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Tree vs. Web: la mappatura della conoscenza e il potere dei network

Ho trovato veramente stimolate questa RSA animata relativa ad un discorso di Manuel Lima [senior UX design lead at Microsoft Bing] che descrive il potere della visualizzazione delle connessioni e delle interazioni tra le “cose” per la comprensione della complessità odierna del mondo.

Ciò che mi ha colpito di più di questa infografica video è stato il punto di vista inusuale da cui Lima è riuscito a riflettere sulla questione della complessità della conoscenza e del mondo: prendere come riferimento la visualizzazione dei sistemi di sapere e l’evoluzione delle loro schematizzazioni è a mio avviso geniale.

Interessante vedere come l’albero [tree] sia stato per tanto tempo metafora del sapere, la stessa metafora ripresa come simbolo da praticamente tutte le religioni, utilizzata per mappare e rappresentare i legami di sangue, lo sviluppo del plot di numerose storie, l’evoluzione delle specie, l’organizzazione aziendale… grazie al fatto che contenesse in sé i concetti di ordine, simmetria, gerarchia, semplicità, equilibrio e unità.

Quando ci si è resi conto che la realtà dei fatti è ben più complessa, che ci sono molte più interazioni di quelle che si potevano conoscere in passato, approfondendo il livello di analisi, la metafora dell’albero deve lasciar spazio alla visualizzazione della ragnatela [web], della rete.
Il network è la nuova rappresentazione del sistema di conoscenza in un mondo in cui non necessariamente c’è un leader – o comunque quel che appare come un leader in determinate interazioni non lo è in altre [tale trasformazione non implica, infatti che si possa fare a meno del concetto di potere, ma sicuramente questo cambia forma].

La ragnatela rende esplicita la necessità di avere una visione pluralistica, multidimensionale, che riesca a far percepire – seppur non nel dettaglio – l’intero perché comunque ogni cosa è interconnessa e interdipendente dalle altre. Si è passati da una visione specialistica a una visione olistica delle “cose”: l’albero sicuramente non è in grado di rappresentare tali legami complessi oltre un certo livello, ma a mio avviso lo si piò ancora vedere come una una porzione del reticolo di interazioni, una parte del network. D’altra parte ogni “invenzione” è una rilettura, una rielaborazione, una citazione di qualcosa di preesistente.

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#McL100 McLuhan: 100 anni dopo

McLuhan 100 anni dopoVenerdì ho trascorso la mattinata all’Accademia dei Lincei, luogo trasteverino dalla meravigliosa architettura, per far da spettatrice all’incontro dal titolo “McLuhan: 100 anni dopo”, evento che mi ha fornito vari spunti di riflessione, soprattutto grazie a Derrick de Kerckhove.

INPUT SU CUI RIFLETTERE: LA “PERSONA DIGITALE”

Di seguito le affermazioni e i ragionamenti che mi daranno molto da pensare e che io ho riorganizzato secondo un mio ordine logico senza rispettare il reale susseguirsi degli interventi all’Accademia dei Lincei.

L’idea di “persona” è un’ossessione di noi occidentali [Joi Ito – MIT Media Lab]
Tale fobia potrebbe derivare direttamente dalla tipologia di scrittura e linguaggio che utilizziamo, capaci di mettere in evidenza l’individualità e di stabilire un rapporto profondo con lo scrittore anche senza conoscerlo [Derrick de Kerckhove – Media Duemila]

L’idea di “persona digitale” è parte della “persona nascosta” in quanto presente in una quantità incalcolabile di archivi a cui solo a volte si ha direttamente accesso [Roger Clarke – Cardiff University].
La questione fondamentalerimane la necessità di scindere tra il “progetto individuale di una persona digitale” [n.d.a. la cura del personal brand?] e l'”imposizione” della stessa: se il primo caso è da ritenersi un arricchimento, il secondo può essere limitante oltre che pericolosamente antidemocratico [Roger Clarke e Derrick de Kerckhove].

