dopo aver divorato qualche suo libro ce ne fosse ancora bisogno] spinge il lettore a considerarlo “semplicemente David”, una amico abile nell’utilizzo di originali metafore spesso molto divertenti, insicuro quanto consapevole, un uomo “vero” con cui si possono avere in comune letture o gusti cinematografici, una persona, non solo uno scrittore, con le sue debolezze, i suoi vizi, i suoi cani [io però con due cani che fan tutto quel casino non riuscirei proprio a viverci!].

A proposito del successo di “Infinite Jest”, di quanto lo lusingasse seppur atterrendolo e spaventandolo, Wallace dice:

Forse… ripeto, la mia maggior preoccupazione… insomma, il mio problema è che ho una scarsa capacità di godermi le cose mentre accadono. La mia maggior preoccupazione è che tutto questo non me lo godrò. Aumenterà soltanto le mie aspettative su me stesso E questo… be’, le aspettative su noi stessi sono una cosa delicata. Perché fino a un certo punto possono darci motivazione, ispirazione, possono essere una sorta di lanciafiamme che ci troviamo puntato contro il culo, ci possono spronare. Ma superato quel punto sono tossiche, paralizzanti.

Purtroppo non ho avuto la possibilità di conoscere Wallace, né l’avrò mai, ma questo libro mi ha dato la sensazione di esserci andata vicino. Per chi ama questo autore, ma anche semplicemente per chi fa o vorrebbe fare un mestire che necessita una certa dose di creatività [ovvero praticamente tutti, a mio avviso, ma… questa è un’altra storia!] è rasserenante leggere delle sue percezioni riguardo la costruzione lenta quanto inesorabile di un’idea, degli spunti che ha saputo cogliere dalla quotidianità per trasformarli man mano in qualcosa di uguale e conteporaneamente diverso da se stessi attraverso i suoi libri, come questo influisse sulla sua persona, sulle sue abitudini, sul suo umore. Ancora una volta una lettura che arricchisce e fa riflettere, come sempre quando c’è di mezzo David Foster Wallace! 🙂

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Questa è l’acqua – ovvero – il mio settimo libro di David Foster Wallace

David Foster Wallace, il mio autore preferito tra quelli che preferisco, mi ha stupito ancora con Questa è l’acqua, così recita il titolo della mia settima lettura firmata DFW: è una raccolta di sei dei suoi racconti rimasti inediti in Italia pubblicata da Einaudi dopo la morte dell’autore.

"Questa è l'acqua" David Foster WallaceQuello che mi stupisce di David Foster Wallace e delle sue opere è che ancora mi stupiscono: ho sempre letto molto e mi è capitato spesso di appassionarmi a un autore, ma difficilmente sono riuscita a leggerne diverse opere mantenendo inalterata la curiosità e l’entusiasmo. Dopo un po’, i libri pubblicati da uno stesso scrittore sembrano sovrapporsi l’un l’altro, vi si trovano sempre più elementi conosciuti, lo stile diviene familiare, tanto da apparire a volte prevedibile: con DFW questo non mi è successo.

Le opere di Wallace sono multiformi, e i temi, i personaggi, le ambientazioni, fino agli stili di scrittura così diversi gli uni dagli altri – nonostante non smettano mai di essere e apparire coerenti in un qualche modo sottile – da farmi rimanere affamata di righe e pagine da leggere. Evidente è che dietro ci sia la stessa mente creativa, la medesima sensibilità e pratica d’osservazione del reale, ma nient’altro.
Niente ripetizioni di stilemi all’infinito. Solo stupore, novità, idee.

SOLOMON SILVERFISH

Il primo racconto, o meglio forse sarebbe chiamarlo romanzo breve, Solomon Silverfish, occupa un terzo della pubblicazione e narra dell’amore assoluto tra Solomon e Sofie, un amore osteggiato dalla malattia e dai parenti, un amore che vive e non indietreggia davanti a nulla coprendo diversi piani di realtà, un amore compreso in pieno forse solo dal personaggio da cui meno ce lo si aspetta. Un amore capace di sfidare le leggi del reale. Chiunque vorrebbe un amore così.

ALTRA MATEMATICA

Altra Matematica è un breve racconto in tre atti, di nuovo il tema è quello dell’amore. L’opera, nei tre atti, riporta tre differenti scambi di battute in una maniera che pare oggettiva, degna della trascrizione, della sbobinatura di conversazioni registrate. Tre atti, tre dialoghi tra tre personaggi, tre modi di interrogarsi sull’amore, ricercando senza troppa convinzione in cosa esso consista. Nessun amore assoluto è presente, neppure tra le righe, e gli interrogativi rimangono aperti, senza risposta, imbarazzati e imbarazzanti. L’amore è imbarazzo?

IL PIANETA TRILLAFON IN RELAZIONE ALLA COSA BRUTTA

Il pianeta Trillafon in relazione alla cosa brutta è uno dei racconti che ho amato di più. Parla di depressione, dunque in un certo senso si parla ancora d’amore, amore per sé stessi, stavolta. Il pianeta Trillafon ha la forma di un monologo interiore, di un flusso di pensieri concatenati l’un con l’altro che si succedono, premettono, premettono per poi contraddirsi, ma soprattutto ci permettono di sbirciare nella mente di un depresso, un giovane maschio soggetto a un esaurimento nervoso così forte da fargli avere delle allucinazioni percettive brutali, laceranti concettualmente e letteralmente.

La “persona depressa”, che nella raccolta Brevi interviste con uomini schifosi vedeva riportate in forma indiretta le proprie conversazioni telefoniche innocentemente meschine ed egocentriche, qui racconta la propria esperienza in maniera diversa, lo fa mentre vive sul pianeta Trillafon, appunto, apparentemente lontano dalla “cosa brutta”. La descrizione della sua vita “sulla Terra” è straziante, le immagini che nescono dalla narrazione nella mente del lettore e la pacatezza dei toni con i quali sono descritte non danno pace e creano un’ovattata tensione dovuta al percepire la “cosa brutta”, lì, in agguato, tranquillamente in agguato, sul pianeta Terra, in attesa che il protagonosta ritorni dal suo viaggio su Trillafon.

CROLLO DEL ’69

Un meraviglioso racconto, Crollo del ’69, su come i punti di vista posti agli estremi di qualsiasi scala, siano – praticamente sempre – assolutamente coincidenti. L’apoteosi della fallibilità dell’infallibilità e dell’infallibilità della fallibilità.

Leggere Crollo del ’69 è come trovarsi su una delle scale dipinte da Escher in cui salire equivale a scendere e viceversa. Il pathos che si crea nel procedere riga dopo riga verso la fine delle 16 pagine in cui si evolve lo scritto è molto particolare, nasce dal sovrapporsi caotico dei punti di vista, dalle biografie che si intrecciano distrattamente quanto inesorabilmente per esplodere nell’errore che rende fallibile l’infallibilità della fallibilità infallibile. E, alla fine, mi è tornata in mente l’immagine di mia nonna pronunciare il detto “Tutto a niente gli è parente”.

ORDINE DI FLUTTUAZIONE A NORTHAMPTON

Un altro dei racconti che hanno come tematica fondamentale l'”amore” è Ordine di fluttuazione a Northampton. In questo brano la particolarità sta nella “dimensione strabica” attraverso la quale al lettore è permesso di osservare l’evolversi delle scene. Indimenticabili le descrizioni “a perdifiato” dei profili dei personaggi della storia d’amore, tutte un concatenarsi di riflessioni descrittive dalla mirabile vena creativa. Divertenti allitterazioni e assonanze pervadono il testo rincorrendosi e donando al racconto un ritmo accelerato o rallentato, ma mai “reale”: tutte le scene sembrano precipitare da grandi altezze o volteggiare lente, quasi immobili. L’ironia, quella dello scrittore come quella della sorte, pervade ogni atmosfera esasperata nei toni e satura nei colori. Sicuramente un divertente quanto cinico racconto “visivo” di un triangolo amoroso.

QUESTA È L’ACQUA

Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua?

Sarà che quest’anno per la prima volta nella mia carriera di docente vedo concludersi un percorso triennale di studi, ma Questa è l’acqua, il discorso tenuto da David Foster Wallace ai laureandi del 2005 del Kenyon College, mi ha commosso. È semplicemente splendido. Dovete leggerlo, non aggiungo altro se non un altro stralcio:

«Imparare a pensare» di fatto significa imparare a esercitare un certo controllo su come e cosa pensare. Significa avere quel minimo di consapevolezza che permette di scegliere a cosa prestare attenzione e di scegliere come attribuire un significato all’esperienza. Perché se non sapete o non volete esercitare questo tipo di scelta nella vita da adulti, siete fregati.

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Leggere, scrivere, comunicare: riflessioni su un concorso di scrittura creativa
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Oblio – ovvero – Il mio quarto libro di David Foster Wallace

Continua – prevalentemente in autobus – la mia lettura delle opere, purtroppo di numero finito, di David Foster Wallace, scrittore a cui mi appassiono man mano di più.

Dopo La ragazza dai capelli strani, Una cosa divertente che non farò mai più e La scopa del sistema, ho concluso il mio quarto libro di DFW: Oblio, una raccolta di 8 racconti, 8 perle di introspezione, 8 capolavori di sapiente scrittura, mai troppo lunghi né troppo brevi.