Il concetto di libertà è ormai dipendente da quello di interconnessione e di diffusione dell’accesso a Internet, anche se è importante comprendere e ribadire che il web non può sostituirsi all’esperienza concreta, all’esplorazione fisica [James Fox – Ambasciata del Canada].

L’etimologia del termine “persona” deriva dal latino “per sonnet”, una sorta di maschera che veniva indossata dagli attori di teatro per amplificare la propria voce in modo che potesse essere udita sino agli ultimi spalti [Mario Morcellini – Università La Sapienza].
La tecnologia è da considerarsi come una protesi in quanto aumenta le capacità comunicative dell’individuo [Roberto Saracco – EIT ICT Labs Trento], ma l’era delle “identità digitali prêt-à-porter”, costruite solo attorno a uno o più avatar spesso vuoti di contenuti reali, è finita [Robert Castrucci – FUB].
La tecnologia consiste nell’unione tra atomo e bit, riesce a catturare la fisicità del reale restituendone, comunque dopo una rielaborazione, un’idea percettiva [Roberto Saracco].
La Rete “non dimentica”, ma occorre tener presente che a volte anche “la dimenticanza è un valore”, un qualcosa di necessario in alcune situazioni, un antidoto contro le situazioni traumatiche [Andrea Viticoli – CNR].

La tecnologia è come un metronomo, poiché detta i tempi – e i costi – dell’evoluzione sociale, dell’innovazione [Roberto Saracco] e aumenta l’occupazione sostituendo alcune delle vecchie figure professionali con nuove tipologie lavorative [Carlo de Serrano].

CONSIDERAZIONI GENERALI SUL CONVEGNO

L’aver partecipato a “McLuhan: 100 anni dopo” mi darà dunque parecchio da riflettere e questo è ovviamente positivo.
Allo stesso tempo, però, soprattutto per il fatto di aver sentito parlare di ulteriori iniziative del genere in programma, mi sento in dovere di fare degli appunti all’organizzazione affinché si possa pensare a come eliminare o evitare alcune note stonate nella riproposizione di simili incontri:

  • l’assenza di supporti visivi [e non parlo necessariamente di slides testuali, che pure preferisco come supporto al discorso da leggere a testa china] in un dibattito sul digitale  lo avrei evitato
  • 11 relatori in 3 ore mi sono parsi un po’ troppi e comunque, di questi 11, forse uno solo aveva meno di 50 anni [e considerato il tema a me è sembrato quantomeno strano] e non era presente neppure una donna [possibile non ci sia nessuna donna il cui intervento potesse essere in linea con il taglio dell’incontro e aggiungere qualcosa alla giornata?]
  • non è stato dato spazio alcuno alle domande e all’interazione con il pubblico
  • l’hashtag dell’evento sarebbe stato bene comunicarlo prima o comunque dare modo ai presenti di recuperarlo sul materiale inerente l’iniziativa
  • nell’ultima parte del convegno è stata presentata la possibilità di iscriversi al digital network collegato a Media Duemila: presentare lo strumento online basato sulla creazione di un codice QR come “assolutamente innovativo” è a mio avviso un’ingenuità data l’ormai ampia diffusione del QR Code come strumento di sintesi e veicolo offline di contenuti virtuali presenti in Rete

Ovviamente sono aperta ad accogliere qualsiasi considerazione 🙂

Vi consiglio di dare un’ochhiata ance allo Storify di Alessandro Donadio 😉

Da azienda a network di professionisti: il mio punto di vista

Già da diverso tempo noto una propensione delle aziende specializzate nella fornitura di servizi – soprattutto nel B2B – a trasformarsi in network di professionisti. Negli anni cambiano le mode e cambiano le necessità: concetti come flessibilità, interazione, condivisione, divengono parole chiave fondamentali per ogni professione e rendono possibile trasporre il concetto di community virtuale in un format di organizzazione del lavoro.

professionistaAttualmente le nuove tecnologie e la necessità sempre maggiore di adeguarsi velocemente ai repentini cambiamenti del mercato, in generale sembrano penalizzare le le strutture complesse e rigide in favore di quelle più snelle e maggiormente ricettive nei confronti del web e del mobile.
Sempre più, si va verso organizzazioni a loro volta virtuali, capaci di replicare le dinamiche magmatiche delle community online nella realtà: i network di professionisti.

Ovviamente, per esperienza diretta, il primo esempio che posso portare è quanto avvenuto nel settore della comunicazione. Per le agenzie negli ultimi anni sono cambiate molte cose: dalle denominazioni sempre più specifiche e specialistiche, alle dimensioni sempre più ridotte.
Per quanto riguarda i contenuti e le competenze professionali si è passati da strutture basate sull’etichetta di studio grafico a quella di agenzia pubblicitaria, poi alla “moda” della comunicazione integrata e infine alle specializzazioni delle web agency, delle agenzie di eventi e delle società di pubbliche relazioni. Tutto ciò cercando di ottenere strutture organizzative che fossero più semplici da gestire e che riuscissero a star dietro al moltiplicarsi delle tecnologie e degli strumenti di comunicazione a disposizione delle aziende clienti per veicolare i propri messaggi, nonché all’aumento delle competenze di interpretazione delle strategie, valutazione e partecipazione attiva alla produzione da parte del consumatore.

Queimada – Brand Care, la società di cui sono titolare insieme a Vincenzo Bernabei, è ormai in attività da 7 anni: nata come agenzia di comunicazione integrata, definitasi agenzia di branding, marketing e comunicazione per lungo tempo, da un paio di anni ci appare come uno strumento ingombrante e forse obsoleto per lavorare in questo settore. Il web e l’ADSL hanno fatto in modo che divenisse tanto più comodo, veloce e produttivo non lavorare necessariamente condividendo lo stesso luogo fisico, che gli incontri con i clienti si diradassero sempre di più poiché sostituiti da email e videocall. Per più di un anno la sede operativa è rimasta semi-deserta e ha iniziato a costituire uno spreco di risorse piuttosto ingente in un periodo in cui, oltretutto, sembrava meglio per tutti fare scelte economicamente oculate.

Per due anni siamo rimasti a osservare, sperimentando come fosse molto più agevole lavorare “in rete” con altri professionisti che potessero organizzarsi per portare avanti più progetti contemporaneamente a loro piacimento, potendo “comporre” ogni volta un team di lavoro basato esclusivamente sulle necessità contingenti senza più limitazioni di complessità legate alla struttura.
La condivisione del rischio ha aumentato la qualità del lavoro, portando di conseguenza all’ottimizzazione dei tempi e dunque alla massimizzazione dei ricavi per ognuno.

Il network di professionisti, inoltre, permette a tutti i suoi componenti di ampliare il proprio mercato di riferimento, per esempio lavorando come consulenti per aziende che hanno comunque una propria area di comunicazione e marketing o con altre agenzie più grandi che non si sono ancora specializzate in alcune materie o – non avendo più vincoli di orario da rispettare – diversificando i propri servizi e dedicando del tempo ad attività “collaterali”, come la formazione.

Amio avviso, questo tipo di struttura organizzativa diverrà molto diffusa in futuro in diversi settori poiché consente di rinunciare allo strumento societario in favore della semplice partita iva, quindi permette di abbattere alcuni dei costi di gestione grazie al cambiamento – almeno in parte – del modo di lavorare, ma senza rinunciare alla propria professionalità, anzi potendo contare sul fatto che il risultato ottenibile dal network sia superiore alla somma delle individualità che esso contiene per ogni specifico progetto.

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Self Brand & Personal Brand: il mio punto di vista

Negli ultimi tempi si fa molto parlare di personal branding [me compresa], ma spesso si confonde con il self branding: in realtà i due concetti nascono come distinti e profondamente diversi, resi però contigui – a parer mio – dalle ultime evoluzioni teoriche sulla marca. Cercherò di spiegare il mio punto di vista.