"Oblio" David Foster Wallace

1. MISTER SQUISHY

La storia di una mattina, di ciò che avviene in un certo spaccato temporale all’interno e all’esterno degli uffici di uno dei fornitori – l’agenzia pubblicitaria – dell’azienda che dà il nome al racconto, Mister Squishy. Wallace nella narrazione delle situazioni, come sua abitudine, non dimentica di includere la descrizione degli individui, della loro gestualità, delle abitudini e dei trascorsi, nonché delle associazioni mentali che probabilmente si trovarono a fare in quella mattina.

Questo racconto se fosse un audiovisivo sarebbe una intricatissima docu-fiction sulla vita d’agenzia a partire dal focus group che Terry Schmidt sta conducendo sui Misfatti!®:

[…] Un totale di 27 merendine era accatastato in forma piramidale su un grande vassoio d’argento ruotante al centro del tavolo da conferenze. Ciascusa era avvolta in un materiale transpolimerico a tenuta stagna che sembrava carta ma si strappava come plastica […]. L’involucro di questo nuovo prodotto aveva il classico disegno bianco e blu di Mister Squishy, solo che qui il simbolo di Mister Squishy compariva con gli occhi e la bocca arrotondati dallo spavento come nei cartoni animati dietro una serie di righe a trama fitta che sembravano le sbarre di una cella, e intorno a due di quelle righe o sbarre le dita grassocce e color pasta da pane del simbolo erano strette nella posizione universale comune ai prigionieri di ogni dove. Le merendine scure e dall’aspetto straordinariamente denso e umido all’interno delle confezioni erano Misfatti!: un nome rischioso e polivalente che voleva evocare e parodiare la sensazione di indulgenza/vizio/trasgressione/peccato del moderno consumatore salutista al consumo di un simile snack ipercalorico. La matrice associata al nome contemplava anche l’allusione all’età adulta e all’autonomia da adulti: nel rifiuto da mondo reale dei nomi da cartone animato comuni a tante altre merendine, la dicitura “Misfatti!” attribuita al prodotto era intesa e testata principalmente per il suo richiemo al maschio fra i 18 e i 39 anni, il target demografico più apprezzato e plasmabile del marketing di alto livello. […]

Il linguaggio “da agenzia pubblicitaria” e le descrizioni dei processi lavorativi sono talmente perfetti che durante la lettura mi sono ritrovata più volte a sorridere. 😀

2. L’ANIMA NON È UNA FUCINA

4 ostaggi involontari durante una lezione di educazione civica in quarta elementare.
4 “scolari ritardati e problematici” che rimangono imprigionati in una situazione quanto in loro stessi.
Uno di loro è la voce narrante della storia e condivide con il lettore il proprio punto di vista sul traumatico accaduto.

[…] La rete metallica che divideva la finestra in 84 piccoli riquadri con in più una fila di sottili 12 rettangoli dove la prima riga verticale della rete andava quasi a toccare il margine destro della finestra, nelle intenzioni voleva almeno in parte evitare che le finestre diventassero un diversivo e ridurre al minimo le possibilità che uno scolaro  si distraesse o si perdesse nella contemplazione dello scenario esterno […]

[…] di fatto avevo prestato alle lezioni di educazione civica solo il corpo, la vera attenzione diretta perifericamente ai campi e alla strada all’esterno, divisa dal calibro reticolare della finestra in riquadri sepaati che sembravano proprio le strisce dei pannelli  che racchiudono i fumetti, gli storyboard dei film […]. Vale a dire che qualsiasi cosa saltasse all’occhio nello scenario esterno […] diventava lo stimolo per una serie personalissima di film o cartoni animati immaginari, dove ogni altro riquadro della rete metallica poteva essre usato per continuare e approfondire i pannelli della narrazione […].

Seguire il flusso di coscienza del personaggio, conoscere i meccanismi dei suoi pensieri e della sua creatività, sospende la propria percezione della realtà e crea una tale empatia da rimanerne confusi quanto estasiati.

3. INCARNAZIONI DI BAMBINI BRUCIATI

Su questo racconto, brevissimo se confrontato con gli altri 7, non voglio dire solo che è la lacerante cronaca introspettiva di un incidente domestico… e ancora sobbalgìzo e sospiro nel riportarlo alla mente.

4. UN ALTRO PIONIERE

A chi non è mai capitato di viaggiare da soli, in aereo o in treno, di non riuscire a prender sonno o a concentrarsi nella lettura o in qualsiavoglia altra attività, di essere portati ad “origliare” un discorso o un racconto per noia fino ad appassionarsi tanto da cercare di colmare i vuoti dovuti ai vari rumori presenti in quel contesto?
A chi non è mai capitato di imparare qualcosa da quei racconti e di tornarci a riflettere, o di usarli all’interno di altre narrazioni?