L’interesse sorto intorno alle dinamiche legate alla strutturazione del personal brand e la visibilità che esso ha raggiunto ultimamente hanno fatto in modo che in parte si trasformasse anche la definizione relativa al self brand, generando per questo parecchia confusione a riguardo.

Self branding: AppleSino a qualche tempo fa, il concetto di self brand era riconducibile esclusivamente all’interpretazione e alla personale rielaborazione che l’individuo-consumatore [o meglio il prosumer] compie nell’utilizzo delle marche in modo da sentirsene rappresentato ed esprimendo una parte di sé attraverso di esse [nonché contribuendo così alla costruzione delle marche stesse veicolando i loro valori]: tale concetto è basato sul fatto che il prosumer elabori la propria propensione all’acquisto e i suoi comportamenti di consumo tenendo conto delle marche maggiormente assimilabili al proprio universo valoriale, dunque alla percezione che ha e che vuol dare del “sé”.

Oggi – a mio avviso – il concetto di self brand si estende anche alla veicolazione del sé come una marca, inserendo l’individuo stesso tra i brand che esso interpreta, rielabora e istintivamente esprime: non più semplicemente le grandi marche come veicolo delle proprie caratteristiche, del proprio sistema valoriale, ma il raggiungimento di un mix di brand e atti comunicativi altamente strutturato e personalizzato. A ciò sommando la maggiore conoscenza e capacità di utilizzo in autonomia dei mezzi di comunicazione [soprattutto web based] che permettono di “pubblicizzare” il proprio sé, si ottiene una evoluzione del concetto di self brand come primo passo istintivo volto alla costruzione di un personal brand, con cui sovente il self branding è confuso.

Ritengo infatti che per personal brand si debba intendere la risultante di un processo di costruzione e veicolazione di una marca che faccia riferimento a un individuo. Per ottenere un personal brand è necessaria un’analisi delle caratteristiche della persona in questione, del proprio contesto e scenario di riferimento per poi trasformare tale consapevolezza rispetto alle sue capacità, competenze e valori in obiettivi e costruire attorno a essi un piano strategico volto al loro raggiungimento, piano che comprenderà attività di marketing e comunicazione implementabili attraverso l’utilizzo coerente di un certo numero di strumenti: nulla di diverso rispetto al corporate branding se guardiamo esclusivamente al processo da attivare.
Attraverso tale percorso strategico si otterrà un personal brand carismatico qualora l’individuo verrà percepito come coerente e riconoscibile, se acquisirà visibilità nel proprio mercato di riferimento mettendo in evidenza la propria unicità.

Questo è attualmente il mio punto di vista, a vostro parere è condivisibile o la pensate diversamente? Qualsiasi commento è benvenuto [come sempre]! 🙂

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KAUKO: far comprendere l’importanza del design

Il concetto di design è spesso assimilato a qualcosa di superfluo e costoso. In realtà il design è da identificarsi principalmente con la ricerca di soluzioni ottimali in ralazione a specifiche esigenze. In occasione del World Design Capital Helsinki 2012 di  si è cercato di diffondere tale concetto “pragmatico” di design creando KAUKO, una caffetteria molto speciale.

L’idea del World Design Capital 2012 di Helsinki era quella di mostrare alle persone poco o per nulla interessate al design che in realtà esso serve a rendere più funzionali o in qualche modo migliori le cose – che siano oggetti o servizi – che quindi il design è ovunque, che ha effetti sulle persone e sulla quotidianità e che chiunque poteva avere l’opportunità di condizionarne le evoluzioni condividendo le proprie idee attraverso la app mobile appositamente creata dagli organizzatori del World Design Capital.

Per raggiungere tale obiettivo si è pensato di costruire KAUKO, una caffetteria mobile per metà area relax e per metà area caos, da posizionare in spazi pubblici in giro per la Finlandia. La particolarità di tale struttura riguardava, non solo gli oggetti dal pessimo design che essa conteneva e che rendevamno difficilissime anche le azioni più semplici, ma anche la possibilità per molti oggetti di essere controllati da remoto, in tempo reale utilizzando il web.

Questo mix di elementi ha dato vita tanto a esperienze molto divertenti quanto a veri e propri incubi, ma ha sicuramente reso possibile una grande visibilità al World Design Capital 2012 attirando l’attenzione dei media e spingendo alla cooperazione tantissime persone che hanno condiviso le proprie idee.


[via]

Un gran successo, insomma: dovremmo organizzare qualcosa di altrettanto creativo per “educare” le persone al design di strategie, non credete?

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Personal brand e personal blog: SEO di base

Per creare e curare il vostro personal brand online avete deciso di aprire un personal blog?
Definito il piano editoriale dei contenuti [di cosa scriverete e ogni quanto tempo], una volta che ne avrete scelto il nome e il dominio, su quale piattaforma crearlo, impostato il tema e i colori di riferimento, prima di mettervi a scrivere post occorre definire alcuni parametri importanti che permetteranno ai motori di ricerca di accorgersi dell’esistenza del vostro spazio web: è questo che io chiamo “SEO di base”.

SEO - Search Engine Optimization [via geek&poke]

Se utilizzate WordPress, la piattaforma è già in partenza strutturata per permettervi di ottenere una buona visibilità sui motori di ricerca, ma anche in questo caso esistono alcune impostazioni che dovrete settare adeguatamente se vorrete “indicizzare” il vostro spazio e ottenere buoni risultati dal punto di vista SEO [Search Engine Optimization].

METADESCRIPTION

Innanzitutto occorre che i campi dedicati alla “metadescription” del vostro blog siano compilati: mi riferisco a quelli che su WordPress vengono indicati come “titolo” e “motto” o “descrizione” del blog che servono a stabilire come differenziare il vostro spazio dai molti altri in rete e i contenuti che veicola.

PERMALINK

Successivamente è importantissimo definire la struttura dei permalink, ovvero delle URL automaticamente gernerate per ogni singola pagina e ogni singolo post del vostro blog.
Tale strutture dovrà essere quanto più possibile sintetica ed esplicativa, nonché possibilmente ricca di parole chiave: sicuramente sarà da scegliere una configurazione che contenga il titolo del post [/%postname%/] – solitamente ricco di keywords – a cui si può associare una categoria [/%category%/] o la data[/%year%/%monthnum%/%day%/], se questa è rilevante.
WordPress, ad esempio, vi offre una serie di ipotesi tra cui scegliere, ma anche la possibilità di personalizzare la struttura dei vostri permalink.

Occorre ricordarsi di effettuare questo passaggio come prima cosa perché la variazione della struttura dei permalink produce una perdita di visibilità legata alla link popularity di tutti i post e di tutte le pagine del sito che diviene molto difficile recuperare.

CATEGORIE

Prima di iniziare a inserire contenuti nel vostro spazio, sarebbe opportuno creare le categorie nelle quali andranno poi suddivisi e archiviati i vari post. Nonostante sia possibile aggiungere o togliere una categoria in qualsiasi momento, meglio aver definito da principio le tematiche in base alle quali si strutturerà il vostro blog in modo da:

  • non rischiare che post riguardanti lo stesso argomento vengano inseriti nel tempo in categorie differenti
  • essere sicuri di scegliere – dopo un’attenta riflessione e ricerca – termini fortemente collegati ai propri contenuti e alquanto “richiesti” dai motori di ricerca.