Questo racconto parla di un’esperienza del genere, di una conversazione “rubata” a due uomini mai visti in volto da qualcuno che dalle loro nuche ha cercato di carpirne le caratteristiche. La storia – o sarebbe meglio dire l’aneddoto filosofico? – riguarda una tribù lontana che, imparando a porre le “domande giuste” al proprio oracolo, si truttura, cresce, progredisce, acquisisce nuove tecnologie, ma sembra non acquisire realmente competenze che la portino a cercare autonomamente anche le risposte. Tutto da leggere, troppo complesso da spiegare senza rischio di spoiler! 😉

5. CARO VECCHIO NEON

Pe tutta la vita sono stato un impostore. E non esagero. Ho praticamente passato tutto il mio tempo a creare un’immagine di me  da offrire agli altri. Più che altro per piacere o per essere ammirato. Forse è un po’ più complicato di così. Ma se andiamo a stringere il succo è quello: piacere, essere amati. […] Adoperando tutto questo tempo e quest’energia per creare una certa immagine di me e ricevere  quell’approvazione o quell’accoglienza che poi però non mi dava niente perché non aeva niente a che fare  con chi ero realmente dentro, e mi facevo schifo per essere sempre un tale impostore, ma sembrava che non potessi farne a meno. ecco alcune delle tante cose che ho sperimentato: l’elettroshockterapia, un viaggio di andata e ritorno in Nuova Scozia con una bici a dieci marce, l’ipnosi, la cocaina, la chiropratica sacrocervicale, l’adesione a una religione carismatica, il jogging, un lavoro pro bono per l’Ad Council, i corsi di meditazione, la massoneria, l’analisi, il Landmark Forum, il Corso in Miracoli, un laboratorio di disegno per sviluppare l’emisfero celebrale destro, il celibato, la collezione e il restauro di Crvette d’annata, e cercare di andare a letto con una ragazza diversa per due mesi di fila […].

Un lungo monologo interiore di un giovane uomo, Neal, che cerca di spiegare come sia giunto alla decisione di suicidarsi e l’abbia messa in pratica con l’intento di porre fine alle proprie menzogne.

6. LA FILOSOFIA E LO SPECCHIO DELLA NATURA

Una madre e un figlio. Una madre sfigurata da interventi di chirurgia estetica non riusciti e un figlio in libertà vigilata.
Viaggi in autobus  studiati per cercare di passare inosservati verso mete inevitabili.
Azioni, reazioni, pensieri, emozioni e sguardi.
Leggendo il racconto si può ridere o commuoversi profondamente, a seconda che ci si concentri sulla pacatezza dei toni spesso ironici o sui risvolti umani della vicenda.

7. OBLIO

Questo racconto, che dà il nome alla raccolta, narra letteralmente di un’esperienza di oblio.
Elementi: una coppia sposata da tempo, una figlia che parte per frequentare il college, crisi di identità create dal tempo che passa e, protagonista, il sonno in diverse sue manifestazioni (il dormire, la veglia, l’insonnia, il linguaggio tecnico che lo differenzia a seconda della fase in cui il corpo si trova, sogni, incubi, allucinazioni…).

8. IL CANALE DEL DOLORE

Skip Atwater è un giornalista della rivista Style e si occupa della rubrica CSDNM, ovvero Che Si Dice Nel Mondo.
Skip Atwater vuole fortissimamente scrivere un articolo su Brint Moltke, artista dell’Indiana i quali escrementi riproducono fedelmente, senza alcuna necessità di essere manipolati e senza nessun tipo di modificazioni a posteriori, monumenti di tutto il mondo.
Skip Atwater deve trovare il modo di vincere le resistenze dei “pezzi grossi” della redazione rispetto alla pubblicazione di un articolo sulla “merda”, seppur d’artista.

Trovo che quest’ultimo racconto sia geniale.
Geniale il fatto di “citare” la vicenda di Piero Manzoni rendendola ancor più estrema, assurda, sublime.
Geniale il fatto che il giornalista si chiami “Skip Atwater” che mentre leggevo non potevo fare a meno che italianizzare come “Svignarsela al Bagno” (non è proprio la traduzione letterale, ma è ciò che non potevo evitare di pensare, sorry!).
Geniale la costruzione dei personaggi (le stagiste attentissime alla linea e dai vestiti firmati quanto Amber “la donna mostruosamente obesa più sexy che Atwater avesse mai visto”), la definizione dei dettagli, la descrizione dei processi di produzione editoriale e delle gerarchie, il tono del racconto, il ritmo della narrazione, l’ironia, l’umorismo, il tatto…
Semplicemente geniale e sorprendente! 😀

P. S. Peccato averlo finito di leggere solo ora… dato che sono 8 racconti, potevo farne il mio articolo per il n° 008 di Brand Care magazine che esce domani online e che ha come tema proprio l'”8″. Non perdetelo in gni caso! 😉