TAG & ALT

Una volta impostati i parametri strutturali si potrà iniziare a scrivere, ricordandosi però di inserire per ogni post le tag di riferimento e per ogni immagine l'”ALT”.
Le tag non sono altro che le parole chiave contenute nel testo che abbiamo scritto da mettere in evidenza per le search engine: l’utente di un certo mio post per cosa potrebbe trovarlo utile da leggere? in base a cosa lo cercherebbe? Bisogna mettersi nei panni del potenziale target del nostro blog cercando di capire di cosa potrebbe aver bisogno, cosa giudica interessante, come interrogherebbe il motore di ricerca ed esprimendolo nel testo con le giuste keywords da riportare poi come tag dell’articolo.
L’attributo “ALT” fornisce invece l’occasione per il motore di ricerca di “leggere” e dunque vedere le immagini inserite nei vostri post e nelle vostre pagine, riuscendo quindi a provvedere anche alla loro indicizzazione.

Ed ora, pronti, partenza, via… iniziate a scrivere e fatemi sapere come procede la vostra avventura da blogger! 😀

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Avete deciso di creare il vostro personal blog per veicolare il vostro personal brand, avete chiarito quali saranno i contenuti che pubblicherete (e ogni quanto), ne avete scelto il nome e acquistato il dominio, avete definito quale piattaforma utilizzerete e determinato quale struttura dovrà avere il layout. Ora non vi resta che scegliere uno dei temi messi a disposizione dalla piattaforma prescelta e personalizzarlo ovvero ideare/farvi ideare la grafica da un designer.

Qualora fosse un graphic designer o un web designer a occuparsi della creazione o della personalizzazione del vostro personal blog vi consiglio di affidarvi alla sua professionalità anche per la scelta dei colori di riferimento, ma se sarete voi stessi a sceglierne il tema e a personalizzarlo, quale palette scegliere?
Sicuri che basterà affidarsi al proprio colore preferito per ottenere i risultati desiderati?

[continua a leggere dopo l’infografica]

The colors of the web - infographic
[via]

Ogni colore ha un significato (lo dice anche il feng shui), una sua forza, un proprio modo di essere percepito, una propria leggibilità, degli abbinamenti da preferire:

  • il giallo trasmette ottimismo ma spesso è difficilmente leggibile a video
  • il rosso è sempre energico ma può essere associato al pericolo
  • il blu dà sicurezza ma trasmette anche formalità
  • il verde è il colore che più facilmente processano i nostri occhi ma in alcune tonalità può essere associato alla nausea
  • l’arancione richiama all’interazione ma – anche lui come il giallo – può contribuire a diminuire la leggibilità
  • il rosa è un colore romantico, troppo spesso associato al mondo femminile
  • il nero è il colore del lusso, ma allo stesso tempo lo è della morte
  • il viola tranquillizza ma può essere associato alla quaresima…

Date le molteplici associazioni possibili e le numerose atmosfere modulabili attraverso il colore, occorre sicuramente farne un uso accorto e consapevole, anteponendo la visione d’insieme, la leggibilità, il senso della comunicazione e degli accostamenti ai propri gusti personali: inizialmente il questo sito aveva uno sfondo grigio [dovuto alle mie non eccellenti abilità grafiche] e, pur volendo utilizzare il verde, ho dovuto optare per un viola vinaccia per garantire la leggibilità di tutti gli elementi; solo dopo il restyling del sito e la trasformazione dello sfondo [grazie all’intervento di Niko Demasi] ho potuto trovare una tonalità di verde che si potesse utilizzare senza problemi per i miei lettori, creando finalmente l’atmosfera che desideravo.

In ogni caso, sul vostro blog, meglio non utilizzare troppi colori insieme poiché rischierebbero di distogliere l’attenzione dal contenuto testuale, meglio scegliere una palette di due, massimo 3 colori e dare loro una funzione specifica: possono servire per porre in evidenza i titoli ed i link [che è opportuno cambino aspetto una volta visitati] oppure per armonizzare il resto del layout con il vostro marchio [se ne avete uno].

Di seguito due infografiche: la prima mette in relazione i colori e gli effetti che hanno negli acquisti; la seconda si interroga sulla differente percezione che dei colori hanno uomini e donne. Buona lettura! 🙂

How do Colors Affect Purchases - infographic
[via]

True Colors [gender preference] - infographic
[via]

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L’importanza di avere accesso a Internet… ovunque

Agosto, tempo di vacanze, ma sicuramente molti di voi non rinunceranno ad avere accesso a Internet, al web, ai propri social network e social media… ovunque.
Proprio come la Nonnina di Cappuccetto Rosso nella pancia del Lupo Cattivo in questo ad.

MTS Telecommunication - campagna pubblicitaria

La campagna MTS Telecommunications mi ha fatto sorridere: il volto del Lupo è soddisfatto, ma quello della Nonna nel suo immenso ventre non è da meno!
Prendere come riferimento per la propria campagna pubblicitaria una fiaba così nota e così radicata nella tradizione, raffigurarla con una illustrazione in chiaroscuro e in bianco e nero (se si escude il rosse utilizzato per evidenziare la tecnologia MTS) costruisce una contraddisione in termini, accentuata dal fatto che la nonna ha la sua bella età avanzata: internet per tutti e in ogni dove, dunque, come non ricordarlo dopo aver visto questo concept grafico?
… ma voi che siete in vacanza, non esagerate, ok? Vedrete che una pausa dalle tecnologie vi farà bene… almeno per un po’! 😉

Leggi anche:
“Momenti di trascurabile felicità” di Francesco Piccolo [e alcuni dei miei]
Take your time from your mobile – ovvero – Il romanticismo e… il cellulare
Usate i (social) media in modo appropriato, please!
Tenete sotto controllo lo stress!
Una pausa dalle tecnologie per ridurre i “rumori”
“The secret power of time” – ovvero – La percezione del tempo
Wellness & Business – ovvero – Un po’ di tempo per TE

Farsi portare la spesa a casa non ha prezzo, per pagarla c’è MasterCard – ovvero – Le meraviglie di Casa Coop

Sono stata parecchio impegnata questa settimana tra Medioera, la mia selezione alla No Cash Week, la No Cash Cake, lo shopping, lo sciopero, il master, la cena di classe, gli altri impegni lavorativi etc. etc.

Non ho avuto il tempo di fare la spesa “seria” per la settimana e, per rimanere in tema di epayment ed e-services ho pensato di sfruttare la meravigliosa possibilità concessa a noi romani da e-Coop: ordinare “La Spesa che non Pesa” online, farmela portare a domicilio in un orario per me comodo e pagarla alla consegna con la mia Carta Prepagata MasterCard PayPass (come scritto in calce all’ordine).

Ecco l’ordine della spesa che mi verrà consegnata in giornata, ho evitato solo i cibi freschi perché per frutta e verdura preferisco vedere e scegliere personalmente quel che compro:

Coop e la Spesa che non Pesa con MasterCard

Coop non è nuova all’utilizzo del web per la fornitura di nuovi servizi e branded content, addirittura produce una web series completamente ambientata all’interno dei suoi punti vendita che veicola tramite il sito dedicato, la pagina Facebook e il canale YouTube. Di seguito la prima puntata di Casa Coop che però è già arrivata alla seconda serie! 🙂

Leggi anche:
No Cash Week e il baratto – ovvero – Un aperitivo per 9 pagato con MasterCard in cambio di una cena per 2
No Cash Week day 3 – Emma paga il caffè, Tonia il pranzo, per tutto il resto c’è MasterCard
Lo sciopero non ha prezzo, per il taxi c’è MasterCard (con qualche sforzo)
No Cash Week day 2 – Saltare la fila non ha prezzo, per tutto il resto c’è MasterCard
Al tabacchi si può usare il bancomat, per tutto il resto c’è MasterCard
Cook & Work: “No Cash Cake” – ovvero – Fare una torta non ha prezzo, per gli ingredienti c’è Mastercard
No Cash Week day 1 – Essere tra i finalisti non ha prezzo, per tutto il resto c’è MasterCard
Mi sono candidata alla “NO CASH WEEK”: votami e partecipa anche tu!